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“Cronaca vera” compie cinquant’anni

di Claudio Giunta

Cronaca vera, 22 dicembre 2018

Ci sono due modi per parlare della cultura popolare: uno è farlo dopo averla studiata in biblioteca, l’altro è farlo dopo esserci vissuto dentro per decenni. Umberto Eco rientrava nella prima categoria di esperti: quelli che studiavano Mike Bongiorno o i fumetti di Superman come studiavano Kant o Tommaso d’Aquino. I risultati (Il superuomo di massa, Diario minimo) sono stati eccellenti. Ma Eco era nato nel 1932, da bambino e da adolescente non lo avevano tenuto a bagnomaria nella televisione o nei giornali popolari. Invece nascere all’inizio degli anni Sessanta ha significato questo: non poter più vedere la cultura popolare da fuori ma solo da dentro, perché da allora in poi è stata come l’aria che respiriamo, onnipresente. Perciò non è strano che siano nati all’inizio degli anni Sessanta, e che oggi abbiano un po’ più di cinquant’anni, i più zelanti rimasticatori e riproduttori di cultura popolare in circolazione, gli Elio e le storie tese (circolano sempre, sparsi o insieme, anche se il gruppo si è sciolto); e non è strano che fosse nato nel 1962 l’uomo che negli ultimi decenni ha scritto sulla cultura popolare le cose più intelligenti che si siano potute leggere, e che oggi di anni ne avrebbe avuti cinquantasei, se non fosse morto nell’agosto del 2016, togliendo all’Italia il disturbo di uno dei suoi cervelli migliori: Tommaso Labranca. Che c’entra tutta questa elegia sui cinquantenni pop con “Cronaca Vera”? C’entra, perché “Cronaca Vera” è/era un pezzo importante del loro immaginario. Come raccontano nel loro libro Vite bruciacchiate, Elio e le storie tese pescano da riviste popolari come “Cronaca vera” per infarcire di nonsensi i testi delle loro canzoni, e di “Cronaca vera” imitano la grafica biancorossonera nei credits di un loro vecchio album intitolato Esco dal mio corpo e ho molta paura, mescolandoci anche pubblicità trash come gli occhiali a raggi x o la pomata che fa crescere i peli sul petto. Labranca ha fatto le cose più in grande. Nel 1994 ha pubblicato un saggio famoso tra i cultori della materia, anche per il titolo, Andy Warhol era un coatto (lui avrebbe voluto mettere tamarro al posto di coatto: ma l’editore romano non sentì ragioni). In questo libro, Labranca passava in rassegna una serie di oggetti culturali pop (Claudio Baglioni, i fumetti del Cubano, la mini-enciclopedia dei Quindici…) non, come avevano sempre fatto i professori, per smontarne il meccanismo, per vedere com’erano fatti dentro, ma per elogiarli, per benedire il piacere che ci danno, e soprattutto per spiegare l’origine di questo piacere. In Andy Warhol era un coatto, Labranca santificava l’esistente. Ebbene, uno dei capitoletti più riusciti del libro è quello dedicato a “Cronaca vera”, che si merita un elogio addirittura triplice: (1) per essere una rivista proto-europeista, perché letta e apprezzata da generazioni di bravi italiani emigrati all’estero, indifferenti alla grigia prosa dell’Espresso e di Panorama e calamitati invece da articoli come «Ricattata da un guardone che in cambio di una foto compromettente pretende da lei una mutandina usata» (ovviamente a caratteri di scatola); (2) per la grafica multistrato («si resta colpiti dai caratteri usati nella composizione: tutti bastoni, ma moltiplicati in una fantasia di corpi e in un irresistibile avvicendarsi quasi psichedelico di dimensioni e inclinazioni»); (3) ma soprattutto per quello che Labranca chiamava sgranamento garantista, cioè quel trattamento che, ingrandendo le foto a dismisura, ne fa esplodere la grana con conseguenze pulp, sicché «anche gli occhi più innocenti appariranno torvi, ogni pelo di barba raggiunge dimensioni da baobab, ogni graffio assume dignità di sfregio». Era (e ancora è) la realtà passata al microscopio. C’erano solo due riviste di cui Labranca era fan: “Cronaca vera” e FMR di Franco Maria Ricci. Chi ci vede una contraddizione rifletta meglio.