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Su “La donna è un’isola” di Auður Ava Ólafsdóttir

di Claudio Giunta

[Domenicale del Sole 24 ore, 25 agosto 2013]

Mi hanno chiesto di recensire questo libro non perché io sia particolarmente ferrato sui (o particolarmente interessato ai) romanzi contemporanei ma perché l’autrice è islandese, e io sono un islandofilo: sono stato in Islanda cinque volte, ne ho letto, ne ho scritto (senza mai mettermi a studiare l’islandese, ci mancherebbe), e ammorbo spesso i miei commensali con descrizioni ispirate del sublime paesaggio islandese, descrizioni che si chiudono di solito col mio dito indice che si agita davanti alla faccia perplessa dell’interlocutore e la frase «Non morite senza prima essere stati in Islanda».

Devo anzi dire che una volta ho persino incontrato Auður Ava Ólafsdóttir in un corridoio dell’Università d’Islanda a Reykjavík. Una stretta di mano, poche parole, ma mi sono bastate per capire che si trattava di una persona molto dolce e simpatica. Anche La donna è un’isola è un libro dolce e simpatico (oltre che singolarmente ben tradotto). Parla di un’islandese trentatreenne, di professione traduttrice, che viene lasciata dal marito senza però che la cosa la traumatizzi troppo, quindi vince due volte di fila alla lotteria, quindi parte per un viaggio in macchina verso il villaggio dell’est in cui viveva la nonna e in cui lei ha passato l’infanzia e l’adolescenza. Non viaggia da sola: con lei c’è Tumi, il figlio della sua scombinata amica Auður, che gliel’ha affidato per qualche tempo. Tumi ha quattro anni, è mezzo sordo, rachitico, ci vede poco e parla a monosillabi, salvo a pagina 226, quando diventa improvvisamente articolato, coi congiuntivi e tutto: «Potevo morire – mi dice, avvinghiandosi a me, – credevo che mi avessi abbandonato».

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