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Lo scrittore invisibile

di Matteo Marchesini

[«Il Foglio» del 3 maggio 2014]

Ho letto per la prima volta Berardinelli alla fine del liceo. Ed è stato subito un sollievo. Quel critico epigrafico e cordiale dava ordine e autorevolezza a molti pensieri che avevo già rimuginato a lungo in solitudine. Con una combinazione di empirismo e finezza teorica a me ignota, spiegava cosa succede ai libri in alcune situazioni pubbliche che tendono a neutralizzarne la carica eversiva: dentro le aule scolastiche, in mezzo alle assemblee politiche, nelle redazioni e negli uffici editoriali. Era il mio tema; e mie erano anche le sue conclusioni polemiche.

Vivevo infatti in un microcosmo bolognese in cui la cultura veniva usata come un mero lasciapassare sociale, e si presentava come un insieme di gerghi amministrati da gruppi sedicenti alternativi che emarginavano chiunque contestasse i loro rigidi quanto opachi presupposti ideologici. Leggendo Berardinelli mi sentivo meno solo. Eppure, non divorai subito la sua opera omnia. Forse perché, malgrado l'empatia, mi sembrava un po' sfuggente. Alla mia fame lirica e filosofica, la sue polemiche apparivano troppo generiche, troppo asistematiche e povere di proposte. Spesso Berardinelli mi abbandonava sulla soglia di un'intuizione, di un'analisi, di un'invettiva, senza darmi la soddisfazione di veder ristabilito almeno a parole un “ordine nuovo” diverso da quello improbabile che avevo davanti. Capii le ragioni del suo stile dopo averlo conosciuto.

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