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	<title>Claudio Giunta</title>
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		<title>Davvero pochi soldi, ben spesi. E ora?</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 21:29:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Viriglio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cose che riguardano l'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[M5S]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Viriglio]]></category>

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		<description><![CDATA[[Il Mulino online, 13 maggio 2013] L’11 aprile 2013 il M5S ha reso noto su Internet di aver raccolto € 774.208,05 e speso € 348.506,49 per l’ultima campagna elettorale. Mi pare così provata la tesi di un mio precedente articolo: questo partito ha condotto una campagna efficace, poco dispendiosa, basata solo su donazioni e volontariato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/05/scissors.png"><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-2218" title="scissors" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/05/scissors-e1368566893164.png" alt="" width="400" height="221" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[<em>Il Mulino online</em>, 13 maggio 2013]<span style="color: #888888;"><em> </em></span> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">L’11 aprile 2013 il M5S ha reso noto su Internet di aver raccolto € 774.208,05 e speso € 348.506,49 </span><a style="font-size: 13px; line-height: 19px;" href="http://www.beppegrillo.it/movimento/donazioni/" target="_blank">per l’ultima campagna elettorale</a><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">. Mi pare così provata la tesi di un mio </span><a style="font-size: 13px; line-height: 19px;" href="http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:2056" target="_blank">precedente articolo</a><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">: questo partito ha condotto una campagna efficace, poco dispendiosa, basata solo su donazioni e volontariato, sebbene nelle democrazie occidentali i costi per le campagne elettorali degli ultimi anni abbiano raggiunto cifre iperboliche.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Sennonché questa diffusione di dati rappresenta un miscuglio di autonomia ed eteronomia, ma capace al contempo di svelare una realtà sorprendente: oggi la legge non garantisce a tutti di conoscere facilmente (in Internet, da unica fonte) <em>chi</em> e <em>quanto</em> abbia finanziato un partito o un candidato per l’elezione a Camera e Senato, né prima, né durante, né dopo la campagna elettorale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna norma imponeva al M5S questa diffusione.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2215"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Per accedere ai finanziamenti pubblici i partiti devono presentare (art. 12, l. 515/1993) a Camera e Senato i consuntivi di campagna elettorale (finanziamenti propri e da privati; spese), non pubblicati in Internet, controllati dalla Corte dei Conti con atto che è pubblicato in Internet e riporta solo il totale dei finanziamenti: ad es. per le <a href="http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/controllo_spese_elettorali/delibera_cse_9_2009.pdf" target="_blank">elezioni 2008</a> risultano per il Popolo della Libertà € 52.673.186, per il PD € 19.787.787.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni candidato deve presentare analogo consuntivo personale a Camera o Senato, nonché al Collegio regionale di garanzia elettorale per un controllo di regolarità (artt. 7-14, l. 515/1993); questi consuntivi personali devono contenere le dichiarazioni congiunte (erogante, ricevente) sui finanziamenti o contributi da privati (art. 2, l. 441/1982). Tuttavia i consuntivi e i controlli non sembrano pubblicati in rete (v. i Collegi <a href="http://www.giustizia.piemonte.it/CorteAppelloTorino/i_collegio_elettorale.aspx" target="_blank">piemontese</a> e <a href="http://www.giustizia.lazio.it/appello.it/base.php?sx=sx_cda_menu.php&amp;inf=cda_coll_reg.php&amp;bc=36" target="_blank">laziale</a>); le dichiarazioni devono essere pubblicate su bollettino cartaceo della rispettiva camera (art. 9, l. 441/1982) e possono essere pubblicate in rete grazie alla bontà dei singoli <a href="http://www.camera.it/leg17/1003" target="_blank">deputati</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ulteriori dichiarazioni congiunte devono essere rese alla Camera (fra gli altri) da parlamentari, gruppi, partiti, quand’anche il finanziamento o contributo privato non sia erogato per campagna elettorale (art. 4, l. 659/1981), ma esse non sono accessibili in rete. Si è avuta di recente notizia sulla <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/02/onorevoli-prada-e-coop-40-milioni-dei-privati-ai-partiti/580496/" target="_blank">stampa</a> di tali dichiarazioni (1.12.2012-30.04.2013), con dati complessivi rilevanti (€ 40.000.000).</p>
<p style="text-align: justify;">Il M5S ha ricevuto tante “piccole” donazioni (per poche decine o centinaia di euro, al più € 2.500), ma non ha pubblicato i nomi dei donatori (solo iniziali, data, mezzo di pagamento).</p>
<p style="text-align: justify;">La mancata pubblicazione dipende da una libera scelta del M5S, ma sarebbe difficile contestare l’omissione, se persino le dichiarazioni della l. 659/1981 (di fatto ignote) si devono rendere solo quando il contributo o finanziamento supera nell’anno € 5.000 (fino al 2012 la soglia era € 50.000). D’altronde non esistono limiti massimi e quelli soggettivi sono blandi: le amministrazioni e le società pubbliche non possono finanziare o contribuire, ogni altra società può farlo con decisione dell’organo competente iscritta a bilancio (art. 7, l. 195/1974), i singoli senz’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse verrà un disvelamento: i futuri rendiconti annuali delle forze politiche (altro adempimento: art. 8, l. 2/1997) dovranno contenere l’identità di chi dona qualsiasi importo ed essere pubblicati <em>open data</em> in Internet (art. 9, l. 96/2012). Non è però chiaro se debba essere indicato anche chi dona per un’elezione; comunque il disvelamento verrà dal 2014 ed <em>ex post</em>, dopo il controllo di un nuovo organo, di cui finora si sanno <a href="http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario;jsessionid=ExtG86BM9wqDAP5up73lqw__.ntc-as1-guri2a?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2012-12-04&amp;atto.codiceRedazionale=12A12847&amp;elenco30giorni=false" target="_blank">il lungo nome e la composizione</a>. Infine – ecco l’ironia – la mancata o irregolare presentazione o pubblicazione in Internet di questi rendiconti comporterà solo riduzioni dei finanziamenti pubblici, cui rinunciano alcune forze politiche (il M5S, i <a href="http://www.radicali.it/contenuto/trasparenza-autofinanziamento" target="_blank">Radicali</a>): quindi per esse la diffusione dei dati potrebbe continuare a dipendere dal loro buon cuore (volontà-capacità di trasparenza).</p>
<p style="text-align: justify;">Il M5S ha indicato categorie di spesa liberamente definite, senza giustificativi, <a href="http://www.beppegrillo.it/2013/04/rendicontazione_delle_spese.html" target="_blank">ringraziando</a> i fornitori che non hanno richiesto compenso. Se il M5S rinuncia ai finanziamenti pubblici, è dubbio se debba presentare i consuntivi di campagna elettorale, preordinati ad accedere a tali finanziamenti, per i quali la legge almeno definisce le spese ammissibili imponendone la prova (artt. 11-12, l. 515/1993). Né è irrilevante sapere chi abbia fornito gratis un bene o servizio, perché questa è donazione e i beni o servizi donati hanno un valore economico, traducibile in denaro, che dunque si può indicare.</p>
<p style="text-align: justify;">Da tempo si discute se abolire o ridurre i finanziamenti pubblici. Forse, anzi a maggior ragione occorre oggi rivedere anche la regolazione dei finanziamenti privati, che potrebbero divenire l’unica o principale fonte di sostentamento dei partiti, anzitutto concentrando in un’unica istituzione pubblica i flussi di dati in entrata dai partiti e in uscita su Internet, nonché il controllo. Credo che le esigenze di trasparenza e informazione di elettori e stampa debbano almeno essere bilanciate meglio con quelle di riservatezza, talvolta invocate con l’argomento secondo cui il possibile donante, sapendo che chiunque potrebbe facilmente sapere della donazione, sarebbe indotto a non donare per evitare ritorsioni; quindi quest’ultimo e il partito vedrebbero limitata la propria azione e i propri diritti costituzionali nella sfera politica. Argomento tutto da dimostrare.</p>
<a class="wpptopdf" target="_blank" rel="noindex,nofollow" href="http://www.claudiogiunta.it/2013/05/davvero-pochi-soldi-ben-spesi-e-ora/?format=pdf" title="Download PDF"><img alt="Scarica l'articolo in PDF" title="Scarica l'articolo in PDF" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/plugins/wp-post-to-pdf/asset/images/pdf.png">Crea un pdf di questo articolo</a>]]></content:encoded>
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		<title>La superficie del Bangladesh</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 13:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Bangladesh]]></category>
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		<description><![CDATA[[www.internazionale.it] «Lo vedi? Eh? Lo vedi il Bangladesh?», e punta il dito sulla cartina, non precisamente sul Bangladesh ma sul mare un po’ più in basso, picchietta il dito sul Golfo del Bengala. Ci siamo incontrati mezzo minuto fa, in Italia ci daremmo del lei, a Parigi ci daremmo del lei, ma qui no, qui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/05/Made-in-Bangladesh-2.jpg"></a><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/05/MIB.jpg"><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-2212" title="MIB" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/05/MIB-e1368548511335.jpg" alt="" width="411" height="343" /></a></p>
<p style="text-align: center;">[<strong><a href="http://www.internazionale.it" target="_blank">www.internazionale.it</a></strong>]</p>
<p style="text-align: justify;">«Lo vedi? Eh? Lo vedi il Bangladesh?», e punta il dito sulla cartina, non precisamente sul Bangladesh ma sul mare un po’ più in basso, picchietta il dito sul Golfo del Bengala. Ci siamo incontrati mezzo minuto fa, in Italia ci daremmo del lei, a Parigi ci daremmo del lei, ma qui no, qui è tutto così svaccato, l’aria della sera è così calda e appiccicosa da far sembrare ridicolo qualsiasi ossequio alle convenzioni, una fatica sprecata. L’impressione è che, trascinati dal clima e dalla distanza da casa, nei prossimi cinque minuti potremmo anche abbracciarci, oppure metterci le mani alla gola. «Lo vedi? Il Bangladesh è proprio il buco del culo del mondo. Queste sono le chiappe», picchietta sull’India e sull’Himalaya, ma voleva picchiettare sulla Birmania. «Ecco, ecco la costa che rientra&#8230; E sai qual è la cosa divertente? Che il Bangladesh cià anche il puzzo del buco del culo, senti no? Cioè, è proprio il buco del culo del mondo&#8230;». L’uomo che mi sta parlando è un cinquantenne tarchiato, calvo, con una faccia simpatica che assomiglia un po’ a quella di Arrigo Sacchi, e anche il piglio, il fare sbrigativo è lo stesso, solo l’accento è diverso, piemontese come il mio. L’uomo che mi sta parlando – come quasi tutti gli invitati a questo <em>barbecue</em> in cui mi hanno imbucato, e come buona parte degli italiani che lavorano in Bangladesh – «è nel <em>garment</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto si legge sul sito di <em><a href="http://www.internazionale.it/opinioni/claudio-giunta/2013/05/13/la-superficie-del-bangladesh/" target="_blank"><strong>Internazionale</strong></a></em>:</p>
<p style="text-align: justify;">
<a class="wpptopdf" target="_blank" rel="noindex,nofollow" href="http://www.claudiogiunta.it/2013/05/la-superficie-del-bangladesh/?format=pdf" title="Download PDF"><img alt="Scarica l'articolo in PDF" title="Scarica l'articolo in PDF" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/plugins/wp-post-to-pdf/asset/images/pdf.png">Crea un pdf di questo articolo</a>]]></content:encoded>
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		<title>Marocco!</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 20:31:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[Il Mulino, 2 (2013), pp. 331-45] 1. L’immigrazione è una tragedia, un flagello biblico, bisognerebbe chiudere gli aeroporti, minare i porti – penso e ripenso in un caffè di Tangeri mentre una settuagenaria francese cotonata mi comunica, ma non gliel’avevo chiesto, che «sa, riscaldare il mio appartamento a Lione mi costa di più che affittare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/05/mo-lgflag.gif"><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-2200" title="mo-lgflag" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/05/mo-lgflag.gif" alt="" width="366" height="242" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[<em>Il Mulino</em>, 2 (2013), pp. 331-45]</strong></p>
<p><span style="text-align: justify; font-size: 13px; line-height: 19px;">1.</span></p>
