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Su Renato Serra

di Matteo Marchesini

Il Foglio, 2 gennaio 2016

Esame 2Quando muore nel luglio del 1915 sul Podgora, Renato Serra non ha ancora trentun anni, ma si è già conquistato l’autorevolezza di un maestro; e di lì a poco, per i letterati della prima metà del Novecento, diventerà addirittura un mito. Questa fortuna, per apparente paradosso, è legata al suo isolamento. Malgrado abbia dialogato precocemente da pari a pari con i rappresentanti più significativi della cultura contemporanea (dai professori bolognesi ai vociani a Croce), la sua prima caratteristica sembra essere una costitutiva inappartenenza: non riesce a legarsi a nessuna esperienza di gruppo, non sposa nessun progetto teorico o poetico. Carducciano nel sentimento ma non nella fede, critico finissimo ma annoiato dalla letteratura, Serra avverte che l’umanesimo classicista in cui è cresciuto non dà più risposte attendibili alle angosce del nuovo secolo. E d’altra parte, non crede che la retorica delle accademie postunitarie possa essere validamente sostituita dal neoidealismo napoletano. E’ troppo attaccato all’umido dettaglio privato, e a una volubilità irriducibilmente individuale, per convertirsi alla filosofia dello Spirito. Del resto, anche Croce affonda le sue radici in un terreno pedagogico ottocentesco: con l’aggravante che le pagine della “Critica” non sprigionano nemmeno il calore fraterno dei cenacoli carducciani.

Il risultato di questa inappartenenza è una forma appena larvata di nichilismo. Di qui l’isolamento: che si rivela allora tutt’altro che astratto, e anzi complice di un clima storico molto preciso. Se Serra è diventato un mito, è anche perché ha espresso con accenti indimenticabili le angosce comuni a una generazione orfana delle certezze dei padri - una generazione che si sente “sciupata” prima che bruciata, e che per non consumarsi invano cerca anzi disperatamente una prova del fuoco capace di strapparla alla palude della rassegnazione, a una corrosiva tisi ideologica. Contro il senso sempre più vertiginoso di gratuità, i suoi intellettuali provano a definire un irraggiungibile ubi consistam: e ne deriva un aut aut già esistenzialistico, fissato in maniera esemplare da Michelstaedter e da Lukács.

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