Libri

Una domenica all’Inferno

  di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 19 maggio 2013]

Rileggere l’Inferno di Dante, se lo si è già letto e studiato un po’, porta via grosso modo una domenica, mattina e pomeriggio, con un’ora di pausa pranzo e mezz’ora per la passeggiata. Alla fine sono un po’ più di 14.000 versi, e nella domenicalità è compreso anche il diritto di non inseguire proprio tutti i dettagli nelle note e di non mandare a memoria vita morte e miracoli (è il caso di dirlo) di tutti i personaggi che Dante incontra o cita: se passa subito di mente chi era Puccio Sciancato de’ Galigai, pazienza. È una domenica ben spesa: il libro è pieno di bellezze che uno si ricordava benissimo, e che è un piacere ritrovare, mentre alcune se l’era dimenticate, o non ci aveva mai fatto veramente attenzione, e la lettura d’un fiato le fa venire a galla. Qualche esempio più avanti.

Prima, per essere sinceri, bisogna anche ammettere che il rilettore ogni tanto si annoia un po’.

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Storia letteraria

Quello che non c’era prima di Dante

  di Claudio Giunta


In cui si parla di Roland Barthes, Philip Roth, Gore Vidal, James Ellroy e di altro glamourama e poi, a un certo punto, anche di Dante Alighieri.

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Quello che non c’era prima di Dante [PDF]

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Storia letteraria

Lingua e generi nella “Commedia”

  di Claudio Giunta


La poesia medievale presenta due caratteristiche che non si trovano se non di rado nella poesia moderna. La prima è che la poesia medievale attinge al linguaggio della prosa ‘tecnica’ come a un repertorio di formule o modi discorsivi. Mi spiego subito con due esempi. (1) Nella ballata Perch’i’ no spero di tornar giammai Guido Cavalcanti si rivolge con una preghiera al suo stesso testo: «se mi vuoi servire, / mena l’anima teco / (molto di ciò ti preco) / quando uscirà del core» (23-26); ma lo fa adoperando una formula di cortesia caratteristica dell’uso epistolare: se mi vuoi servire, se lo vuoi servire e simili . (2) Nella canzone Amor, nova ed antica vanitate, Lapo Gianni apre la sirma di ciascuna stanza con una formula fissa, «Provo ciò» o «Provol»: formula che ricalca l’analoga modo probo quod (e simili) che veniva adoperata nelle quaestiones e nei sofismi scolastici . Ecco dunque in che modo va intesa, a quest’altezza cronologica, la contaminazione tra poesia e prosa; nell’età in cui questi testi venivano scritti i due linguaggi non erano ancora, come sono oggi, separati da un confine invalicabile: e il primo poteva ancora sfruttare il secondo come una risorsa.

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Lingua e generi nella “Commedia” [PDF]

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