<p style="text-align: justify;">L’immigrazione è una tragedia, un flagello biblico, bisognerebbe chiudere gli aeroporti, minare i porti – penso e ripenso in un caffè di Tangeri mentre una settuagenaria francese cotonata mi comunica, ma non gliel’avevo chiesto, che «sa, riscaldare il mio appartamento a Lione mi costa di più che affittare un appartamento a Tangeri per quattro mesi, così l’inverno lo passo qui». Conseguenza: le case più belle se le prendono i pensionati francesi ricchi, la costa si popola di brutte villette a schiera per i pensionati francesi meno ricchi, i marocchini finiscono a vivere nelle periferie, tutto costa un po’ di più del niente che costava fino a quattro o cinque anni fa. Chiudere l’aeroporto di Parigi, minare il porto di Marsiglia&#8230; Ma non succederà. Nessuno ha il coraggio di prendere decisioni così radicali. Perciò bisogna attrezzarsi per le future mescolanze.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli spagnoli si sono attrezzati. L’Istituto Cervantes ha una sede sontuosa in Avenue Ben Abdellah e un sontuoso spazio-esposizioni nella strada principale della città, Avenue de Belgique. Tanto zelo nella diffusione della lingua e della cultura spagnola è comprensibile, dato che la regione del Rif è stata a lungo un dominio spagnolo, e la Spagna è lì a un passo, per vederla basta salire alla kasbah o scendere sulla spiaggia. Di fatto, lo spagnolo è più diffuso del francese, soprattutto tra i giovani, e un po’ di spagnolo lo parlano tutti, anche il mendicante che chiede soldi («¿Tiene usted un duro?»: non l’hanno avvertito che adesso ci sono gli euro), anche il ruffiano che offre prostitute, anche la prostituta che incontro per caso sul taxi (in Marocco i taxi si condividono), e che mi dà appuntamento per più tardi alla discoteca «Cinco cinco cinco», non «Cinq cinq cinq».</p>
<p style="text-align: justify;">I francesi, naturalmente, non hanno bisogno di attrezzarsi. Sotto ogni punto di vista – lingua, cultura, economia – il Marocco resta una mezza colonia. Il sistema scolastico marocchino è modellato su quello francese, il francese è la seconda lingua obbligatoria in tutte le scuole, e nelle grandi città quasi tutti lo parlano; i giornali più importanti sono in francese, e – si lamentano i miei studenti all’Università Mohammed V di Rabat – il francese è la lingua in cui si fanno i colloqui di lavoro anche quando per svolgere quella specifica mansione basterebbe l’arabo. Ottima cosa, certamente, il bilinguismo. Ma questo bilinguismo diventa soprattutto un modo per selezionare alla svelta. E la selezione funziona. Nel vagone di prima classe del Rabat-Tangeri le conversazioni sono in francese; nei vagoni di seconda le conversazioni sono in arabo. E nelle campagne, nei quartieri poveri delle città, valanghe di marocchini non imparano a leggere e scrivere in nessuna lingua, e coltivano il loro campo, portano al pascolo le loro pecore, vendono le loro pagnotte a prezzo calmierato, le loro mutande Docigabà (Dolce &amp; Gabbana), guardano passare le macchine seduti sul muretto. Il 45% degli abitanti è analfabeta; in Algeria il 25%. Ma l’Algeria è una repubblica, e l’istruzione diffusa è un lascito degli anni socialisti. Il Marocco è il regno di una dinastia, gli Alauidi, che ha fama di essere particolarmente illuminata – nelle tenebre nordafricane, perlomeno – ma che vista da vicino è soprattutto iniqua; e dal 1999 è governato da un re giovane, anche se non così giovane come appare nelle foto che si trovano dappertutto, anche negli alberghi, nei bar, foto di varie fogge e misure, in abito occidentale o in divisa militare, un re giovane cinquantenne, Mohammed VI, che si è dato un soprannome amabile, ‘re dei poveri’, ma che a giudicare da quello che si legge e da quello che si dice sembra essere anche peggio dei suoi predecessori: vedi Catherine Graciet e Éric Laurent, <em>Le Roi prédateur</em>, Paris, Seuils 2012.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2198"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In tutto questo, sarebbe sciocco pretendere che l’italiano abbia la stessa importanza e forza dello spagnolo, del francese o dell’inglese, ma si resta lo stesso sorpresi toccando con mano lo sfacelo della nostra politica linguistica, che è poi anche un pezzo di politica <em>tout court</em>. Dal 1928 al 1940 l’Italia è stata una delle quattro potenze rappresentate nella giunta amministrativa che governava Tangeri. Ancor oggi, un intero isolato della città appartiene a istituzioni italiane, ed è un isolato che merita una visita. L’edificio principale è stato costruito all’inizio del Novecento e fino al 1926 è appartenuto al sultano Mouly Hafid. Nel 1926 questo sultano <em>bon vivant</em> – strozzato dai debiti, pare – lo ha venduto all’ANSMI (Associazione Nazionale per il Soccorso dei Missionari all’Estero), a sua volta finanziato dallo Stato italiano. Nel palazzo c’era una scuola: elementari, medie, istituto professionale, liceo. Ma, leggo sul sito del consolato, «la riduzione della comunità italiana ha determinato inevitabilmente anche la diminuzione delle attività nel complesso immobiliare italiano»: la scuola ha chiuso nel 1987. Resta il palazzo, che è stato restaurato e riaperto nel 2007, e adesso ospita mostre-congressi-concerti nonché il consolato, e dentro il palazzo c’è il giardino, che è proprio il giardino che uno s’immagina di trovare nelle regge dei sultani, con le palme, la fontana in marmo di Carrara e tutto il resto. Visitabile previa richiesta al consolato (gentilissimi, grazie ancora), vale da solo una gita a Tangeri. Dietro il palazzo c’è l’ospedale italiano: due piani di linde camerette che sembrano rimaste intatte dall’epoca dei telefoni bianchi, con ancora i cartellini in ferro laccato blu appesi sopra le porte: <em>Cucinetta</em>, <em>Corsia donne</em>, <em>Servizi</em>. Dalla sala operatoria uno si aspetta di vedere spuntare Vittorio De Sica in camice bianco e mascherina, invece nei dieci minuti del mio giro vedo soltanto suore, e le degenti sono tutte donne, soprattutto donne incinte. «Tre parti solo stamattina» (e sono le undici), mi dice suor Paola, veneta, a Tangeri da più di vent’anni. «Non come in Italia! Lei! Lei ha figli?». Con che coraggio deluderla? Me ne invento due: un maschietto e una femminuccia, quattro e sei anni, che mi aspettano a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">All’uscita mi si avvicina un tale sui sessant’anni che comincia a raccontarmi, in un misto di francese, spagnolo e italiano, ma più che altro a gesti, la storia della scuola italiana a Tangeri. Non lui, lui non ci è andato, ma la sorella sì, tanti anni fa, e gratis, proprio in quel palazzo accanto all’ospedale. Cos’ha studiato, quando, per quanto tempo, con quali risultati – tutto risulta incomprensibile perché tutto finisce macinato nel simil-italiano di questo tizio, che però è autenticamente commosso, autenticamente grato, e continua a benedire il Grande Paese che ha permesso di studiare alla sorella e, se capisco bene, a una buona percentuale degli abitanti del quartiere. «Ma prego, prego», finisco per dire In Nome del Popolo Italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">«Io – mi dirà poi un collega dell’università di Rabat – sono davvero tentato di dimettermi e di aprire una scuola privata, una scuola in cui si insegni in italiano: elementari, medie, liceo. Farei un sacco di soldi. Io stesso ci iscriverei i miei figli, se esistesse». Il Marocco è infatti in un momento di passaggio delicato, e basta camminare per la strada per capirlo: a ogni isolato c’è un cartello che fa pubblicità a una scuola privata: il lycée Victor Hugo, l’École de Paris, e altre trappole del genere: le gemelle delle Oxford school, delle Queen school che pullulano nelle ex-colonie inglesi. E intanto si moltiplicano i campus, i padiglioni universitari e, soprattutto, le università private. Perché esiste una <em>upper class</em> che manda i suoi figli in Francia, in America. Ma comincia a esistere anche una <em>middle class</em> che non può permettersi né l’Europa né l’America, e che però manda i suoi figli alle scuole private di Rabat, Casablanca, Tangeri. «I marocchini – mi dice Massimiliano Di Tota, che vive a Rabat da quasi dieci anni – hanno smesso di fare figli a ripetizione. Ne fanno uno, due. E su quell’uno o su quei due investono tutto quello che hanno, a costo di fare la fame. E l’investimento è l’istruzione. E dato che qui la scuola statale è notoriamente pessima, chi può permetterselo manda i suoi figli alle scuole private. Io manderò mio figlio alla scuola francese. Mia moglie è francese, e avremo uno sconto cospicuo. Ma anche così, si tratta sempre di circa trecento euro al mese, che è un’enormità per quasi tutti i marocchini. La selezione comincia alle elementari».</p>
<p style="text-align: justify;">E la selezione naturalmente continua, si perfeziona all’università: l’investimento cresce. Una sera m’invitano a una conferenza all’EGE (<em>École de Gouvernance et d’Économie</em>), parla il direttore editoriale di «Le Monde», sala piena, traduzione simultanea, rinfresco. Fuori dalla sala-conferenze, una <em>reception</em> lussuosa, il bar, una sala di lettura. Ai piani di sopra, le stanze degli studenti. Tutto splendido, ma naturalmente all’EGE si entra per concorso e, soprattutto, l’EGE costa: 68.900 dirham l’anno, cioè circa 6500 euro, in un paese in cui il PIL pro capite è di circa 2500 euro. Stessa cosa, e tariffe solo un po’ più contenute, al Politecnico Mohammed VI di Benguerir, stessa cosa alla Al Akhawayn di Ifrane, nel Marocco settentrionale, il polo universitario voluto da Hassan II negli anni Novanta: ingresso estremamente selettivo, lezioni soltanto in inglese e, a giudicare dalle foto che si trovano nella <em>brochure</em> (perché, come accade in tutte le nuove grandi università del Terzo Mondo, risorse cospicue vengono spese nella realizzazione della <em>brochure</em>, che ricalca parola per parola, immagine per immagine, la retorica delle <em>brochures</em> delle università americane, cioè una miscela patinata di campi da tennis, sentieri nel bosco e ragazze coi capelli raccolti che guardano nel microscopio), un campus che ricorda, coi suoi prati verdi e (chissà perché) i suoi tetti spioventi, una fattoria-modello del Maine. Non è difficile: basta paragonare il sito internet della Al Akhawayn, dove gli iscritti pagano, al sito internet della Mohammed V, dove gli iscritti non pagano, e si capisce da che parte tira il vento.</p>
<p style="text-align: justify;">E infatti: il passo successivo, mi dice un collega, sarà importare le università straniere, o se non altro i loro marchi. «Si sono chiesti: perché spendere tanti soldi per mandare i nostri figli a frequentare l’università in Francia o in Gran Bretagna o negli Stati Uniti? Facciamo venire loro qui. Dunque quello che dovremo aspettarci, per il futuro, sono delle Princeton, delle Yale marocchine, abilitate a rilasciare diplomi e, naturalmente, molto selettive, e molto costose». Si capisce che a questa festa le università italiane non saranno invitate. Riflettere sul perché non sarebbe fatica sprecata, ma intanto si potrebbe fare quello che è alla nostra portata. Le scuole elementari, medie e superiori sono alla nostra portata, e non si tratterebbe di fare beneficienza ma di vendere un servizio che in parecchi sono ansiosi di comprare. È utopico pensare di riaprire la scuola di Tangeri, una scuola che esisteva fino a venticinque anni fa? È utopico aprire una scuola italiana a Rabat, capitale del Marocco? Quanto all’università, bisognerebbe cominciare dalla base, e la base è Béni Mellal.</p>
<p style="text-align: justify;">2.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando gli dico che vado per un paio di giorni a Béni Mellal, un mio amico che insegna Sociologia del mutamento mi avverte che «troverai un sociologo dietro ogni lampione». In realtà non ne vedrò neanche uno, nessuna delle persone che incrocio a Béni Mellal ha l’aria di non essere un abitante di Béni Mellal, ma girando per la città capisco la battuta. Béni Mellal sta al centro della zona italiana del Marocco, nel senso che la gran parte dei marocchini che negli ultimi tre decenni sono venuti in Italia sono originari di qui, della regione di Tadla-Azilal. Quelli che sono tornati, perché hanno perso il lavoro o perché hanno messo insieme un po’ di soldi, hanno aperto il Caffè Bolzano, lo Snack San Marino, il Bar Porta Romana, il Ristorante San Siro. Più che una città, è un <em>case study</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è ferrovia. Da Casablanca ci vogliono un po’ più di tre ore di macchina in mezzo a un paesaggio così monotono che persino le miniere di fosfati, coi loro cumuli di polvere gialla, finiscono per sembrare un’attrazione. La campagna è povera, sciupata, punteggiata qua e là da blocchi di cemento che sono case, officine. I campi brillano nel sole di dicembre, ma non sono pozze d’acqua, è il riflesso dei cocci di vetro e delle bottiglie di plastica vuote, l’acqua Sidi Ali, che formano una pellicola trasparente spalmata su quasi tutta la superficie del Marocco, con una speciale concentrazione sulle spiagge e le scogliere. Luoghi d’interesse, prima di arrivare a Béni Mellal: la cittadina di Khouribga, dove – oggi domenica – si tiene il più grande mercato d’auto usate di tutto il Marocco, per la maggior parte FIAT, per la maggior parte con targhe italiane, per la maggior parte coi libretti e tutto. E, passata Khouribga, la cittadina di Fkih Ben Salah, dove il collega che mi accompagna fa, gentilmente, una breve sosta perché è da qui che viene Ruby, la pseudo-nipote di Mubarak: «une histoire tristement douloureuse». Un’occhiata alla casa in cui ancora vive la famiglia di Ruby basta per capire tutto, per giustificare tutto: chi sano di mente non vorrebbe andarsene, anche a costo di finire a fare la comparsa nelle cene eleganti di un gruppetto di vecchi? E si capisce anche perché potesse avere, come ha notato Emilio Fede, «un cattivo odore»: la miseria di generazioni entrata sottopelle, evidentemente. (Più tardi capirò anche perché alla domanda di una giornalista, «Ma tu tua figlia la porteresti ad Arcore?», Ruby ha risposto di no: lo capisco quando, per strada, mi offro di aiutare una ragazzina che sta portando una sporta troppo pesante per lei, e lei mi permette di darle una mano, ma poi mi ringrazia in arabo, non parla francese, e mi fa segno di lasciarla da sola una volta arrivati a una cinquantina di metri da casa sua, perché non vuole che la vedano insieme a me. Anche «Ruby Rubacuori» doveva essere così, prima del trattamento).</p>
