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La coda lunga del risentimento

di Raffaele Alberto Ventura

IL magazine del Sole 24 ore, maggio 2017

Il terrorista fai-da-te è l’ultimo arrivato nella grande famiglia dei dilettanti allo sbaraglio. Dopo gli aspiranti tassisti, gli scrittori autopubblicati e un’intera generazione di freelance precari con un computer portatile come unico ufficio, anche nel campo della violenza politica si è finalmente entrati nel nuovo millennio. La sharing economy si è trasformata in platform capitalism. In ogni settore sono crollate le “barriere all’ingresso” che fissano gli investimenti minimi necessari per operare al suo interno. La disponibilità a prezzi sempre più accessibili di materiale semi-professionale permette oggi a chiunque di competere sul mercato — o di scatenare, perché no, una piccola guerra. Uno smartphone basta per entrare in contatto con la grande rete del terrorismo internazionale. Proprio come Uber riesce a generare profitti aggregando un grandissimo numero di transazioni, l’autoproclamato Stato Islamico canalizza le sacche di risentimento disperse sull’intero pianeta offrendo un solido brand internazionale in cambio di occasionali tributi di sangue. In un mondo in cui la miseria diminuisce, la vecchia guerra tra Stati sta progressivamente lasciando spazio a una uberizzazione del terrore. I fuochi dell’invidia Non dispiaccia agli anticapitalisti della domenica: il progresso tecnologico e la globalizzazione hanno liberato dal bisogno porzioni sempre crescenti della popolazione mondiale, garantendo loro l’accesso a beni e servizi essenziali. Ma se molti poveri sono diventati meno poveri è anche vero che molti ricchi sono diventati più ricchi, mentre nelle economie avanzate il ceto medio tende a erodersi. Non dispiaccia agli apologeti del libero mercato: ad aumentare con l’industrializzazione è la povertà relativa cioè lo scarto di reddito tra chi partecipa anche indirettamente ai profitti del capitale e chi vive soltanto del proprio lavoro. Stimolare questa insoddisfazione è da sempre la funzione del marketing. Ed ecco che abbiamo sotto gli occhi una miscela esplosiva, quella tra relativo benessere e povertà relativa. Letteralmente esplosiva perché questa condizione intermedia è tipica dei terroristi in molti Paesi islamici e non solo. Sono figli della classe media e sovra-istruiti rispetto alla capacità di assorbimento del mercato del lavoro, come notavano Diego Gambetta e Steffen Hertog in un paper del 2009, Why are there so many Engineers among Islamic Radicals?. Troppo poveri per essere soddisfatti della propria condizione, questi perdenti radicali sono abbastanza ricchi per scatenare una guerra nel tentativo di migliorarla. All’ombra di mastodontiche concentrazioni di ricchezza, gran parte della popolazione mondiale tende verso quella che René Girard chiamava indifferenziazione. Poiché siamo tutti sempre più uguali, sono dunque le differenze relative ad accendere i fuochi dell’invidia: l’operaio della Foxconn di Longhua spera di accedere alla classe media; la borghesia cinese ambisce agli agi della sua controparte occidentale; e intanto noialtri non ci capacitiamo del fatto che l’1 per cento della popolazione sia più ricco del restante 99 per cento. La lotta di classe ha lo stesso motore mimetico della corsa per il prestigio: “keeping up with the Joneses”, ovvero rincorrere i propri vicini di casa, per citare la formula usata da James S. Duesenberry nel 1949 per illustrare la sua teoria del reddito relativo. L’asticella si è persino alzata visto che oggi bisogna “Keeping up with the Kardashians”, dal titolo del reality show che raccontava la vita di una ricchissima famiglia americana. Questa rivalità planetaria è contemporaneamente una minaccia e un’opportunità. Nel suo Trading with the Enemy (2016), Hugo Meijer descrive il paradosso che regge l’industria bellica americana: quello di dover vendere armi a potenze che potrebbero un giorno rivelarsi ostili, in questo caso la Cina. Quel giorno giungerà, secondo il già citato Girard, quando i due Paesi avranno raggiunto il massimo grado di indifferenziazione. Il momento si avvicina e allora perché mai prendere il rischio di armare il proprio potenziale avversario? Perché su questo patto infernale regge il fragile benessere di un’intera nazione: it’s the economy, stupid. La maledizione del benessere Un’antica maledizione cinese recita: che tutti i tuoi desideri possano avverarsi. E se fosse anche la maledizione che affligge la società del benessere? A prima vista suona come un paradosso: grazie al progresso industriale, una crescente quantità di bisogni può essere soddisfatta; e oggi grazie alla platform economy domanda e offerta sono in grado di consumare i loro incontri a un ritmo vorticoso. Il problema, semmai, è che non tutti i desideri sono buoni da soddisfare. O perlomeno non lo sono dal punto di vista della collettività, che infatti si riserva il potere di regolare ciò che può o non può essere scambiato. Il sogno di un mondo dove i desideri di ciascuno si realizzano — questo mondo che la società del benessere ci promette —  appare più simile a un incubo. Un incubo ecologico, innanzitutto: se ogni persona sulla terra consumasse come un americano, come noto, il pianeta si troverebbe sull’orlo del collasso. Ma anche un incubo di società profondamente disfunzionale, perché spesso i desideri dell’uno hanno il solo fine della prevaricazione dell’altro. Come intuì Fred Hirsch nel suo The social limits of growth (1976), i beni materiali possono forse essere prodotti in abbondanza ma lo status è una merce strutturalmente scarsa. Come già aveva intuito Alexis de Tocqueville, la terra delle opportunità si condanna al logorio di una concorrenza perpetua. L’incubo peggiore è ovviamente quello della violenza politica. Anche il terrorista formula una domanda; e anche per la sua domanda esiste un mercato. Un attentato è il risultato di una serie di transazioni che hanno permesso di procurarsi certi beni (armi, mezzi di trasporto, materiale elettronico, liquidità) e usufruire di certi servizi (informazioni, contatti, viaggi, addestramenti, branding, eccetera). Una parte di queste transazioni sono illegali, ma tutte sono rese più facili dall’innalzamento del livello di vita e dalle trasformazioni dell’offerta. Alla domanda di emancipazione, il capitalismo ha risposto democratizzando la guerra. La quantità di armi prodotte nel mondo continua ad aumentare e dal 2010, il loro prezzo continua a diminuire. Oggi è persino possibile stampare pezzi di ricambio e intere armi con le stampanti 3D. In molte aree del mondo è diventato così facile dotarsi di arsenali militari che un gruppo di briganti al cuore del Medio Oriente ha potuto autoproclamarsi “Stato”. Nei Paesi occidentali la minaccia del terrorismo viene tenuta sotto controllo per mezzo di ingenti investimenti nella sicurezza. E poi ci sono i social network, che servono da strumento di propaganda e indottrinamento: varie cause contro Facebook e Twitter sono state intentate negli ultimi mesi da familiari di vittime del terrorismo negli Stati Uniti, in Europa o in Israele, senza esito. In un celebre articolo del 2004 Chris Anderson, allora direttore della rivista Wired, annunciava al mondo la rivoluzione della “coda lunga”. La coda del mercato è quel segmento in cui vengono soddisfatte le nicchie di domanda. Tradizionalmente “corta”, poiché per forza di cose una gran parte della domanda non veniva formulata né tantomeno soddisfatta, grazie a internet la coda si è allungata. Questo è stato vero innanzitutto per i libri, vero banco di prova del visionario progetto di “everything store” immaginato da Jeff Bezos a metà degli anni Novanta. Invece di concentrarsi sulla vendita di un unico prodotto in grandissime quantità – la vecchia economia del best seller – aziende come Amazon fanno profitti vendendo in medie o piccole quantità, talvolta persino in un solo esemplare, una sconfinata galleria di prodotti. Per analogia possiamo dire che i cosiddetti lupi solitari non sono altro che la coda lunga del terrorismo. La curva di distribuzione del rischio di attentati è sovrapponibile al grafico delle vendite di Amazon: i servizi di sicurezza possono facilmente prevenire i grossi attentati (i best killer) ma non possono tenere sotto controllo il potenziale distruttivo di una somma di atti individuali. La platform economy abbatte gli antichi oligopoli e li sostituisce con un accesso più “democratico” ai beni e ai servizi. Ma la promessa universale di successo, libertà ed emancipazione è un inganno: perché se è vero che è sempre più facile fare la guerra, la reciprocità nella corsa agli armamenti rende sempre più difficile vincerla — ovvero metterle fine. A spezzarsi con l’uberizzazione del terrore è l’antico “monopolio della violenza” che apparteneva soltanto allo Stato. Oggi una sorta di guerra liquida inonda la terra intera senza più alcuna barriera all’ingresso per arginarne i flutti. Carl Schmitt parlava di una guerra civile mondiale che ha sostituito il vecchio diritto internazionale. È dunque questo il prezzo per stare al passo con Kim Kardashian?