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Su “Camminare il mondo” di Piero Camporesi

di Claudio Giunta

Il Foglio, 28 agosto 2021

Piero Camporesi è uno di quegli studiosi di cui di cui gli altri studiosi possono anche ignorare l’esistenza. Si può fare la prova (io l’ho fatta). Gli storici, anche quelli interessati alla storia culturale, e alla storia della cultura del popolo piuttosto che di quella delle élite, hanno più familiarità con i libri di Burke o di Ginzburg che con i suoi. Quanto ai letterati, dato che i suoi studi hanno riguardato soprattutto la prima età moderna, chi si occupa della letteratura di altre epoche generalmente non lo legge. E chi si occupa di grandi scrittori, o di scrittori colti (e di scrittori autori e scrittori colti ci si occupa di solito nei dipartimenti di Lettere), di rado è interessato a seguire Camporesi nella sua discesa nei bassifondi della cultura. Nei suoi libri affiorano qua e là nomi celebri, come Ariosto o Tasso o Campanella. Ma tutti, anche questi sommi, sembrano travolti da un’onda di irrazionalità che neanche a loro consente di sollevare il capo, anche loro appaiono come uomini del loro tempo, che è un tempo di ignoranza, superstizione, magia. Leggere Camporesi è un po’ come guardare un quadro di Bosch: la sua musa è il brulichio, il flusso ingovernato della vita. E c’è da considerare un ultimo elemento: che nonostante l’ampio respiro, l’audacia a volte, di certe sue interpretazioni, Camporesi è stato, in un’epoca iper-teoretica, uno studioso che non ha mai prestato troppa attenzione alla teoria letteraria, e non ne ha prodotta, e ciò ha fatto sì che i risultati delle sue ricerche non venissero valorizzati e adoperati al di fuori di una cerchia piuttosto ristretta d’interessi, o non con la frequenza e la facilità con cui si sono adoperate e citate le ricerche più – diciamo – orientate alla teoria della cultura popolare di studiosi come Propp o Bachtin, o i suddetti Burke e Ginzburg. Un grande studioso, quindi, che non ha però tutti i lettori che dovrebbe avere. Tanto più meritoria è l’iniziativa del Saggiatore, che qualche anno fa ha cominciato a ripubblicare i suoi libri. È appena uscito, se conto bene, l’ottavo, che è anche il suo ultimo pubblicato in vita: Camminare il mondo. Vita e avventure di Leonardo Fioravanti, medico del Cinquecento (1997: Camporesi è morto nello stesso anno). Dopo una tradizionale formazione di italianista all’Università di Bologna, con monografie erudite e dotte edizioni di Ludovico di Breme, a partire dai primi anni Settanta Camporesi si è immerso in quella che Burke avrebbe chiamato la Piccola Tradizione, riportando alla luce testi dimenticati, ma anche raccontando le vite degli autori di quei testi, tipi strani e geniali, noti ma non notissimi come Giulio Cesare Croce, Lorenzo Magalotti, Pellegrino Artusi; ma anche illustri sconosciuti come appunto il bizzarro medico-avventuriero del quale in questo libro si ricostruisce la vicenda. Bolognese d’origine, Leonardo Fioravanti (1517-post 1583) è probabilmente un autodidatta: anziché imparare la medicina sui banchi dell’università, si mette in viaggio e raccoglie esperienze: «cammina il mondo», come scrive lui stesso, «per mare e per terra, vedendo i secreti della natural filosofia e le differenze che sono tra una regione e l’altra». È un’empiria che a Camporesi doveva piacere, così come doveva piacergli – a lui che era disgustato dall’omologazione imposta dalla civiltà di massa – il proposito di girare il mondo per imparare gli usi e le tecniche dei vari maestri nelle diverse regioni d’Italia. Il libro segue le peregrinazioni di Fioravanti dalla Sicilia a Napoli, dal Nordafrica a Venezia, all’Istria, alla Spagna, attingendo alle opere scientifiche dello stesso Fioravanti, insolitamente ricche di spunti autobiografici, e a inediti documenti d’archivio. Camporesi non intendeva il lavoro intellettuale semplicemente come lettura e scrittura a tavolino ma anche come esplorazione di biblioteche e archivi, come ricerca nel senso pieno della parola: e qui un frutto particolarmente