<p style="text-align: justify;">L’università di Béni Mellal è, per ora, un campus di cemento ed eternit alle porte della città, cento metri prima del Bar Porta Romana. Per ora, perché un nuovo campus è in costruzione a pochi chilometri dalla città, e quando sarà finito, questione di mesi, sarà uno dei poli universitari più importanti del Marocco. Bisogna formare degli zootecnici, perché a Béni Mellal ci sono i mattatoi più grandi del paese. E bisogna formare degli ingegneri per le miniere di fosfati. Io in sostanza stringo delle mani, aspetto colleghi che arrivano da altre città della zona e che sono in ritardo, aiuto il rettore a srotolare uno striscione – un altro futuro mucchietto di plastica non biodegradabile – che annuncia il congresso su <em>Les Perspectives de la Politique de la Ville pour Parvenir à un Développement Économique et Sociale</em>, prometto che mi interesserò perché anche all’università di Béni Mellal si attivi un insegnamento di italiano: c’è grande richiesta, mi dicono tutti, e basta fare un giro per la città per capire che è vero. Insieme a me è venuta da Casablanca un’insegnante mandata dall’Alliance Française per un corso d’aggiornamento. Il corso doveva cominciare alle nove, ma alle nove e un quarto nell’aula c’è solo una studentessa. Gli altri sono stati informati, dovrebbero arrivare da un momento all’altro. È tutto un po’ provvisorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i trasporti. Per il ritorno da Béni Mellal a Casablanca «c’è la CTM», mi dice il collega: la CTM, perché le altre compagnie, fermandosi in ogni villaggio, invece di metterci tre ore e mezza ce ne mettono sei. Ma il giorno 2 dicembre 2012 la CTM è in sciopero, e lo sciopero durerà tre giorni, e l’unico modo di raggiungere Casablanca è un <em>grand taxi</em>, espressione che io traduco con ‘<em>van</em> tipo Espace’, e che invece per loro, per i ceffi che stanno davanti alla stazione di Béni Mellal e che mi fanno capire a gesti di starmene buono nel gruppo che verrà caricato sul prossimo <em>grand taxi</em>, corrisponde a una Mercedes vecchia di quarant’anni con le sospensioni bruciate sulla quale veniamo caricati in sei. Io indosso un completo Cerruti blu, camicia Brooks Brothers, polacchine Hogan scamosciate: il minimo, avevo pensato, per l’incontro col rettore, che mi ha ricevuto praticamente in tuta. In ogni caso mi sembra naturale mettermi sul sedile davanti: lo faccio capire al guidatore che infatti giustamente annuisce, siamo d’accordo, mentre gli altri si accumulano dietro. Ma ho fatto i conti senza l’oste, perché sei passeggeri vuol dire sei passeggeri <em>più</em> il guidatore: non hanno bisogno di dirmelo, lo capisco da me quando il sesto (o settimo) passeggero apre la portiera facendomi segno di lasciargli un po’ di spazio, e senza neanche darmi il tempo di spostarmi mi si siede quasi in braccio.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle che seguono sono tre ore e mezza pittoresche, persino divertenti da raccontare, ma non veramente piacevoli, perché il mio vicino di sedile indossa un golfino tinta senape con scollo a V marinato nel sudore di almeno tre generazioni di marocchini, ha l’alito fecale dei risvegli difficili e in più – forse a causa di un lieve mal d’auto che spiega anche la sua espressione corrucciata, e il silenzio assoluto che mantiene per tutto il tragitto – ogni tre-quattro minuti rutta discretamente nell’incavo dell’ascella destra (la sua: almeno questo). Io faccio tutto il viaggio inchiodato sulla natica sinistra con il viso torto verso il guidatore, che a un certo punto giustamente comincia a farsi delle domande (gli indico col mento, sorridendo, il paesaggio), ma che ha soprattutto fretta di arrivare a Casablanca per riempire il <em>grand taxi</em> con altre sei vittime dello sciopero, e perciò <em>va velocissimo</em> non in un senso assoluto (faremo gli ottanta, i novanta) ma relativamente alle condizioni della macchina, al numero abnorme dei passeggeri e all’assetto della strada. La Mercedes reagisce con un tripudio di vibrazioni, al limite del disassemblaggio. I sorpassi sono come nei videogiochi: la Mercedes arriva a venti centimetri dalla macchina che precede, poi scarta di lato, dopodiché accelera e ritorna sulla corsia di destra tagliando la strada al sorpassato. Su un rettilineo più lungo degli altri il <em>grand taxi</em> si sistema stabilmente sulla corsia di sinistra, che è tutta sgombra fatto salvo, a un certo punto, un carrettino trainato da un asino, con un ragazzino alle redini. Asini e carrettini dovrebbero stare sul sentiero di terra battuta che costeggia la carreggiata, invece il ragazzino sta per metà sul sentiero e per metà sull’asfalto. L’autista rallenta, tira giù il finestrino e gli sputa addosso.</p>
<p style="text-align: justify;">A circa venti chilometri da Casablanca il combinato disposto del mio vicino puzzone + il freddo che entra dal finestrino del guidatore + l’emiparesi alla natica sinistra + l’insalata di pomodori mangiata incautamente il giorno prima che ancora mi fermenta negli intestini, tutto questo mi provoca una visione extracorporea: il mio spirito fluttua sul <em>grand taxi</em> in corsa, mi vedo dall’alto come dicono che succeda con gli acidi, e la visione mi fa non vomitare o svenire ma, come dicono che succeda con gli acidi, <em>ridere</em>, un attacco di <em>fou rire</em> irrazionale, incontrollabile, che in pochi secondi si trasmette agli altri sei dell’equipaggio, persino all’autista-canaglia, tutti ovviamente ignari, come me, del motivo per cui stiamo ridendo. Ognuno avrà le sue ragioni, o magari no, ma devo dire che è stata forse l’esperienza di fraternità più elementare e calda di tutta la mia vita. L’ingresso a Casablanca è trionfale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo questa prova, è però abbastanza comprensibile che io declini l’invito a tornare a Béni Mellal non per un giorno ma per una settimana, una settimana di lezioni per – la formula sarebbe questa – «formare i formatori», una settimana di pizze surgelate al Pizza Hut e di avanti e indietro surreali tra il bar Porta Genova e la pizzeria Bella Napoli. No, non sono la persona giusta, rischia di essere uno spreco di soldi, quasi tutto ha l’aria di essere uno spreco di soldi, in questo pozzo senza fondo. Dovrebbe pensarci&#8230; Chi? Il governo marocchino? Si capisce che non sia il primo, nella lista dei suoi problemi. La Società «Dante Alighieri»? Ma è un’associazione di volontari, senza fondi, che può dare una mano ma non veramente prendere l’iniziativa. Gli Istituti italiani di cultura, starei per dire. Ma dopo un colloquio di tre minuti con la direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Rabat mi viene piuttosto da pensare – un pensiero che mi si ripresenta quasi a ogni soggiorno all’estero – che gli istituti italiani di cultura bisognerebbe semmai chiuderli, trasformarli in scuole di lingua pure e semplici, assorbirli nelle ambasciate, e spendere i nostri pochi soldi in qualcosa di più sensato del mantenimento in vita (all’estero) di questa legione di laureati/e in Lettere. Comunque sia, resta il fatto: l’Unione Europea e l’Italia spendono ogni anno milioni di euro per ‘ricollocare’ i migranti che tornano ai paesi d’origine perché hanno perso il lavoro nei paesi d’immigrazione oppure perché ne sono stati espulsi. Molti dei rimpatriati in Marocco dall’Italia – qualche delinquente, la maggior parte persone oneste – si trovano in questa <em>impasse</em>: hanno figli piccoli che, cresciuti in Italia, parlano italiano ma non parlano francese, e non sanno leggere l’arabo classico, e insomma non hanno una scuola in cui andare. ‘Ricollocare’ questi ragazzini, pensare alla loro istruzione: è difficile immaginare una causa migliore di questa.</p>
<p style="text-align: justify;">(Come se la passano gli Istituti italiani di cultura? Impossibile generalizzare, magari Giakarta va bene e Teheran no, o viceversa. E saranno sottofinanziati, come tutti, salvo che è difficile capire quale sarebbe un finanziamento adeguato. E per fare che? Ma lasciando da parte i soldi, come mai il sito internet degli istituti italiani di cultura fa così pena? <em>Il </em>sito internet. Perché si tratta di un <em>format</em> uguale per tutti, una paginetta che riempie soltanto metà dello schermo, lasciando bianca l’altra metà, e con la sua grafica micragnosa da Commodore 64, le sue linee di microscrittura grigia su fondo bianco, la sua quasi totale assenza di immagini, i suoi link irrazionali, la sua maschera di ricerca antidiluviana, il suo inglese da terza elementare – <em>remainder</em> invece di <em>reminder</em>, mettiamo – è una delle esperienze meno piacevoli che un utente della rete possa fare; e, per l’italiano a cui stia a cuore il buon nome dell’Italia, è anche un’esperienza umiliante: confrontare, per farsi un’idea, il sito dell’Istituto italiano di cultura di Washington e quello dell’<em>Alliance française </em>della stessa città. È come mettere vicini <em>Space</em> <em>Invaders</em> e <em>Grand Theft Auto 5</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">3.</p>
<p style="text-align: justify;">All’Università Mohammed V faccio una serie di lezioni che cominciano, nominalmente, come lezioni di «Letteratura italiana» ma che presto cambiano pelle e diventano qualcos’altro, diciamo lezioni di <em>civilisation</em>, chiacchiere colte intercalate a chiacchiere leggere. Come sono gli studenti? «Timidi» sembra una risposta evasiva, ma intanto: timidi. Ovvero: non abituati a prendere la parola, a interrompere, a fare domande. Perché la distanza tra studente e docente sembra essere più grande di quella che c’è oggi tra studenti e docenti nelle università europee, una distanza, diciamo, pre-68; perché il modello della lezione frontale non è stato ancora temperato e corretto dalla lezione-seminario, o dal lavoro/esposizione a gruppi; e perché gli studenti sono eterogenei per età, esperienza e dunque livello. «In classe ci sono quelli che sono appena usciti dal liceo», mi spiega una delle studentesse più giovani, «e ci sono quelli più grandi, che per esempio hanno vissuto in Italia, e conoscono meglio l’italiano. I docenti per lo più parlano a loro, e noi restiamo indietro». Provo a difendere i docenti, dico che questa è pur sempre l’università, immagino che qualcosa del genere potrebbero dire anche alcuni dei miei studenti a proposito dei miei corsi. Alla fine arriviamo a un compromesso: «Sì», mi dice, «ci vorrebbe un anno, due anni per dare a tutti gli strumenti necessari per seguire, bisognerebbe fare dei corsi che ci dessero le basi&#8230; Adesso il tempo è troppo poco, non riusciamo ad assimilare». Una specie di <em>college</em>: che è quello che probabilmente, a un diverso livello per fortuna, servirebbe anche alla gran parte degli studenti universitari italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopodiché, è chiaro che è facile stupirsi per quello che non sanno, o per come sanno male quello che sanno. E si resta desolati soprattutto perché, nonostante TV e internet, nonostante siano tutti bilingui, qualcuno trilingue, quello che sanno viene soprattutto dalla scuola, si resta colpiti dalla loro scolasticità, in tanta abbondanza di stimoli esterni (e anche: in tanta penuria di stimoli scolastici). Non sono davvero un <em>fan</em> di Bourdieu, ma sono contento di averlo letto e di ricordamelo quando serve, cioè adesso: «Appare evidente che una cultura puramente scolastica non è soltanto una cultura parziale o una parte della cultura, ma una cultura inferiore perché gli elementi stessi che la compongono non hanno il senso che avrebbero se fossero inseriti in un contesto più vasto. Non è forse vero che la scuola finisce per esaltare come ‘cultura generale’ tutto l’opposto di ciò che condanna come scolasticismo in coloro che sono costretti dalla propria origine sociale a non avere altra cultura se non quella ricevuta a scuola?» (Pierre Bourdieu e Jean Claude Passeron, <em>I delfini</em>). Che aggiornato alle odierne circostanze significa più o meno: non è che la possibilità di leggere libri e scaricare musica e film da internet cambi, nella sostanza, le cose; o meglio le cambia, ma per quelli già acculturati; gli altri – cioè tutti i venti-venticinquenni che ho di fronte, gente con un ‘baccalaureato’ che vuol dire pochino – gli altri sanno, ad andar bene, quello che gli hanno insegnato a scuola, ma quello che gli hanno insegnato non è sufficiente a dar loro la coscienza o la voglia sufficienti ad attingere alle meraviglie della rete: se uno già non sa, non si sforza di sapere di più. Una buona notizia per quelli come me: serviranno sempre dei professori. Una cattiva notizia per quelli come me: se una dozzina d’anni di scuola non bastano, in Marocco come in Italia, a dare ai ragazzi la coscienza e la voglia di usare la rete per imparare delle cose forse bisogna ripensare la scuola da cima a fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le biblioteche non aiutano. Quella del dipartimento è misera, e ho avuto l’impressione che gli studenti non la considerino neppure come la <em>loro</em> biblioteca. Si aspettano di trovare tutto o quasi tutto in rete, gratis, e se qualcosa è in rete ed è gratis non vanno tanto per il sottile: un’edizione vale l’altra, un saggio su Dante o su Svevo vale l’altro. Li si può capire. Di fatto, la domanda che mi viene posta più di frequente è: «Come faccio a trovare il libro X? C’è un sito da cui si può scaricare?». Comprare non è un’opzione. Far comprare alla biblioteca è un’opzione remota.</p>
<p style="text-align: justify;">Orario di apertura della biblioteca <em>De Amicis</em>, nell’Istituto Italiano di Cultura di Rabat: lunedì dalle 11 alle 16; martedì e giovedì dalle 11 alle 14; mercoledì dalle 17 alle 18.30. Basta. Il che significa che la biblioteca <em>De Amicis</em> non è una biblioteca in cui gli studenti possono stare: è una biblioteca in cui gli studenti passano, e poi se ne vanno. Ma naturalmente gli studenti hanno pochi posti in cui andare, e nessuno in cui possano trovare dei libri italiani. In più, mi dicono i miei studenti, gli orari del lunedì, del martedì e del giovedì coincidono con quelli delle lezioni. Morale: la biblioteca <em>De Amicis</em> dell’istituto italiano di cultura non è veramente un’opzione. Orario di apertura della mediateca dell’Institut Français di Rabat: dal lunedì al sabato dalle 10 alle 18.30. Orario di apertura della biblioteca del Goethe Institut di Rabat: lunedì, martedì, giovedì e venerdì dalle 11 alle 18.</p>
