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Su “Casa di carte” di Matteo Marchesini

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 24 marzo 2019

Nelle ultime settimane mi è capitato di leggere, alternandoli, un libretto di un professore di letteratura internazionalmente noto, uno dei non molti viventi ben installati nei syllabus dei corsi universitari, e il libro Casa di carte, che raccoglie gli ultimi saggi sulla letteratura contemporanea, Dal boom ai social, di Matteo Marchesini. Ho abbandonato il libretto da syllabus dopo una trentina di pagine, perché ci ho riconosciuto tutti gli stigmi della critica universitaria più ingenua (si sa che l’ingenuità universitaria va quasi sempre in giro mascherata da coolness): la sprezzatura che porta ad alludere, a evocare, più che a spiegare compiutamente un libro o un autore; la capziosità dell’analisi formale, cioè la sopravvalutazione di certi trascurabili fatti di stile al solo scopo di avallare le interpretazioni più cervellotiche e falsamente brillanti; la fiducia nel potere taumaturgico di autori che hanno pensato e scritto spesso in una tutt’altra età del mondo, e di riflesso il consueto patetico campionario delle citazioni esornative da dottorando in trance agonistica (Gramsci, francofortesi, Foucault, Jameson eccetera). Di saggi del genere, che più che parlare dei libri ci girano elegantemente attorno, ne escono in continuazione, e si capisce perché. La letteratura è un mestiere per un piccolissimo numero di scrittori e per un grandissimo numero di addetti universitari alla letteratura, e gli addetti, per restare addetti, devono produrre (il verbo è produrre) cose del genere, o più inutili e sgraziate. Sommersi da questa schiuma, tendiamo a dimenticare che la cosa davvero importante, quando ci si trova davanti a un libro e si fa il mestiere dei letterati, è leggerlo con attenzione e poi dire in un certo numero di righe e in buon italiano delle cose sensate intorno ad esso. È un esercizio difficile perché non c’è paracadute, non ci si può salvare ‘allargando il discorso’, riassumendo la storia della critica, mettendosi a parlare di fonti e influenze: si è soli, bisogna buttarsi, dire la propria. Ma dal momento che dire la propria è precisamente l’attitudine che l’università scoraggia, per scongiurare l’impressionismo, non è strano che a tenere viva questa pratica non siano ormai tanto gli accademici (che fanno le edizioni critiche, curano gli epistolari, riassumono la storia della critica, comparano) quanto gli scrittori stessi, o quei rari lettori ‘militanti’ che non dovendo concorrere a una cattedra possono seguire liberamente il loro estro e la loro intelligenza, cioè possono mettere l’uno e l’altro al servizio del libro di cui parlano e del lettore a cui si rivolgono. Mi pare che pochissimi, oggi, e direi nessuno della sua generazione, facciano questo esercizio meglio di Matteo Marchesini. Lo dico a dispetto del fatto che la mia ammirazione per lui è l’ammirazione che si prova nei confronti del diverso, dell’estraneo quasi, perché né la sua scrittura né il suo modo di argomentare né la sua postura mi sono davvero congeniali. Io predico e cerco di praticare una scrittura asciutta, funzionale allo scopo (che in genere è spiegare perché un dato libro deve o non dev’essere letto), una specie di italiano tradotto dall’inglese, a basso tasso di letterarietà. La scrittura di Marchesini, al contrario, è gonfia, sovraccarica, asiana. Nei suoi periodi non c’è sostantivo che non sia preceduto da un aggettivo, più aggettivi, spesso vagamente stranianti («la spessa, purulenta e ormai impopolare realtà», «il nulla museale di una pacificazione perfetta, permanente»), si sprecano i pun («sperimentando non il concetto del sentimento ma il sentimento del concetto»), le metafore si affastellano, a volte un po’ fuori controllo («una realtà che comincia a somigliare a una coperta troppo stretta da cui spuntano brandelli di caos nudo e insensato»). Leggerlo è un impegno, più che un piacere, e pur nell’ammirazione per il bello stile, quando è bello, l’atticista non riesce mai a liberarsi dell’idea che a quei periodi gioverebbe una severa cura dimagrante. Quanto all’argomentazione, il mio super-io universitario m’impedisce di essere allusivo o tranchant, m’impone di documentare sempre con pazienza, mentre la prosa di Marchesini è piena di giudizi liquidatori, approssimazioni, scorciatoie (il suo tic stilistico più ricorrente, per situare un autore o un’opera, è la formula tra X e Y – qui un caso-limite, quasi autoparodico: «La Storia di Bassani, dove Manzoni corregge Flaubert e Henry James Benedetto Croce, è una vicenda divisa tra la pietra inanimata dell’epigrafe e il vapore svanente degli spettri»). Quanto alla postura, anche solo questi pochi estratti lasciano intendere che leggerezza e understatement non sono le sue muse: e anzi ogni tanto affiora in lui una tendenza a ‘fare grande’ non molto diversa da quella che censura, con molta ragione e molto spirito, in certi scrittori contemporanei. L’impressione, leggendo Casa di carte, a cominciare dagli aforismi che aprono il libro (forse la raccolta dei propri detti memorabili andrebbe lasciata ai posteri), è che ogni discorso sulla letteratura adombri una battaglia contro un nemico plurale e strapotente (l’Avanguardia, i nuovi narratori, lo Spirito del tempo, la stupidità): e questo esacerbato agonismo spiega forse la sua devozione per Fortini, che non capisco bene come possa accordarsi con la devozione ai liberali anglosassoni, o a uno scrittore come La Capria, o ai non allineati italiani di cui ha scritto, splendidamente, in un libretto precedente (Soli e civili). Per il resto, c’è solo da elogiare, perché Marchesini ha il dono. Il dono non è solo quello – necessario a ogni critico autentico – di aver letto moltissimo e dunque di saper leggere e spiegare con la propria voce, senza quell’effetto di eco che si percepisce in tanta critica accademica; è il dono di chi di uno scrittore o di un libro sa vedere con intelligenza sia le ragioni intime, l’etimo spirituale (in Casa di carte vedi per esempio i saggi su Rea o Siti, o il mirabile pastiche su Arbasino), sia le ragioni storiche, cioè la posizione che lo scrittore o il libro occupano nella letteratura anzi nella cultura del secolo (venendo da studi filosofici, per Marchesini è tanto naturale misurare i suoi autori sullo sfondo di Kierkegaard o Arendt quanto di Debenedetti o Baldacci): vedi qui in particolare il capitolo sulla ricezione di Saba o quello sulla situazione della poesia italiana contemporanea (Il poeta Bovary). Così il dono del critico si sdoppia in quello anche più raro dello storiografo. In Casa di carte e nel precedente Da Pascoli a Busi Marchesini ha provato a ridescrivere la letteratura italiana del Novecento. Lo ha fatto per frammenti, con l’animo del pubblicista e del critico militante, cioè l’opposto di quello che ispira certe atroci monografie concorsuali che per l’ansia di catalogare l’universo mondo finiscono per abdicare al giudizio, dignificando anche la paccottiglia per la sola ragione che c’è stata. Ma la somma dei frammenti mette capo a una visione: idiosincratica, parziale, dunque contestabilissima – ma, mi pare, la più interessante e viva tra quelle prodotte dalla critica letteraria di questi anni. Matteo Marchesini, Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social, Milano, Il Saggiatore 2019.