prezioso di questa esplorazione sono le lettere spedite da Fioravanti a Alfonso II d’Este o a Cosimo de’ Medici e stampate in calce al volume (Fioravanti offre i suoi consigli e servigi di guaritore, ma non risulta venisse ascoltato, e neppure ricevuto, dai due prìncipi). A parte il divertimento che viene dal fare la conoscenza di un uomo tanto originale, e di un’esistenza tanto mobile, il saggio di Camporesi illumina alcuni aspetti della cultura cinquecentesca che possono interessare anche il lettore non specialista. La storia della pratica medica, innanzitutto, in un’epoca nella quale il confine tra medicina e cura esteriore del corpo (intesa anche come maquillage) era abbastanza labile, e in cui a esercitare la professione di chirurgo era spesso il barbiere del villaggio. Fioravanti è, si diceva, un pratico non un teorico. Nei suoi libri ironizza sui medici che vogliono curare troppo, sui seguaci troppo pedestri di Galeno o Ippocrate o Paracelso; per lui, il vero medico è colui che conosce bene la chimica e soprattutto la botanica, che sa trattare le piante medicinali, distillare elisir, somministrare diete: solo la «santa esperienza» può salvare i pazienti da quei «mal prattichi medici» che «con quattro parole rubate da Galeno overo da Avicenna» si atteggiano a «maestri finti». La medicina, obietta, è «quasi un’agricoltura degli uomini»: perciò ha scarsa fiducia nell’anatomia e molta invece in quella saggezza popolare che va raccogliendo nei suoi viaggi lungo la penisola. Di qui la sua atipicità e il suo isolamento presso i contemporanei, e le frecciate degli avversari, e qualche giorno passato in prigione per le denunce dei collegi dei medici: «Era insolito ai suoi tempi – osserva Camporesi – che un medico uscito dalle scuole galeniche si degnasse d’avvicinarsi ai saperi del mondo analfabeta o addirittura applicasse anche agli uomini le terapie popolari, usate per curare le malattie degli animali»; di qui anche il sano buon senso che, in un clima culturale abitato da streghe e demoni, lo porta a cercare sempre una spiegazione razionale ai malanni del corpo, e a collaudare tecniche di cura dedotte dal mondo vegetale o animale. Recuperare la salute significa in sostanza espellere dal corpo ciò che al corpo è nocivo, dunque defecare, orinare, vomitare, sudare, e in questo fondamentale settore – spiega Fioravanti nel trattato Della fisica – la terra italiana non teme il confronto con i Paesi esotici di cui si cominciava a favoleggiare: «Questa provincia d’Italia è la più abondante di quante si possino trovare dall’India, dal Cataio, Marocco e Spagna, perché se noi vogliamo far cacare uno infermo, avemo il polipodio, la siena, l’aloe, la mercorella, l’ebulo, la soldanella e infiniti altri semplici, qui lascio per brevità, percioché questi che ho nominati basteriano a far cacare quaranta milia persone; e se vogliamo far vomitare, avemo le radici del sambuco, la catapucia, la gratiadei […]. E se volemo far pisciare, avemo la malva, l’alcachenge, il centum nodis […]. E se volemo far sudare, abbiamo cose che fariano sudare una pecora che fosse morta». Come si vede, non è uno scrittore che manchi di verve e icasticità. E non manca nemmeno di, diciamo così, autocoscienza autoriale. Sceglie di scrivere in volgare, in ogni suo libro, un po’ perché probabilmente non se la cava molto bene col latino, un po’ perché vuole raggiungere un pubblico più vasto di quello dei maestri delle università. «Bisogna per necessità – scrive nei Capricci medicinali – che vi sia più sorti di scrittori, che ve ne sia per gli spirti letterati et grandi, et per quelli che sono mezzani […]. Sì che se questa opera mia non sarà per quelli di mediocre qualità, almeno sarà per quelli che intendono poco, et così ognuno haverà il cibo suo». L’invenzione della stampa asseconda i suoi piani. I suoi libri, stampati quasi tutti a Venezia nel terzo quarto del Cinquecento, hanno grande smercio, e presto cominciano a essere tradotti in Inghilterra, Francia, Germania. Fioravanti comprende che l’industria tipografica sta rivoluzionando non solo il mercato del