<p style="text-align: justify;">Libri italiani disponibili sugli scaffali della Biblioteca Nazionale di Rabat, in quest’ordine: F. Livi, <em>Index lexical de la poésie de Sergio Corazzini</em>; Dante, la <em>Commedia</em> tradotta in arabo; le poesie di Pasolini tradotte in arabo; le poesie di Michelangelo in francese; la <em>Liberata</em> in francese/italiano; due copie di Carlo Gozzi, <em>Ecrits sur le théatre</em>; due drammi di Pirandello in arabo; Constant Mic, <em>La commedia dell’arte</em>; Giulio Cisco, <em>La patrie reconnaissante</em>; Eco, <em>Il nome della rosa</em> in arabo; Maria Messina, <em>La robe couleur café</em>; Maria Messina, <em>La maison dans l’impasse</em>; Maria Messina, <em>Petits remous</em>; Baricco, <em>Chateaux de la colère</em>; Calvino, <em>La machine littérature</em>; Natalia Ginzburg, <em>Les mots de la tribu</em>; due copie di Calvino, <em>Contes populaires italiens</em>; Primo Levi, <em>Histoires naturelles</em>; Jean-Paul Manganaro, <em>Le Baroque et l’ingénieur. Essai sur l’écriture de Carlo Emilio Gadda</em>; Goffredo Parise, <em>Odeur de sainteté</em>; Alberto Savinio, <em>Encyclopedie nouvelle</em>; Galileo, <em>Dialogue sur les deux grands systèmes du monde</em>; due copie di Eco, <em>Il secondo diario minimo</em> in arabo; due copie di Roberto Peregalli, <em>La Cuirasse brodée</em>; due copie di Dario Fo, <em>Le monde selon Fo</em>; Maria Antonietta Macciocchi, <em>Pasolini</em>, in francese. Fine dei libri italiani, cominciano i libri romeni.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i programmi, come il loro atteggiamento in classe e i libri sullo scaffale della Nazionale, sanno un po’ di antico. Il fatto è che i docenti sono davvero ottimi, e parlano un italiano perfetto perché hanno frequentato l’università a Bologna, ma hanno una visione della cose un po’ conservatrice, un po’ scolastica – oppure l’opposto, sono io che ho un’idea forse troppo anti-scolastica del <em>curriculum</em>, quando il <em>curriculum</em> è quello di uno studente marocchino, o bengalese, o giapponese, e insomma non sono sicuro del fatto che uno studente universitario marocchino (o bengalese, o&#8230;) debba leggere i <em>Sepolcri</em>. E sono convinto che Ungaretti e Calvino non dovrebbero essere il poeta e il romanziere del Novecento che tutti quanti leggono (Ungaretti preferirei anzi che non lo leggesse nessuno). Mi pare che gli studenti vadano informati soprattutto su ciò che sta succedendo oggi in Italia, e non solo nel campo della letteratura ma nel cinema, nella canzone, nella TV, eccetera. Chi studia l’Italia all’estero può non sapere chi è Alberto Moravia, ma non può non sapere chi è Totò – altrimenti, tra l’altro, di che cosa parlerà, e con chi, quando andrà in Italia?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Hic Rhodus</em>, comunque&#8230; Su YouTube, comunico, ci sono centinaia di splendidi film americani, arabi, francesi, italiani da vedere gratuitamente in <em>streaming</em>. «È utilissimo anche per la lingua». Ma, rispondono un paio, «i film in bianco e nero sono noiosi», che è la stessa cosa che pensa e dice mio fratello, 46 anni, studi da ragioniere e poi laurea in economia, libri letti in vita sua: cinque. Ma uno s’immagina che in una facoltà umanistica questo non si pensi, o almeno non si dica, o lo si dica sentendosi in colpa: invece no. Libri sul comodino? Nessuno. Scrittori viventi preferiti? Nessuno. «È che noi non abbiamo proprio l’abitudine di leggere». Dove <em>noi</em> può significare noi giovani (il che è abbastanza sicuro), noi marocchini (il che è plausibile, a giudicare dalle due cartolibrerie che si trovano in centro a Rabat e dal tasso di analfabetismo) o noi del Maghreb (il che è plausibile, stando a quanto mi dicono amici più esperti): o le tre cose insieme. Film? Pochi. Chiedo se conoscono qualche regista italiano del dopoguerra. Comincio io l’elenco: Rossellini, De Sica&#8230; «Gramsci», prosegue il più spigliato. Un collega poi mi spiegherà: «Non devi credere che gli studenti s’iscrivano alle facoltà umanistiche per passione, perché gli piace particolarmente leggere, o studiare la storia&#8230; Il fatto è che fino a un paio di anni fa, chi usciva di qui aveva la certezza di un posto di lavoro in uno dei licei marocchini in cui s’insegna l’italiano». E il fatto è anche che l’accesso all’università pubblica è gratuito, e che per entrare nelle facoltà umanistiche non c’è bisogno di passare un esame d’ammissione, mentre un esame – molto severo – c’è a medicina, a ingegneria, a economia, cioè nelle facoltà che contano. Il risultato è prevedibile. Un pezzo del risultato ce l’ho, temo, davanti agli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni volta che insegno in un paese africano o asiatico non riesco a non sorprendermi del fatto che anche in quei paesi quello che circola, quello che tutti conoscono, è lo stesso identico <em>pop</em> che circola in Europa e in America, la stessa <em>playlist</em> decisa da MTV: che per quanto progressista e <em>politically correct</em> è più omologante della Coca-Cola. Ma la sorpresa è fuori luogo, dato che le baraccopoli di Casablanca o di Calcutta sono uguali alle ville di Casablanca o di Calcutta in un solo dettaglio: una selva di antenne paraboliche sui tetti, che trasmettono tutte le stesse canzoni e le stesse partite del campionato spagnolo. Perciò anche i giovani di Dacca ascoltano Justin Bieber, Rihanna e i One Direction, e anche i giovani di Casablanca hanno la maglia del Barcellona e hanno visto almeno una puntata del <em>Grande Fratello</em> versione inglese o francese o italiana. Niente è potente quanto una canzone <em>pop</em> salvo una cosa, una sola: la teoria del complotto. «Siete troppo giovani», dico, «nessuno di voi c’era quando l’uomo è sbarcato sulla luna, non c’ero neanch’io: ma possiamo vedere i video su YouTube». Uno degli studenti anziani m’interrompe: «Ma quella dello sbarco sulla luna è tutta un’invenzione, no?».</p>
<p style="text-align: justify;">In questa amabile <em>causerie</em> che non impegna veramente né loro né me vanno registrati almeno due momenti topici, il primo quando affrontiamo il problema Tiziano Ferro e il secondo quando affrontiamo il problema Salman Rushdie. Tiziano Ferro rientra nella lezione o meglio nella perorazione per la cultura <em>pop</em>, perorazione che faccio ogni volta che mi capita di insegnare all’estero, e che è poi il primo paragrafo di un libro che probabilmente non scriverò mai, <em>Italy for Beginners</em>. Inizia pressappoco così:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Si comincia a imparare qualcosa da una nazione che non è la nostra quando si comincia ad amare la sua cultura popolare. Da studente ho passato alcuni mesi a Madrid. Un giorno, girando in macchina con la mia fidanzata spagnola (perché, cultura popolare a parte, il modo migliore per conoscere un paese è naturalmente quello di fidanzarsi con qualcuno/a del luogo), ho sentito alla radio una canzone. Cristina ha commentato: «Quando mettono questa, qui la gente è contenta». Conoscevo la canzone, e anch’io mi sono sentito contento: segno che cominciavo a capire la Spagna. La morale di questo aneddoto è che anche per cominciare a conoscere l’Italia, per sentirsi a proprio agio in Italia, sapere qualcosa sulla musica leggera, sulla TV, sul cinema e sulla politica è importante tanto quanto sapere qualcosa su Arte, Letteratura e Storia, e forse di più: mentre il secondo genere di competenza ci parla soprattutto del passato, il primo genere di competenza ci dà una mappa per orientarci nell’Italia di oggi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Segue esemplificazione, che può andare avanti per minuti o per ore, a seconda di quello che gli studenti sanno o non sanno. I miei studenti della Mohammed V sanno sorprendentemente poco, o – è più probabile – sono sorprendentemente timidi, così comincio con <em>Volare</em> di Modugno (la sentiamo a volume un po’ basso dall’<em>iphone</em> di una studentessa: canto anch’io per farli ridere, canticchia anche uno degli studenti che ha vissuto in Italia) e finisco con gli Afterhours. «Volete aggiungere qualcuno alla lista?». Le aggiunte sono interessanti, perché stranamente acroniche: Toto Cutugno, i Ricchi e Poveri (come avrà fatto la canzone <em>Sarà perché ti amo</em>, che cantavo con le compagne delle medie sul pullman della gita, a fluttuare nell’etere per trent’anni e a riemergere qui a Rabat, nella testa di gente nata negli anni Novanta?), Rino Gaetano, Cesare Cremonini, Tiziano Ferro. Il primo momento topico è questo, perché io storco la bocca quando sento il nome di Tiziano Ferro – no, non è proprio uno dei cantanti italiani che vi raccomando – ma uno degli studenti fraintende e commenta: «Sì, sì, anch’io non lo ascolto più da quando ho saputo che è omosessuale». Così la conversazione sul <em>pop</em> si trasforma in una molto più delicata, anche un po’ spigolosa conversazione su ciò che è normale e ciò che è deviante in materia di sesso. Intervengono un paio di ragazze, a difesa del diritto «di fare ognuno come gli pare», ma l’ex-<em>fan</em> di Tiziano Ferro tiene duro. Perciò decido di spiazzarlo: «E cosa penserebbe se le dicessi che anch’io sono omosessuale?». Ma contare sulla sua sensibilità per il congiuntivo, <em>dicessi</em>, è un errore. Risposta: «Fatti suoi: lei è straniero. Ma qui&#8230;». Gli altri tacciono, imbarazzati. È stato un errore anche contare sulla loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo momento topico. Per respingere la ‘guerra di civiltà’, ha scritto Samir Kassir, (<em>L’infelicità araba</em>), bisogna «rinunziare alle giustificazioni essenzialiste, già visibili [...] nella acquiescenza dimostrata in occasione della <em>fatwa</em> contro Salman Rushdie». Ma forse la rinunzia potrebbe venire da sé, grazie al semplice passare del tempo, e all’oblio che il passare del tempo fa cadere sulle cose, anche su quelle che ci sembravano inobliabili. A lezione, tra l’altro, faccio una lista di siti web che gli studenti dovrebbero tenere d’occhio, e raccomando per primo quello della <em>New York Review of Books</em>. Sulla <em>homepage</em> c’è un saggio su Rushdie. «Ecco un buon esempio: ecco un caso in cui la questione di cui si parla qui vi <em>deve</em> interessare». Ma gli sguardi vagano. Chiedo quanti, nella quarantina di venti-trentenni presenti in aula, sanno qualcosa del caso Rushdie. Alzano la mano in due, due che hanno fatto le scuole superiori in Italia. È sconfortante, questo vuoto, perché «chi non ha memoria della storia finirà per ripeterla»? O invece è consolante, perché la memoria delle scemenze del passato serve solo a renderci tutti nervosi, e quindi a ripeterle? E per quale ragione non sanno niente del caso Rushdie? Perché sono troppo giovani per ricordarsi di quello che è successo ormai più di vent’anni fa? O perché noi abbiamo dato troppa importanza all’idiozia di un idiota e dei pochi idioti che gli hanno dato retta?</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la cosa più saggia è smettere per un po’ di farsi domande e astenersi dal giudizio. Trovare tutto strano è stupido, proprio come trovare tutto banale: imparerò mai questa lezione? Bisogna avere pazienza, bisogna aspettare che i timidi e, soprattutto, le timide prendano confidenza e si mettano a parlare: le prime impressioni, allora, evaporano. La terza settimana il miracolo accade, e così posso godere di uno dei piaceri più puri della mia professione: gli occhi che durante le lezioni sembravano brillare d’intelligenza e interesse appartengono davvero a uno studente o a una studentessa intelligenti e interessati. E la più sveglia viene proprio dalla campagna di Béni Mellal. Al bar, dove mi hanno seguìto in una dozzina, dico che qualcuno dovrebbe, che <em>lei</em> dovrebbe scrivere qualcosa sui marocchini rientrati in patria dall’Italia, su come se la cavano, sulla condizione delle donne, su quelli che sono stati in prigione&#8230; Uno obietta che «certe cose non si possono mica dire». E lei allora scandisce di rimando, per la mia commozione: «Si può. Dire. Tutto».</p>
<a class="wpptopdf" target="_blank" rel="noindex,nofollow" href="http://www.claudiogiunta.it/2013/05/marocco/?format=pdf" title="Download PDF"><img alt="Scarica l'articolo in PDF" title="Scarica l'articolo in PDF" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/plugins/wp-post-to-pdf/asset/images/pdf.png">Crea un pdf di questo articolo</a>]]></content:encoded>
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		<title>Cosa insegnare a scuola? Un libro (gratis) sulla scuola scritto dagli insegnanti</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Apr 2013 14:42:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Iprase]]></category>
		<category><![CDATA[Università di Trento]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa insegnare a scuola, oggi? Tutto, non si può. E non solo perché manca il tempo, ma perché una sola testa non potrebbe contenere tante nozioni, e tanto disparate: verrebbe fuori solo confusione. Ma non possiamo neppure accontentarci di ripetere le cose che ci hanno insegnato nel modo in cui ce le hanno insegnate: negli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/04/Scuola-ideale2.jpg"><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-2165" title="Scuola ideale" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/04/Scuola-ideale2-e1365172881846.jpg" alt="" width="441" height="293" /></a><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/04/Scuola-ideale.jpg"><br />
