Libri

Su “La via della dottrina” di Annalisa Andreoni

  di Claudio Giunta


[Sul Domenicale del Sole 24 ore, 28 ottobre 2012]

Commentare Petrarca, leggere Dante in pubblico, tradurre la Poetica di Aristotele: si può immaginare una vita più riposata, un modo più placido di passare il tempo? Invece no. Chi oggi resta allibito di fronte alla violenza delle liti tra intellettuali, sui giornali e nei blog culturali, impara con un certo sollievo che questi sono sempre stati i costumi della categoria, e che le stesse cose succedevano, o peggio, nella Firenze di metà Cinquecento.

Per più di vent’anni, Benedetto Varchi ebbe un ruolo di grande rilievo all’interno dell’Accademia Fiorentina, vi lesse Dante e Petrarca, ne fu console per un semestre, come usava, nel 1545. Il bel libro di Annalisa Andreoni La via della dottrina ripercorre questa parte centrale della vita di Varchi concentrandosi sulle sue lezioni accademiche, sul contesto nel quale queste lezioni cadevano e sui tormentati rapporti che Varchi intrattenne coi suoi colleghi in Accademia.

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Cultura e società

Sulla Crusca, l’ultima volta, con parole ancora leggermente diverse

  di Claudio Giunta


[Corriere Fiorentino, 4 settembre 2011]

Che un emendamento alla legge finanziaria salvi l’Accademia della Crusca è un’ottima cosa (mentre non so se sia un’ottima cosa che così si salvino tutti gli enti che hanno meno di settanta dipendenti: perché ce ne saranno senz’altro di superflui, o da accorpare). Ottimo anche che si promettano soldi che daranno alla Crusca «stabilità strutturale» e qualche chance in più per «programmare il futuro». Queste due ottime notizie non sono, per la verità, inaspettate: perché in Italia, questa Repubblica fondata sul vivacchiare, i cerotti si trovano sempre; e perché nessun ministro ha voglia di legare il suo nome alla chiusura di un’istituzione che è lì da mezzo millennio.

Ma a questo punto l’occasione potrebbe essere buona per riflettere veramente – e non solo retoricamente – sul senso che possono avere oggi istituzioni come la Crusca. Ora, nessuno mette in dubbio che gli asili, le scuole e le università servano a qualcosa, che imparare sia meglio che non imparare e che sia giusto che lo Stato paghi degli insegnanti per istruire i nostri figli in discipline tanto disparate quanto la matematica, la geografia e la ginnastica. I frutti di questa istruzione si vedono molto rapidamente (o non si vedono molto rapidamente, se l’istruzione manca): i nostri figli imparano, crescono, se sono fortunati trovano un lavoro. È più difficile vedere la verità che sta all’altro capo del processo di apprendimento, in alto. Perché così come è puerile pensare di poter avere tante piccole università di Harvard senza avere delle scuole elementari decenti (un pensiero, purtroppo, assai diffuso), allo stesso modo è assurdo pensare di poter avere delle scuole decenti senza un’adeguata rete di formazione per gli studiosi e i futuri docenti. Ci vogliono le due cose, bisogna finanziare in basso e bisogna finanziare (selettivamente) in alto: università, laboratori, centri di ricerca, biblioteche.

Dato che su questi buoni sentimenti immagino ci sia un ampio e distratto consenso, cercherò di essere più concreto. Le istituzioni come la Crusca organizzano seminari, congressi, stabiliscono rapporti scientifici con i paesi esteri, fanno divulgazione, presenziano alle varie e per lo più perfettamente inutili celebrazioni dell’italiano e dell’Italia che la Retorica Nazionale secerne come pus con cadenza bimestrale. Sono tutte cose importanti (tranne il pus, magari). Ma la cosa che devono fare soprattutto le istituzioni come la Crusca è assicurarsi che, per dirlo con una metafora, il testimone non cada: e cioè che studiosi giovani continuino il lavoro degli studiosi più anziani, lo discutano, lo migliorino, e poi vadano a insegnare, e formino a loro volta dei nuovi insegnanti, e così via. Questo, ripeto, vale per la Crusca come per qualsiasi altra istituzione in cui si fa ricerca, università in testa. Fossi il ministro, alla direttrice della Crusca direi: «Ecco i soldi, non per sei mesi ma per dieci anni, perché per dieci anni non vogliamo più sentire i vostri lamenti. Potete spenderli come volete. Ma apprezzeremmo molto se la fetta più grossa venisse spesa per finanziare borse di studio o contratti triennali o quinquennali per giovani laureati in storia della lingua, o in filologia, o in linguistica. Perché vogliamo che questa gente studi, scriva e insegni. Certo, non sono cose che si vedono molto, non leggeremo spesso il nome della Crusca sui giornali. Ecco: non importa. Di cultura si parla anche troppo, e se ne fa troppo poca. Ci fidiamo della vostra serietà e del vostro silenzioso lavoro. Ci sentiamo tra dieci anni».

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Cultura e società

Sempre sull’Accademia della Crusca, con parole un po’ diverse

  di Claudio Giunta

[Il Sole 24 ore, 28 agosto 2011]

«Dopotutto, perché non chiuderla? L’Accademia della Crusca aveva un senso nel 1650, o nel 1950, quando a decidere come si parlava e come si scriveva erano i professori. Adesso, con trecento canali satellitari e il più alto tasso d’immigrazione della nostra storia, chi li ascolta più? Dunque dichiariamo defunta questa parvenza di Autorità e spendiamo i nostri soldi in cose più sensate e più utili». Questa posizione non è la mia posizione, ma è perfettamente legittima (e mi aspetterei anzi che una destra tecnocratica seria la facesse propria). Solo che poggia su un equivoco. Perché istituzioni come l’Accademia della Crusca non hanno il compito di proteggere la nostra lingua bensì quello di proteggere la conoscenza della nostra lingua. È diverso. Nel primo caso si danno delle regole (che verranno o non verranno ascoltate); nel secondo s’insegna a studiare e a riflettere.
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Cultura e società

Perché mai finanziare l’Accademia della Crusca?

  di Claudio Giunta


[Corriere Fiorentino, 17 agosto 2011]

Difendere una lingua non è un’impresa che abbia molto senso. E ne ha ancora di meno investire dei soldi nella difesa. Una lingua non è un territorio chiuso da confini, che si può presidiare con un esercito; e non è neanche un organismo su cui si può legiferare con qualche speranza di essere obbediti. Con trecento canali satellitari e il più grande flusso immigratorio della nostra storia, è molto difficile che una Suprema Autorità possa imporre a tutti i cittadini italiani di dire ‘va bene’ invece di ‘ok’ e ‘subito’ invece di ‘da subito’. Quello che una nazione civile deve fare non è difendere la sua lingua, ma studiarla con serietà e farla conoscere al maggior numero possibile di persone. Questo si fa all’asilo, a scuola, all’università. Ma in molte nazioni europee si è pensato di fondare delle accademie che, a un livello ancora più alto, coordinino e favoriscano gli studi sulla lingua nazionale.
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