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Di che cosa parliamo quando parliamo di scuola digitale?

di Claudio Giunta

Internazionale online

Gli italiani non possono proprio tollerare troppa realtà: così, umiliata dalle cose come sono, l’immaginazione vola sul pianeta delle cose come dovrebbero essere. A Messina non esce l’acqua dai rubinetti? Basta farsi portare dall’agile speme sul pianeta ‘ponte sullo Stretto’, e l’arsura si spegne. Ci manca la cucina? Compriamo il salotto. Legata com’è a quell’età splendida in cui tutto è ancora da fare, da inventare, la scuola è il luogo d’elezione per questi così umani scambi tra ciò che è reale e ciò che irrazionale.

Si dice: istruire bene tutti quanti non è difficile, è impossibile; e non solo perché non tutti sono disposti a farsi istruire bene, ma perché non tutti i professori sono buoni professori, e mediocri professori formeranno, nella gran parte dei casi, mediocri studenti. La mediazione umana è indispensabile, e quasi tutto dipende, allora, dalla qualità dei mediatori.

O no? L’età digitale lascia intravedere un rimedio, l’uso del computer e di internet a scopi educativi: sia che quest’uso finisca per abolire la mediazione umana (è in parte la logica dei Moocs), sia che il computer e internet vengano adoperati in classe o a casa, dagli studenti.

Abbiamo visto abbastanza, ormai, per sapere che la salvezza non verrà da lì? Che la palingenesi promessa dal ‘digitale in classe’ non è stata e non sarà una palingenesi? E anzi: potrebbe essere una lastra tombale sulla scuola come dovrebbe essere? È questa l’idea di fondo dell’ultimo saggio di uno dei più intelligenti tra i nostri studiosi di storia dell’educazione, Adolfo Scotto di Luzio: Senza educazione. I rischi della scuola 2.0 (Il Mulino, 12 euro). Siamo davvero sicuri – si chiede Scotto di Luzio – che l’acquisto di strumenti tecnologici per le scuole sia ciò di cui le scuole hanno bisogno? Siamo sicuri che l’impiego delle nuove tecnologie nella didattica migliori la preparazione degli studenti? No, risponde, non siamo sicuri di niente.

Al contrario: vediamo che i soldi spesi in tecnologia sono soldi che potrebbero essere spesi meglio, pagando di più gli insegnanti, e quindi rendendo più appetibile questa carriera, acquistando libri, restaurando gli edifici; vediamo che l’aggiornamento tecnologico si trasforma presto in una specie di capestro, perché ciò che era nuova tecnologia appena ieri è obsoleto oggi, e le cose si rompono, s’inceppano, si rubano, vanno sostituite con altre che altrettanto rapidamente si romperanno, s’incepperanno, verranno rubate («Dare un computer a una scuola significa allora generare un vincolo ulteriore per istituzioni tipicamente sottofinanziate e, come spesso accade, è il modo migliore per fare delle loro aule una sorta di ‘fiera del modernariato elettronico’»); vediamo che adoperando il digitale l’apprendimento dei ragazzi non migliora, o migliora a volte sì e a volte no, in maniera non predittibile.

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