</a></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa insegnare a scuola, oggi? Tutto, non si può. E non solo perché manca il tempo, ma perché una sola testa non potrebbe contenere tante nozioni, e tanto disparate: verrebbe fuori solo confusione. Ma non possiamo neppure accontentarci di ripetere le cose che ci hanno insegnato nel modo in cui ce le hanno insegnate: negli ultimi decenni, i cambiamenti sono stati troppi, e la scuola non può non prenderne atto. Occorre trovare una nuova formula, o un ventaglio di nuove formule.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro che trovate qui sotto, scaricabile in pdf, è il frutto di un seminario tenutosi nel novembre del 2012, coordinato da IPRASE e finanziato, oltre che da IPRASE, dal Liceo &#8220;Leonardo da Vinci&#8221; di Trento e dal Dipartimento di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università di Trento. Contiene le opinioni di quattordici insegnanti (di scuola superiore e di università) intorno a questo tema, e ai sotto-temi che naturalmente gli si collegano: quale posto dare, nella scuola, alle nuove discipline nate dai nuovi prodotti culturali? Come ripensare le discipline tradizionali? In che modo insegnarle, oggi? Quanto spazio dare ai nuovi media? I problemi sono ovvi, perché sono sotto gli occhi di tutti. Le risposte invece non sono così ovvie perché vengono, una volta tanto, non dai teorici dell&#8217;istruzione ma da persone che di istruzione si occupano quotidianamente, concretamente, a scuola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Cosa insegnare a scuola</em>, a cura di Amedeo Savoia e Claudio Giunta, Trento, Provincia autonoma di Trento &#8211; IPRASE 2013.<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con contributi di Umberto Fiori, Mauro Piras, Marco Bellabarba, Silva Filosi, Luca Barbieri, Mariangela Caprara, Girolamo De Michele, Michele Ruele, Federica Lucchesini, Daniele Lo Vetere, Christian Raimo, Eliana Petrolli, Amedeo Savoia, Claudio Giunta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><strong>Scarica il libro dal sito dell&#8217;IPRASE:</strong><br />
<a href="http://www.iprase.tn.it/iprase/content?type=documentazione&amp;lan=IT&amp;noderef=workspace://SpacesStore/aa19dd74-6389-47da-a099-7039b3bd7a40&amp;contentType=documentazione">http://www.iprase.tn.it/iprase/content?type=documentazione&amp;lan=IT&amp;noderef=workspace://SpacesStore/aa19dd74-6389-47da-a099-7039b3bd7a40&amp;contentType=documentazione</a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: 'Times New Roman'; color: blue; font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;"><br />
</span></span></strong></p>
<a class="wpptopdf" target="_blank" rel="noindex,nofollow" href="http://www.claudiogiunta.it/2013/04/cosa-insegnare-a-scuola-un-libro-gratis-sulla-scuola-scritto-dagli-insegnanti/?format=pdf" title="Download PDF"><img alt="Scarica l'articolo in PDF" title="Scarica l'articolo in PDF" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/plugins/wp-post-to-pdf/asset/images/pdf.png">Crea un pdf di questo articolo</a>]]></content:encoded>
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		<title>Requiem per la scuola?</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Apr 2013 08:41:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Angelo Gaudio]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Fortini]]></category>
		<category><![CDATA[George Orwell]]></category>
		<category><![CDATA[Gli asini]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Illich]]></category>
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		<category><![CDATA[OCSE]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Goodman]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
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		<description><![CDATA[[Domenicale del Sole 24 ore, 31 marzo 2013] «La storia – dice un verso di Fortini – ha un modo di ridere che è ripugnante». Tra le smorfie più interessanti c’è questa: le belle idee libertarie degli anni Sessanta che accennano a realizzarsi oggi ma in un modo stravolto, come in una parodia. La metamorfosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/04/Bottani.jpg"><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-2151" title="Bottani" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/04/Bottani.jpg" alt="" width="250" height="400" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[Domenicale del <em>Sole 24 ore</em>, 31 marzo 2013]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«La storia – dice un verso di Fortini – ha un modo di ridere che è ripugnante». Tra le smorfie più interessanti c’è questa: le belle idee libertarie degli anni Sessanta che accennano a realizzarsi oggi ma in un modo stravolto, come in una parodia. La metamorfosi della parola stessa <em>libertà</em>, da una brutta poesia di Éluard al nome di un partito di estrema destra, è il primo esempio che viene in mente, e non si può fare a meno di chiedersi se questa metamorfosi corrisponda a uno snaturamento, a una trappola verbale simile a quelle fabbricate dalla neolingua di Orwell, o se invece la metamorfosi non abbia fatto che adempiere, che tradurre in atto tutto ciò che in potenza era racchiuso nella concezione originaria. Le due cose insieme, probabilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle parole <em>scuola</em> e <em>istruzione</em> è successo – o meglio sta succedendo o sta per succedere – qualcosa di ancora più traumatico e complicato, e anche di più interessante.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2150"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scuola sono tutti d’accordo. Bisogna finanziare la scuola, difendere la scuola, investire sulla scuola. È l’unico argomento sul quale il dibattito non procede per contrapposizione di tesi ma secondo quella particolare specie di <em>climax</em> che è tipica del linguaggio infantile: ‘sempre uno più di te’. Più soldi, più spazi, più ore. «Chiudere le scuole solo per un mese d’estate», propone la destra. «No, tenerle sempre aperte, anche a ferragosto», rilancia la sinistra. Un velo d’oblio sembra essere caduto sul fatto che c’è stata un’epoca, grossomodo coincidente col terzo quarto del secolo scorso, in cui ciò che una parte del pensiero di sinistra voleva era precisamente il contrario rispetto a ciò che il pensiero di sinistra propone oggi: descolarizzare la società.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, è probabile che a un lettore italiano questo progetto faccia tornare alla memoria uno degli ultimi articoli pubblicati da Pasolini, quello in cui Pasolini avanzava <em>Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia</em>, proposte che lui stesso definiva swiftiane, cioè utopistiche e umoristiche: abolire la televisione e abolire la scuola media dell’obbligo. È probabile che un lettore italiano di oggi non abbia ben chiaro il fatto che una proposta di quel genere era perfettamente integrata al dibattito sulla scuola e sulla descolarizzazione che si era svolto negli anni Cinquanta e Sessanta soprattutto negli Stati Uniti. Si può dire anzi che fosse una proposta ormai tardiva, dato che <em>Deschooling Society</em> è il titolo di un saggio e di una raccolta di saggi pubblicata da Ivan Illich nel 1971; e dato che il principale ispiratore di Illich, Paul Goodman, aveva parlato di descolarizzazione già negli anni Cinquanta: «L’istruzione rappresenta ormai la voce principale della spesa pubblica [...]. Sarebbe meglio stornare una bella quota dai fondi riservati all’istruzione per offrire ai giovani un accesso diretto al mondo reale (ci sono decine e decine di possibilità in questo senso: apprendistato, viaggi, lavoro in comunità, opere di conservazione, assunzione temporanea in laboratori, in studi di progettazione, teatri e studi televisivi&#8230;). Particolarmente inutile si rivela l’istruzione medio-superiore [...]. È necessario ridurre drasticamente la durata dell’istruzione scolastica» (<em>Educazione e rivoluzione</em>, Edizioni dell’Asino 2010).</p>
<p style="text-align: justify;">Goodman non pensava che fosse necessario abolire la scuola: pensava che fosse opportuno che di scuola ce ne fosse di meno; e pensava che la scuola dovesse essere più libera, flessibile e anti-autoritaria rispetto a quella che aveva sotto gli occhi. La posizione di Illich era più radicale, anche perché l’ambiente a cui Illich pensava non era l’America delle città ma il Messico rurale: dove la scuola assomigliava davvero a un dispositivo il cui solo scopo era quello di ratificare l’esistenza delle caste. Il titolo che è stato dato al suo saggio nella prima traduzione italiana, <em>Distruggere la scuola</em>, è un piccolo abuso rispetto all’originale, ma non lo fraintende.</p>
<p style="text-align: justify;">Le questioni di fondo sollevate da Goodman e Illich sembrano tornare a galla oggi nel dibattito sulla scuola. Angelo Gaudio ha da poco raccolto, con un’ottima prefazione, alcuni scritti di Illich (<em>Illich. Un profeta postmoderno</em>, La Scuola 2012). Di Goodman si è occupata più volte la rivista <em>Gli Asini</em>, che raccomando caldamente (anche <em>online</em>: www.gliasinirivista.org). E ora esce per il Mulino un saggio di Norberto Bottani, <em>Requiem per la scuola?</em>, che a Illich fa più volte riferimento con una certa simpatia.</p>
<p style="text-align: justify;">Troppa?</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, con i saggi che invocano la descolarizzazione, è che mentre tutte le critiche che muovono alla scuola sono ragionevoli e condivisibili, il rimedio che propongono sembra non solo impraticabile a meno di una rivoluzione, ma anche di molto incerta efficacia. E se poi, una volta chiuse le scuole, le cose vanno peggio di adesso? «Purtroppo – scrive Bottani – non ci sono indagini che permettano di verificare scientificamente la validità della teoria di Illich». Ma la verifica di questa teoria (che non definirei «complessa e documentata» come fa Bottani) richiederebbe un’operazione di ingegneria sociale della quale nessuno né vorrà né potrà rendersi responsabile. Semmai, quello che possiamo «verificare scientificamente» non è ciò che resta <em>dopo</em> che le scuole sono state chiuse ma ciò che c’è quando le scuole non sono ancora state aperte, e per questo basta fare un giro nelle periferie di Kinshasa o di Dacca: lo spettacolo non è confortante. Non è questione di scolarizzazione ma di distribuzione del reddito? Anche questo, certo, ma è probabile che tagliare il <em>budget</em> per l’istruzione di base non sia il primo passo da compiere.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo non per dire che i dubbi sul Sistema non sono legittimi: lo sono eccome, ed è un’ottima cosa che Bottani contribuisca a rimetterli in circolazione. Ma una volta che uno accetti di starci dentro, al Sistema, non c’è altro da fare se non analizzarlo, per vedere se e come funziona, e avanzare proposte sensate sul modo di riformarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all’analisi, è difficile trovare un esperto più esperto di Bottani, che si è occupato per tutta la vita di scuola, sia come funzionario all’OCSE sia come studioso (a parte i libri, sono sue alcune delle migliori voci enciclopediche dedicate alla scuola, alcune delle quali si leggono in <a href="http://www.treccani.it/">www.treccani.it</a>; e il suo sito <a href="http://www.oxydiane.net/">www.oxydiane.net</a> è una vera miniera). Dati alla mano, Bottani constata che la scuola pubblica italiana (ma il resto del mondo non se la passa meglio) non riesce a garantire ai cittadini «il conseguimento, alla fine dell’istruzione scolastica obbligatoria, di una base comune di conoscenze e competenze». Vale a dire per esempio che molti italiani, usciti dalla scuola dell’obbligo, sanno a malapena leggere e faticano «a reperire in una pagina scritta un’informazione esplicita». Ciò non significa che la scuola non serva. Serve, ma serve soltanto a una parte della popolazione, mentre a pagarla sono tutti i contribuenti. Inoltre, aggiunge Bottani, «le disuguaglianze iniziali rispetto all’istruzione, invece di calare, con la scolarità prolungata si accentuano».</p>
<p style="text-align: justify;">Che fare, allora, per arginare questa valanga di ingiustizie?</p>
<p style="text-align: justify;">E qui, su questa domanda, di solito ci si arena, perché sulla scuola nessuno sa bene che pesci prendere. E lo si può capire: perché decidere cosa e come insegnare a scuola è un po’ come decidere (per conto terzi) come vivere la vita: l’indecisione è segno d’intelligenza. «So io come fare!» è una frase che, in questa materia, nessuna persona di buon senso ha il coraggio di dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche Bottani, comprensibilmente, esita, e le sue stesse esitazioni – il suo ragionare ad alta voce, diciamo – sono istruttive. La proposta che affiora più spesso nel saggio e negli altri suoi contributi è quella in favore di un maggiore decentramento: «si hanno prove documentate che se le scuole diventano autonome e responsabili i risultati scolastici degli studenti sono migliori». È una questione cruciale, tanto quanto quella che riguarda le modalità di reclutamento degli insegnanti, su cui Bottani invece non si sofferma: su entrambe è urgente che si discuta, e che si decida. Anche perché fuori dalla scuola il mondo va a velocità supersonica, ed è forse vicino il giorno in cui l’iniziativa nel campo dell’istruzione passerà, dagli stati nazionali, al <em>world wide web</em>. Bottani accenna soltanto a questo tema, che invece è ben presente nel suo sito, ma un cenno non basta, perché qui si chiude il cerchio, e internet sembra essere sul punto di realizzare – in un modo, come dicevo, stravolto, quasi parodico – i sogni di descolarizzazione sognati nel dopoguerra.</p>