sapere ma gli stessi modi dell’acculturazione, e che un nuovo pubblico di non letterati può essere raggiunto dal professionista che si adatti a scrivere in volgare, adoperando termini dell’uso o mutuandoli dal latino dei dotti. Nello Specchio di scienza universale osserva che c’era un tempo in cui i medici scrivevano i loro libri in latino e «facevano credere alle genti tutto quello che loro volevano»; ora la stampa facilita la diffusione delle informazioni, sicché – scrive – i gattini «hanno aperto gli occhi, perché ciascuno può vedere e intendere il fatto suo, in modo che noi altri medici non possiamo più cacciar carotte alle genti, come facevano quei primi nostri antecessori, che facevano credere a gli infermi che gli asini volassero e tutto era loro creduto». Sempre nello Specchio, pronostica un tempo in cui tutti saranno scienziati grazie alla diffusione della stampa: «Forse un giorno verrà tempo che tutti saremo dottori a un modo … perché ognuno che voglia un poco affaticarsi il cervello può esser dotto: e la causa di ciò è stata la stampa, quale ha fatto tanto beneficio al mondo». Il suo nome circola, i suoi specifici circolano per l’Italia, fioccano gli inviti, le lettere di medici che vorrebbero conoscere i suoi segreti, le sue ricette. Ma per quanto democraticamente ambisca a parlare al pubblico senza mediazioni, Fioravanti sa che la sua fama e il suo benessere sono legati al possesso di ‘segreti’ di cui nessun altro dispone. Il paracelsiano Tomaso Zefiriele Bovio (1521-1609) gli scrive per avere la formula del suo preparato contro la gotta; Fioravanti rifiuta, perché «il secreto Iddio benedetto per sua misericordia, pietà e bontà l’ha voluto rivelare a me acciò me ne serva io nelle mie occorrenze e non lo butti via». E a un collega di Sulmona scrive: «Vi mandarò il rimedio, ma non il secreto, perché lo voglio appresso di me». Così funzionava la ricerca scientifica nell’età premoderna: si cercava da soli, e se si trovava qualcosa lo si teneva per sé. Il fan di Camporesi comprerà anche questo nuovo-vecchio libro e non resterà deluso. Ma il fan di Camporesi sa anche che leggere Camporesi non è una passeggiata. La qualità della sua prosa è fuori discussione, soprattutto se la si paragona a quella degli studiosi di letteratura della sua generazione, infettati dagli idioletti dei ‘metodi di analisi’; ma è una prosa che sazia in fretta. Aveva un talento affabulatorio fuori del comune, che qui affiora per esempio nella bella pagina in cui descrive l’arrivo di Fioravanti a Palermo: «Stava vivendo un autunno ben diverso da quelli a lui famigliari: l’aria asciutta, il cielo libero dalle nebbie che gravavano solitamente sulla sua patria lontana i venti d’austro che increspavano le palme, i gridi incomprensibili dei venditori di strada, il sentore ovunque diffuso di zafferano, di anice, di comino, gli allettamenti di una cucina speziata e profumata … lo resero smemorato e felice». Ma, come mostrano anche solo queste righe, il suo stile era sovrabbondante, gonfio d’immagini e di parole. Esistono studiosi che abbagliano col rigore delle loro dimostrazioni, o che seducono con l’intelligenza e l’imprevedibilità degli accostamenti, o con la felicità di certe definizioni critiche; Camporesi lavorava piuttosto sulla quantità, cioè travolgeva il lettore riversando nelle sue pagine i frutti di una schedatura che si direbbe infinita. Oltre che una favolosa erudizione, questa caratteristica del suo stile argomentativo sembra rispecchiare la natura di quello che è stato il suo materiale di studio d’elezione, cioè la prosa non narrativa tra Cinque e Settecento. Può piacere, ma può anche scoraggiare chi non è abituato a tanta facondia: forse Il pane selvaggio (sempre Il Saggiatore 2016) consente un accessus a Camporesi un po’ più morbido; e ancora di più lo consente quello che secondo me è il capolavoro di questo studioso, il capitolo sulla cultura popolare scritto per la Storia d’Italia Einaudi, ripubblicato trent’anni fa in volume col titolo Rustici e buffoni ma non più in catalogo, e irreperibile anche su Amazon. Courage!