<p style="text-align: justify;">In un saggio del 1971, <em>Come educare senza scuola</em>, Illich sosteneva che un buon sistema educativo doveva mirare a tre scopi: permettere a tutti coloro che vogliono imparare di avere accesso al sapere in qualsiasi momento della loro vita; permettere a coloro che vogliono condividere con gli altri ciò che sanno di incontrare coloro che vogliono imparare; fornire a tutti coloro che vogliono sottoporre un problema al pubblico i mezzi adatti a farlo. In questo modo, osservava Illich, «coloro che vogliono imparare non sarebbero costretti a sottomettersi a un ciclo obbligatorio, non subirebbero discriminazioni a seconda che siano o meno in possesso di quel tale certificato o diploma. Il pubblico non sarebbe più costretto a finanziare, attraverso imposte regressive, un enorme apparato di educatori e di edifici [...]. Si dovrebbe utilizzare la tecnologia moderna per rendere la libertà di parola, di assemblea e di stampa realmente universale e quindi pienamente educativa». La «tecnologia moderna» erano, nel 1971, programmi TV culturali preregistrati e mangianastri su cui «gli alfabetizzati e gli analfabeti potrebbero registrare, conservare, diffondere e ripetere ogni sorta di opinione». E concludeva: «utilizzerò la parola <em>rete</em> per designare i mezzi specifici che permettano l’accesso a ciascuna serie di risorse».</p>
<p style="text-align: justify;">Dev’essere suonata un po’ folle, deve aver fatto molto sorridere, nell’anno 1971, questa fantomatica, velleitaria <em>rete</em> di auto-apprendimento.</p>
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		<title>Pare che le biblioteche abbiano ancora senso</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 10:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guerzoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[Domenicale del Sole 24 ore, 17 marzo 2013] 1973: il 4 gennaio nasce a Bari Mister X, il 26 marzo a East Lansing Mister Y. 1993: Mister X studia giurisprudenza all&#8217;Università di Siena, Mister Y computer engineering all&#8217;Università del Michigan. 1997: Mister X presiede la commissione per lo studio della dipendenza dalla droga del Comune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/British_Library_Gate_Shadow1.jpg"><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-2093" title="British_Library_Gate_Shadow" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/British_Library_Gate_Shadow1-e1363946610452.jpg" alt="" width="311" height="208" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[Domenicale del <em>Sole 24 ore</em>, 17 marzo 2013]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1973: il 4 gennaio nasce a Bari Mister X, il 26 marzo a East Lansing Mister Y. 1993: Mister X studia giurisprudenza all&#8217;Università di Siena, Mister Y <em>computer engineering</em> all&#8217;Università del Michigan. 1997: Mister X presiede la commissione per lo studio della dipendenza dalla droga del Comune di Orvieto, Mister Y una confraternita di <em>graduate students</em> di Stanford. 2002: Mister X è responsabile delle relazioni pubbliche e istituzionali per l’Italia nord-orientale dell’Istituto Nazionale Previdenza Dipendenti Amministrazione Pubblica; Mister Y incontra Mary Sue Coleman, presidente della University of Michigan. Lei dichiara che per scansire i 7 milioni di volumi della biblioteca ci vogliono 1000 anni,  l’alumno che il suo Library Project è in grado di farlo in 6. 2011: Mister X diviene consulente del Ministro italiano per i Beni e le Attività Culturali (si prenderà cura del futuro delle biblioteche e delle biblioteche del futuro); Mister Y il ventesimo uomo più ricco del pianeta. 2012: Mister X è arrestato con l’accusa di aver rubato, esportato e venduto illegalmente oltre 3.500 tra manoscritti, volumi e altri beni, grazie a una fitta rete di complici internazionali; Mister Y comunica che Google Books ha digitalizzato 20 milioni di libri &#8211; grazie alla collaborazione di 21 partner internazionali &#8211; e intende acquisirne altri 110 entro la fine del decennio.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2089"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Paese che vai, quarantenne che trovi (e ti meriti). Eppure le romanzesche vite parallele di Marino Massimo De Caro, il demone dei Girolamini e di Larry Page, l’angelo di Mountain View con un cognome paradossale per un divo digitale, estremizzano i termini entro i quali si stanno dipanando i destini delle biblioteche, strette tra l’abbandono fisico e l’aggressione virtuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non tutte le notizie sono funeree; ieri è stata inaugurata a Mestre VEZ, una nuova biblioteca pubblica di 2000 mq integralmente coperti da wifi, in cui, oltre ai servizi tradizionali, è possibile accedere a una Media Library On Line con decine di migliaia di quotidiani italiani e stranieri, files musicali, materiali audiovisivi, ebooks multilingue.</p>
<p style="text-align: justify;">Un evento fausto e raro nel Belpaese, dove negli ultimi tempi le biblioteche sono state soprattutto vittime di tagli (il budget delle statali è crollato dai 182,6 Me del 2000 ai 138,5 previsti per il 2013 e amputazioni ancor più dolorose sono state inferte alle civiche), chiusure (Universitaria di Pisa, tra le tante) e rinvii (dalla BEIC di Milano, già costata ai contribuenti 30 Me su un totale di 350, alla Nuova Civica  di Torino, già costata 16,5 Me su un totale di 220).</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, smentendo quanti preconizzavano la rapida estinzione di questi solitari e silenziosi luoghi di studio zeppi di anacronistiche carte, all&#8217;estero le biblioteche e i bibliotecari danno segni evidenti di vitalità e ottimismo; la tumultuosa avanzata del digitale ha infatti provocato un ripensamento radicale delle missioni, dei servizi, delle tecnologie e degli spazi, favorendo una decisa azione di rilancio, con corposi investimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è casuale che tante, nuove, belle biblioteche, mediateche e <em>digital cultural institutions</em> siano state inaugurate nelle nazioni e nelle città più attente ai temi dell’innovazione, dell’educazione permanente, dell’inclusione sociale e della coesione comunitaria, per favorire la formazione e la disseminazione di quelle che l’Institute for Museum and Libraries ha identificato come le <em>XXIth Century Skills</em>: capacità di apprendimento, selezione delle informazioni, pensiero critico, creatività, flessibilità, adattabilità e condivisione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla Central di Seattle alla Central di Helsinki, dalla NAA di Hilversum alla Bibliotheek di Gand, dalla Public di Amsterdam alla Library and Culture House di Vennesla in Norvegia, dalla Central di Vancouver alla Black Diamond di Copenhagen, si moltiplicano le sedi preposte all’annullamento dei <em>literacy</em> e<em> digital divides</em> nella cosiddetta <em>global knowledge society</em>. Non si tratta di menate intellettualoidi, ma di questioni esiziali in un’epoca in cui il 30% dell’umanità dispone di una connessione internet e il 90% di un telefono cellulare, che hanno rivoluzionato il modo con cui le persone trovano, conservano, creano, condividono e utilizzano le informazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia queste sfide non vengono raccolte solo nelle sedi più imponenti, ma anche in una miriade di avamposti locali, giovani e snelli, che rispondono tempestivamente a istanze  capitali: l’educazione dei nativi digitali, l’uso consapevole delle nuove tecnologie, l’inclusione sociale, etnica e confessionale, il dialogo intergenerazionale, l’accessibilità, la democrazia digitale, la qualità, contestualizzazione e terzietà delle informazioni, la responsabilità sociale, la gratuità della fruizione culturale, la mediazione dei desiderata dei produttori e dei consumatori di contenuti, etc. Si pensi, ad esempio, al successo riscosso dal progetto di Sergio Dogliani, un emigrato che ripercorrendo le orme di Panizzi ha inventato nel Regno Unito un nuovo formato di biblioteche civiche (le Idea Stores, superpremiate e iperfrequentate) partendo dai quartieri più disagiati e multietnici di Londra.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi casi il digitale non è stato percepito come una minaccia, ma come un’eccezionale opportunità per favorire la nascita di una nuova generazione d’istituzioni culturali, che, come l’adiacente M9 di Mestre, rappresentano il punto di convergenza e fusione delle rinnovate funzioni di musei, biblioteche e archivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per conseguire questo obiettivo è necessario modificare costrutti mentali e pratiche professionali secolari, formare nuove competenze e professioni, concepire spazi fisici  assai diversi da quelli austeri e intimidatori del passato: per realizzare biblioteche e istituzioni culturali <em>future-proof</em>, bisogna progettare luoghi accoglienti, inclusivi e sostenibili, più attenti alle esigenze di pubblici eterogenei e ai fabbisogni educativi, formativi e relazionali di comunità vaste che alle esigenze di singoli studiosi. Non ci vuole molto, basta crederci.</p>
<a class="wpptopdf" target="_blank" rel="noindex,nofollow" href="http://www.claudiogiunta.it/2013/03/pare-che-le-biblioteche-abbiano-ancora-senso/?format=pdf" title="Download PDF"><img alt="Scarica l'articolo in PDF" title="Scarica l'articolo in PDF" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/plugins/wp-post-to-pdf/asset/images/pdf.png">Crea un pdf di questo articolo</a>]]></content:encoded>
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		<title>Su &#8220;Gente indipendente&#8221; di Halldór Laxness</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 07:14:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/volcano-road_1637083i.jpg"><br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-2068" title="volcano-road_1637083i" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/volcano-road_1637083i-e1363548298488.jpg" alt="" width="400" height="266" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[<em>Between</em> (</strong><strong><a href="http://www.between-journal.it/" target="_blank">www.Between-journal.it</a></strong><strong>), II 4 (2012)]</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«I romantici europei possono anche lodare l’incanto dei luoghi deserti e selvaggi, ma sanno che per loro si tratta al massimo di una passeggiata di poche ore fino a una comoda osteria: possono celebrare le gioie della solitudine, ma sanno che in qualunque momento possono far ritorno al tetto familiare o in città, e che laggiù, nel frattempo, cugini, nipoti zii e zie, club e salotti continuano la solita vita esattamente come quando li hanno lasciati. Il vero deserto, la solitudine che non conosce rapporti duraturi da coltivare o da respingere, non riescono nemmeno a concepirlo».</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>(W.H. Auden, «Lo scudo di Perseo»)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1. Tra gli ingredienti che formano la vita umana, Michael Oakeshott distingueva i processi dalle pratiche. I processi li governa la natura: la nascita, l’invecchiamento, le malattie, la morte, i terremoti, la pioggia, la forza di gravità. Gli esseri umani possono cercare di influenzarli, di difendersi da loro, ma per lo più li subiscono, e nessuno ne è esente. Le pratiche risultano dalle decisioni e dalle azioni degli esseri umani: l’amore, l’amicizia, l’odio, l’invidia, la vendetta, il perdono. Posta questa distinzione di massima, è chiaro che il romanzo è soprattutto una riflessione sulle pratiche, cioè su ciò che è proprio di <em>un </em>particolare essere umano o gruppo umano, distinto da ogni altro, e sulle relazioni che tra gli umani si intrecciano: i processi naturali fanno da sfondo. Nella <em>Morte di Ivan Il’ic</em> di Tolstoj, poniamo, lo sfondo – la naturalissima morte di Ivan Il’ic, uguale a tutte le altre morti – è importante, ma lo è di più il modo in cui Ivan Il’ic ha vissuto la sua vita insieme agli altri uomini, e quel modo rimanda a un insieme di pratiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gente indipendente</em> di Halldór Laxness (traduzione di Silvia Cosimini, Milano, Iperborea 2004) è un’eccezione. In <em>Gente indipendente</em>, infatti, la forza dei processi naturali è preponderante, imparagonabile a quella che ha in qualsiasi altro romanzo moderno; e quelle pratiche che risultano dall’interazione fra gli esseri umani, e che formano di solito l’impalcatura dei romanzi, hanno un ruolo secondario. <em>Gente indipendente</em><em> </em>non è tanto la storia della vita del povero allevatore di pecore Bjartur, quanto la storia della sua sopravvivenza al freddo, alla fame e alle malattie. La storia di una vita presuppone cambiamento, crescita. Mastro-don Gesualdo, un anti-eroe letterario che nella sua abnegazione e nel suo morboso attaccamento alla roba ha più di una somiglianza con Bjartur, nasce povero ma diventa ricco: evolve. La storia di una sopravvivenza invece è statica: in sostanza si tratta di tenere duro, e basta. Le seicento pagine di <em>Gente indipendente</em><em> </em>parlano soprattutto di questo, di come Bjartur tiene duro. Se uno cerca un libro che preservi in sé, secondo il precetto di Adorno, «la memoria del dolore accumulato», può smettere di cercare.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2065"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il giovane Bjartur – né padre né madre, niente che lo colleghi a qualcosa o a qualcuno, un uomo e basta – compra a credito un vecchia fattoria in una zona sperduta della campagna islandese e vi si stabilisce con la moglie. Mette al mondo dei figli, alleva pecore, una mucca. In condizioni diverse, a una latitudine diversa, in un’epoca diversa, questi avrebbero potuto essere gli ingredienti di un idillio. Nell’Islanda di fine Ottocento no. Il <em>ménage </em>famigliare è quello delle società tribali. Bjartur sposa una donna che non ha mai visto prima, una donna che imparerà a temerlo e a odiarlo già dalla prima notte. Dei quattro figli, due lo abbandoneranno, salvo riavvicinarsi anni dopo, nel finale del racconto; uno se ne andrà in America; il quarto, persosi nella brughiera, morirà. In una scena memorabile, Bjartur ne ritrova il cadavere dopo il disgelo, seguendo il volo dei corvi. Sulle prime non lo riconosce: «Era il corpo magro di un ragazzo che era rotolato fin qui dalle rocce chissà quando durante l’inverno». Una volta compreso che quello è il corpo del figlio, la sua reazione è questa: «L’osso del naso era scoperto e la bocca rideva senza labbra al cielo, gli occhi strappati, gli stracci intorno al corpo così marci che la putredine era penetrata fin nelle ossa. Così era questo che cercava, il rapace, non era certo una bella scena – l’uomo lo toccò una volta o due col suo bastone, scacciò il cane e mormorò: Ognuno fa la fine che si merita, e aspirò una generosa presa».</p>
<p style="text-align: justify;">Persi i figli, perse le due mogli, Bjartur si ritroverà padrone della fattoria e liberato dai debiti ma solo, più solo di Linda Loman nel finale di <em>Morte di un commesso viaggiatore</em>: «Così perse il suo ultimo figlio, mentre se ne stava giù in fondo a una chiassaiola, proprio quando era arrivato quasi a vincere quella lotta per l’indipendenza che gli era costata tutti gli altri suoi figli, adesso che il benessere e la piena sovranità gli si delineavano davanti». Infine, l’Islanda non è l’Arcadia. Le pecore muoiono d’inedia e di vermi, o uccise per capriccio dai demoni che vivono nella brughiera; la mucca l’ammazza lo stesso Bjartur, per pura stupidità. Il freddo fa il resto. A dispetto di ogni idealizzazione romantica, e a dispetto della retorica islandese sulla virtuosa vita rurale (quando il romanzo apparve, nel 1935, molti si offesero per il modo brutale in cui questa vita veniva rappresentata), la natura descritta da Laxness è sempre nemica, e chi ci abita in mezzo non ha occhi per vederla bella. «Adesso capisco perché la valle è così bella», dice un visitatore di passaggio ad Ásta Sólillja, l’unica figlia femmina di Bjartur. Lei rimane interdetta: «La valle bella? A lungo dopo si scervellò su questa frase. Che cosa aveva voluto dire? Lei aveva spesso sentito parlare di bella lana e bel filato, e soprattutto di belle pecore – ma la valle?».</p>
<p style="text-align: justify;">2. Com’era la vita cinquecento anni fa? E mille? E duemila? Risposta: ce lo dice la letteratura, ce lo dicono Ariosto, Dante, Omero. Ma non è del tutto vero. Nei loro libri, Ariosto, Dante e Omero non ci parlano della vita quotidiana, la vita comune del loro tempo, bensì d’individui eccezionali in situazioni eccezionali. Non del mugnaio o del contadino ma dell’eroe; non dell’eroe a riposo, nella quiete della casa, ma dell’eroe in azione, nella foresta o sul campo di battaglia. È raro che l’ordinario, l’esperienziale, sia materia di racconto. È per questo che ci commuovono tanto i paragoni ‘domestici’ della <em>Commedia</em>, quelli in cui Dante mette a confronto cose strane come quelle che si vedono nell&#8217;aldilà con cose famigliari come una mensola intagliata, o le pecore che escono dallo stabbio: ci commuovono, perché nella letteratura premoderna questi spiragli sugli aspetti più minuti, concreti della vita si aprono di rado. Leggendo i romanzi di Philip Roth, lo storico futuro potrà farsi un’idea abbastanza attendibile di come si viveva in Occidente alla fine del ventesimo secolo; leggendo i romanzi di Chrétien de Troyes, o lo stesso Boccaccio, noi non riusciamo a vedere la loro epoca con altrettanta chiarezza. Per questo, in linea di massima, i libri su <em>La vita quotidiana</em> <em>nella Roma antica</em>, o <em>nel Medioevo</em>, cercano altrove le loro fonti, i dati per le loro congetture.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gente indipendente</em> si svolge tra la fine dell’Ottocento e gli anni della prima guerra mondiale, ma le esistenze dei personaggi che popolano il romanzo sono così semplici, così povere di cose, relazioni, idee, che non si esagera se si dice che <em>Gente indipendente</em> ci permette di gettare uno sguardo su una qualsiasi vita islandese – forse su una qualsiasi vita scandinava – prima dell’età dell’automazione. È l’anno 1900, ma con poche rettifiche, poche sottrazioni, potrebbe essere l’anno 1700, o l’anno 1500, o più indietro ancora. A un centinaio di chilometri a est di Reykjavík, oggi il turista può visitare la fattoria di Stöng, che venne sepolta dalle ceneri del vulcano Hekla durante l’eruzione del 1104. «Dissotterrata dagli archeologi, l’ampia capanna dell’XI secolo venne ricostruita e posta in questa valle protetta [...]; visitandone l’interno ci si potrà fare un’idea di come nacque l’Islanda» (Guida <em>Bradt</em> dell’Islanda). Di fatto, ci si può anche fare un’idea del genere di vita vissuta da Bjartur e dai suoi figli nella fattoria immaginata da Laxness. Il tetto di torba e di erba, i muri senza finestre («Se è di luce solare che hai bisogno, fuori ce n’è quanta ne vuoi»), gli stabbi per gli animali accanto alla stanza in cui dorme e mangia la famiglia – sono condizioni, sono consuetudini che, nella sostanza, i secoli che separano Bjartur dai primi coloni dell’Islanda non hanno veramente cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggere <em>Gente indipendente</em> significa così entrare nella macchina del tempo ed essere catapultati nel mondo prima della civilizzazione: il fascino di questo grande romanzo deriva anche dalla sua forza di documento. Non che sia un documento interamente obiettivo. Mary Young, una ragazza <em>au pair</em> che visita il paese nel 1936, scrive alla sorella in Inghilterra raccomandandole di leggere Laxness, ma precisa che Laxness «descrive soltanto il lato più brutto della vita in Islanda» (<em>Letters from Iceland 1936</em>, University of Birmingham 1992, p. 12). La descrizione che lei dà della vita sull’isola e del lavoro nei campi è in effetti molto più serena: «Ieri doveva essere martedì. Ora c’è una luce bellissima su quell&#8217;ampio, latteo torrente, e lo Snæfell è blu come inchiostro blu (o carta), e bianco fino a valle, a sud, e c’è sempre e solo il suono della corrente e del vento. C’è stato un acquazzone, oggi, così ho letto una saga che parla di quest’area, finché era abbastanza asciutto per sarchiare e imballare il fieno». Ecco l’idillio che cercavamo, bastava cambiare sguardo. Mentre è vero: c’è, al fondo di <em>Gente indipendente</em>, l’intenzione di smitizzare, di ridicolizzare l’ideale islandese del piccolo proprietario indipendente, del solitario colonizzatore di terre. Al suo posto, Laxness vorrebbe il socialismo. Anche per questo la rappresentazione della miseria spirituale e materiale dei personaggi è così cruda: solo l’unione delle forze – vuol suggerire Laxness – può avere la meglio su una natura così soverchiante. Ma il fatto che la visione sia parziale non implica che le cose viste, le cose raccontate da Laxness fossero frutto di fantasia (i trent’anni che separano Mary Young dai personaggi di Laxness devono aver reso molto meno povera e faticosa la vita islandese), e uno dei piaceri che si provano leggendo <em>Gente indipendente</em> è proprio il piacere del raccapriccio, il tipo di piacere che si prova guardando una di quelle <em>docufiction</em>sui sopravvissuti di un disastro aereo sulle Ande, o nel deserto dei Gobi: non essere lì, non essere come loro, vederli soffrire, domandarsi che altro gli può succedere, e come faranno a cavarsela – è quasi voyeurismo.</p>
<p style="text-align: justify;">E così, leggendo, il <em>voyeur</em> annota, mette insieme il suo piccolo campionario d’orrori. Case come scatole di legno coi tetti in lamiera, piene di muffa, funghi, spifferi; conversazioni sulla tenia e il vermocane anche ai battesimi e ai funerali, come se la tenia e il vermocane fossero gli unici argomenti degni di discussione (e probabilmente lo erano); conversazioni sul tempo, opinioni infondate, assurde sul tempo, e tanto più radicate quanto più assurde; morire di parto, dissanguate; morire a due anni non si sa di che cosa; sposare gente che non si è mai vista; avere come giochi, da bambini, soltanto le ossa delle pecore; avere sempre freddo, anche d’estate; passare l’inverno con porte e finestre sbarrate, l’aria malsana, il buio perenne; il pavimento in terra battuta, il fango in casa, il fango nel letto, la pioggia che sgocciola dalle travi; dormire su materassi di torba secca; dormire con le pecore (tanto «in un certo senso uomini e pecore sono una cosa sola»); la paura del buio, dei fantasmi, dei troll, dei santi cristiani diventati demoni, di Satana, ma più di tutto sempre e comunque il terrore di Dio; l’obbligo di restare vergini fino al matrimonio, le molestie dei padri sulle figlie, i bastardi esposti nella neve; i calci e i pugni alle mogli; essere già vecchi a quarant’anni, essere rimbambiti a quarantacinque, passare dalla giovinezza alla vecchiaia nello spazio di qualche mese («Solo un anno prima era una ragazza dalle guance rosse che la sera si lavava e indossava gli abiti migliori. Improvvisamente era diventata una donna consunta vestita di vecchi stracci di iuta, floscia in volto e grigia, il luccichio le era sparito dagli occhi, il colore dalle guance, la grazia dalle movenze»); credere nei sogni e sognare la carne, il latte; mangiare pesce di scarto, bere caffè annacquato, farsi durare una zolletta di zucchero per una settimana, fare un pasto al giorno, due nelle feste comandate, una bistecca due volte l’anno; l’olio di fegato di merluzzo al posto del latte per i neonati; i ricchi che sputano per terra in casa dei poveri; annegare nel fiume, annegare in mare; le figlie femmine come una maledizione; i pidocchi sempre, in tutte le stanze, su tutti i vestiti; non parlare a nessuno per giorni, per settimane; vedere, nella vita, non più di cinquanta persone; vivere in un’isola e non aver mai visto il mare; morire di tisi, morire di freddo persi nella brughiera; avere i denti neri per il tabacco, la faccia dei bambini blu per la scrofola, dormire in quattro sullo stesso tavolaccio, fare cinque figli e vederne morire tre, mangiare l’erba perché non c’è altro da mangiare, avere l’orticaria cronica, la tosse cronica, il mal di denti cronico, l’aerofagia cronica, lavarsi solo a Natale, smettere di lavarsi quando si diventa vecchi&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa che commuove di più, in questa catena di privazioni, è che si tratta di condizioni di vita che Bjartur e i suoi accettano come normali. L’unico che abbia sogni che vadano al di là della fattoria nella brughiera è l’ultimogenito Nonni, che infatti partirà per l’America. Tutti gli altri sopportano in silenzio. Ciò ha l’effetto di far risaltare meglio, in questo abisso, le piccole gioie effimere che rischiarano la vita. Un pescatore di passaggio con la sua tenda viene accolto dai figli di Bjartur come il salvatore appena sbarcato sull’isola deserta; Ásta Sóllilja, ormai adolescente, vede per la prima volta in vita sua il mare; un libretto di poesie di Ossian diventa per Ásta Sóllilja un confidente e un conforto: «Quello che più le toccava il cuore, il profondo del cuore, e la riempiva di un’emozione primordiale, tanto da sentire di poter abbracciare tutto, erano versi sul dolore che nasce nel cuore quando i sogni non si sono avverati, e sulla bellezza di questo dolore. La poesia sulla nave che sta adagiata in riva al mare freddo d’autunno, quella era la sua poesia; e sull’uccello che cerca di acquattarsi in qualche riparo, implume, anche lui in autunno, che si affanna nel maltempo e ha perso il canto e la via [...] – tutto questo lei lo comprendeva bene». Ma sono attimi. Il pescatore parte subito, e non tornerà più. Ossian parla di amori dei quali Ásta Sóllilja non farà esperienza. L’inverno ricomincia.</p>
<p style="text-align: justify;">3. <em>Gente indipendente</em> è l’epopea di un uomo solo, ma la verità è che non ce ne accorgiamo mai, perché Bjartur non ci appare mai veramente come un uomo. Bjartur non ha interessi diversi dalle sue pecore, perché le pecore gli sono necessarie per sopravvivere; non ama nessuno, non ha amici, non ha, non sembra avere quella minima attitudine alla riflessione su di sé mancando la quale, secondo il detto di Socrate, la vita non merita di essere vissuta. Programmato per resistere, non sembra avere desideri e paure che possano definirsi umane. Tutta la sua vita spirituale si riassume in poche massime di piombo come «Le femmine sono da compatire più degli esseri umani», o «La gente vale meno del letame, quando ci sono annate difficili», o «Niente è tanto spietato quanto la vita umana», o «Il più forte è chi resta solo. Uno nasce solo. Uno muore solo. Perché allora non dovrebbe anche viverci, solo?». Laxness ci fa entrare nella mente torpida, buia, di un uomo del genere: è difficile trovare un altro romanzo in cui un esperimento simile venga portato avanti tanto a lungo e con tanto rigore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, l’elogio della solitudine è un luogo comune umanistico del quale non è difficile avvertire il fascino specialmente oggi, nelle nostre vite troppo concitate. Non bisogna essere dei misantropi per lasciarsi sedurre, e magari convincere, da queste frasi di Thoreau: «Trovo salutare restar solo per la maggior parte del tempo. Essere in compagnia, anche dei migliori, provoca subito noie e dispersioni. Amo restar solo [...]. Per la maggior parte, noi siamo più soli quando usciamo tra gli uomini che quando restiamo in camera nostra». Ma la solitudine di cui gli intellettuali come Thoreau o come Orazio fanno l’elogio è, appunto, la solitudine agiata degli intellettuali, è l’Arcadia dei poeti classici: e non è una solitudine imposta, è una solitudine scelta, e la scelta è temporanea e sempre revocabile: Thoreau vive un paio d’anni nella sua capanna sul lago ma poi torna in città e muore nel suo letto, nella casa dei genitori. Nonostante le fatiche e le privazioni, <em>Walden</em> è un libro che ispira serenità, <em>Gente indipendente</em> si legge con pena. Thoreau è libero, Bjaltur ha moglie e figli. Thoreau vive in un bosco sul lago, Bjaltur nel deserto di lava dell’Islanda meridionale. Ma soprattutto: Thoreau sa, pensa, studia; Bjaltur a malapena sente, e reagisce alla vita come si reagisce a uno schiaffo: stringendo i denti o colpendo a sua volta – e i colpiti sono i figli, la moglie, gli animali. Bjartur è solo per necessità, non per scelta: «uscire tra gli uomini», per lui, non è un’opzione. E la sua solitudine non si può alleviare con la lettura, o la scrittura, o la meditazione, o la preghiera. In <em>Gente indipendente</em> non c’è spazio nemmeno per la religione: non ci sono né gli dei pagani né il cristianesimo; c’è solo quella variante degradata della coscienza religiosa che è la superstizione, e i suoi agenti sono il «popolo nascosto» dei demoni e dei troll, e sopra tutti il perfido Kolumkilli, cioè un san Colombano passato al filtro del paganesimo. Bjartur crede alla loro esistenza, come tutti; ma li sente nemici: combatte, e perde, anche contro di loro. La solitudine di Bjartur non è il riflesso della sua diffidenza nei confronti della civiltà: è il riflesso del suo non essere mai stato civilizzato. Thoreau e Bjaltur vivono la medesima lotta contro la natura e la solitudine, ma <em>Walden</em> è una reazione momentanea alla civiltà,<em>Gente indipendente</em> è il resoconto di ciò che precede la civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è del buono, in questo stato selvaggio, in questa vita fuori dalla storia? È interessante leggere <em>Gente indipendente</em> tenendo sullo sfondo certi libri che sostengono precisamente questa opinione, che la strada della virtù sia quella che porta lontano dalla civiltà, libri come l’<em>Emilio</em> o il <em>Werther</em>. Werther rimpiange l’ingenua bontà del popolo, non contaminato dalla falsa saggezza dei libri: «Questo amore, questa devozione, questa passione non è affatto un’invenzione poetica&#8230; Tutto ciò vive, si trova nella sua massima purezza fra quella gente che noi chiamiamo ignorante, gretta. Noi, persone educate&#8230; Deformate dall’educazione!». Allo stesso modo, Rousseau raccomanderà ad Emilio la lettura di un solo libro, <em>Robinson Crusoe</em>, «il solo libro che insegna tutto ciò che i libri possono insegnare». <em>Gente indipendente</em> illustra la deformità opposta, quella prodotta non dall’educazione e dall’agio bensì dalla povertà, dall’ignoranza e, soprattutto, da quell’atroce autodisciplina che la povertà e l’ignoranza impongono a coloro che ne sono vittime. I lussi dell’educazione producono, secondo Werther, una corrosiva rilassatezza. Ma l’autodisciplina del povero e dell’ignorante paga il prezzo della crudeltà, su se stesso e sugli altri. E la mancanza di educazione rende impossibile ogni rapporto umano: Bjartur tratta male anche chi vorrebbe fargli del bene. No, non c’è assolutamente nulla di buono, secondo Laxness, in questo stato selvaggio. «Crusoe – ha scritto Ian Watt in <em>Le origini del romanzo borghese</em> – trasforma la sua proprietà abbandonata in un trionfo [...]; è per questa ragione che il suo fascino è così forte per tutti coloro che si sentono isolati (e chi talvolta non si sente tale?). Una voce interiore ci suggerisce continuamente che l’isolamento umano in cui l’individualismo ci ha posti è penoso e tende, alla fine, verso una vita di animalesca apatia e di sconvolgimento mentale. Defoe ci risponde fiduciosamente che la solitudine può essere l’arduo preludio alla più piena realizzazione di ogni nostra potenzialità». Ebbene, <em>Gente indipendente</em><em> </em>dà forza precisamente a quella voce interiore che ci ammonisce non in favore ma <em>contro</em> la solitudine. Laxness prende il sogno pedagogico di Rousseau e lo cala nel caso concreto della brughiera islandese. Il risultato non è l’uomo buono naturale, Emilio cresciuto libero nell’armonia della natura; il risultato è Bjartur.</p>
<p style="text-align: justify;">4. Nel deserto umano descritto da Laxness non è strano che gli odi e gli amori più tenaci ruotino attorno agli animali. Dire che le pagine più belle di <em>Gente indipendente</em> sono quelle che descrivono le relazioni tra Bjartur e le sue pecore o tra la seconda moglie di Bjartur, Finna, e la mucca Búkolla non rende l’idea, perché quella che viene in mente, ancora una volta, è l’Arcadia. Invece, anche il rapporto tra uomo e animale qui cade nel cerchio della violenza e del sangue, com’era naturale nel mondo rurale di un tempo, e com’è ancora naturale là dove quel mondo si è conservato intatto. <em>Gente indipendente</em> è una specie di antifavola: gli animali sono protagonisti del racconto al pari degli umani, ma lo sono in chiave tragica, non comico-esemplare. Hanno freddo e fame come gli uomini, e muoiono prima di loro, a causa loro. I due capitoli più memorabili di <em>Gente indipendente </em>contengono appunto questo genere di violenza: l’uomo uccide o cerca di uccidere l’animale. Ma nel resoconto di queste uccisioni e di queste cacce Laxness mette un elemento perturbante che sembra alludere a uno strato di senso più profondo. Nel capitolo undicesimo Rósa, la prima moglie di Bjartur, rimasta sola in casa, fa entrare una pecora per proteggerla dal freddo e dalla pioggia ma la pecora, una volta dentro, non fa altro che belare e saltare per la stanza, pazza di terrore. All’alba, Rósa afferra l’animale e lo scanna. La descrizione dell’atto dura una pagina, una pagina di dettagliatissima macelleria. Ma la pagina più sinistra è la precedente, quella in cui Laxness descrive lo stato di <em>trance</em> – generato da spossatezza, terrore, fame, desiderio di vendetta nei confronti del marito ma anche, si direbbe, da un’oscura pulsione sessuale – che porta Rósa ad afferrare la falce, e i preparativi della macellazione:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Saltò giù dal letto. Non si diede nemmeno la pena di infilarsi i suoi vestiti, se ne andò in giro per la stanza a braccia scoperte, il petto seminudo, pallida per l’insonnia, gli occhi sfavillanti, folle. Avanzò a tentoni sotto l’arcareccio nel chiarore indefinito del mattino, ed estrasse da sopra un puntone la falce di Bjartur avvolta in un fodero di tela, la svolse, la portò sotto la finestra, osservò la lama, ne provò il filo sui capelli. Poi scese al piano di sotto. La pecora saltava terrorizzata per la stanza da una parete all’altra e la donna la seguì, incespicando negli attrezzi e nel cordame che erano caduti a terra durante le turbolenze notturne, ma non aveva più paura, nessuna idea bizzarra poteva più ostacolare la decisione che aveva preso, e dopo qualche inseguimento riuscì ad afferrare la bestia&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nel capitolo quindicesimo, Bjartur, perdutosi nella brughiera, insegue un branco di renne, ne afferra una per le corna e le monta in groppa, e quella lo trascina con sé nell’acqua gelida del fiume. Il centauro formato dalla bestia e dall’uomo, che corre sul fondo del fiume ghiacciato è un’immagine così potente da evocare i colori delle saghe o dei racconti magici più che quelli del romanzo. Forse solo Cormac McCarthy, tra gli scrittori contemporanei, è capace di rappresentare gli animali con altrettanta verità e forza simbolica: la lupa di <em>Oltre il confine</em>, i cavalli.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma gli animali sono anche oggetto d’amore. Bjartur ama il suo cane e le sue pecore; i bambini amano il vitellino, che Bjartur ucciderà sciorinando poi le sue budella sul pavimento del soggiorno. E Finna ama la mucca Búkolla, trova in lei una compagna di pena, e muore di crepacuore quando Bjartur uccide anche quella, per l’assurda ragione che sottraeva erba, luce e attenzioni alle pecore. La seconda parte di <em>Gente indipendente</em>si chiude su questa scena splendida e straziante:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>In quel momento [dopo l’uccisione della mucca] fu tutto finito per Finna di Sumarhús, questa donna di poche parole, amante della musica, che aveva dato alla luce molti figli per l’indipendenza della nazione, ma anche per la morte. Era buona. Aveva amici tra gli elfi. Ma il suo cuore aveva a lungo pulsato nella paura. La vita umana? Era come se la vita umana tornasse a cercare il suo principio, in quel momento. Le si piegarono le ginocchia e si voltò verso la vecchia Hallbera in assoluto silenzio, abbandonandosi come polvere impalpabile nel grembo appassito di sua madre.</em></p>
<p style="text-align: justify;">5. Nelle ultime cento pagine, <em>Gente indipendente</em> cessa di essere un romanzo di processi e diventa un romanzo di pratiche. Il tempo si precisa e si fa denso: scoppia la prima guerra mondiale, e Laxness mostra le conseguenze di questo avvenimento sul popolo islandese, che alla guerra non partecipa, servendosi di una ‘voce popolare’ non diversa da quella che parla nei romanzi di Verga: «Questa cosiddetta guerra mondiale, forse la benedizione più generosa che Dio abbia mai mandato sul nostro paese da quando le guerre napoleoniche salvarono la nazione dalle conseguenze della Grande Eruzione [...]; sì, questa bellissima guerra mondiale, che Dio ci garantisca di averne un’altra simile al più presto». Anche lo spazio si complica: Bjartur e i due figli rimasti lasciano la fattoria e vanno in città, e qui entrano in contatto con i portuali in sciopero. La storia contemporanea entra nel romanzo, il romanzo si fa politico. È la parte più debole del libro. La forza epica della battaglia che Bjartur combatte da solo contro tutti si diluisce. E il finale, col ricongiungimento tra Bjartur e la figlia, è melodrammatico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma fino a quel punto, a un centinaio di pagine dalla fine, <em>Gente indipendente</em> è davvero un romanzo unico, che racconta cose e persone che nessun altro romanzo racconta, cose e persone di un mondo remoto (ma in realtà, e questo aggiunge fascino alla storia, non troppo lontano né nello spazio né nel tempo: l’Islanda è Europa, e sono passati solo cent’anni), un mondo così desolato che «perfino l’apparizione un uomo con un bastone è un evento fenomenale», e in cui è possibile che gli elfi della brughiera, nottetempo, piantino dei chiodi nella testa degli agnelli, e che un uomo cavalchi una renna nelle acque di un torrente, e passi la notte al gelo dormendo su un pietrone («I brividi facevano parte del pernottamento in quel posto, non era necessario prendersela tanto se si conosceva il trucco per sbarazzarsene. Il trucco consisteva nell’alzarsi in piedi, afferrare il lastrone con le braccia e capovolgerlo finché uno non si riscaldava di nuovo»); un mondo in cui tutti citano le saghe e gli eroi delle saghe come se fossero storie successe il giorno prima, e non vecchie di ottocento anni, e in cui nessuno ha mai visto una mela, per cui non ci si rende bene ragione del peccato di Eva («per loro era un mistero assoluto il motivo per cui la donna avesse avuto questo desiderio irrefrenabile di una mela, in verità non avevano idea delle capacità seduttive di una mela e pensavano fosse una specie di patata»), e anche i quaranta giorni di pioggia del diluvio universale hanno l’aria di un inganno, dato che «c’erano anni lì nella brughiera in cui poteva piovere anche per duecento giorni e duecento notti, quasi senza schiarite; eppure non arrivava nessun diluvio universale».</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Henry James, una delle peculiarità del romanzo moderno sta nel fatto che in esso agiscono personaggi «sottilmente consapevoli» che si possono paragonare, nella letteratura del passato, solo ai grandi eroi tragici come Amleto o re Lear: è questa coscienza che «<em>fa</em> assolutamente l’intensità della loro avventura [...]. Noi, e cioè la nostra curiosità e la nostra simpatia, ci curiamo relativamente poco di ciò che accade agli stupidi, ai rozzi, ai ciechi» (prefazione alla <em>Principessa Casamassima</em>, in <em>Le prefazioni</em>, Roma, Editori Riuniti 1986, pp. 110-11). Aver saputo creare dei personaggi problematici e contraddittori: non è questa la massima lode per il romanziere? È in virtù di questo talento rappresentativo, di questa ricchezza di sfumature, che come lettori apprezziamo Musil, o Mann, o Roth. I loro personaggi sono intelligenti e moralmente complessi quanto e più di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">I protagonisti di <em>Gente indipendente</em> – la dolce, timida, strabica Ásta Sóllilja e il brutale, stupido, ma a suo modo eroico Bjartur – non assomigliano a questa descrizione. Al contrario, posseggono tutte quelle cattive qualità che, secondo James, rendono impossibile l’empatia: sono stupidi, rozzi e ciechi. Eppure sono indimenticabili. Ciò che li rende esemplari, e straordinariamente toccanti, è il fatto di essere, l’una e l’altro, del tutto ignari di sé e del vasto mondo che si apre al di là dei confini della fattoria di Sumarhús. L’amore e il sesso assalgono Ásta Sóllilja e la stordiscono, perché nessuno le ha mai detto che cosa siano; e Bjartur, accecato dalla sua smania di indipendenza, finisce per diventare il peggior nemico di se stesso. Chi legge oggi <em>Gente indipendente</em> non vede attorno a sé, nella vita di ogni giorno, esseri umani come questi. Ma basta guardarsi alle spalle, arretrare di cinquanta, cento anni, alla generazione dei nostri nonni o bisnonni, per rendersi conto, per ricordarsi del fatto che un numero infinito di esistenze ha seguito questo corso, consumandosi in questo mesto torpore. <em>Gente indipendente</em> è, tra le molte altre cose, una lettura da raccomandare agli antimoderni propensi a idealizzare quel passato: se ne esce più cauti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<a class="wpptopdf" target="_blank" rel="noindex,nofollow" href="http://www.claudiogiunta.it/2013/03/su-gente-indipendente-di-halldor-laxness/?format=pdf" title="Download PDF"><img alt="Scarica l'articolo in PDF" title="Scarica l'articolo in PDF" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/plugins/wp-post-to-pdf/asset/images/pdf.png">Crea un pdf di questo articolo</a>]]></content:encoded>
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		<title>La quarta cultura non farà prigionieri.  Su Jerome Kagan, &#8220;Le tre culture&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Mar 2013 11:17:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Blow Up the Humanities]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Snow]]></category>
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		<description><![CDATA[[Domenicale del Sole 24 ore, 10 marzo 2013] È difficile pensare a un saggio meno attuale di Le due culture di Charles Snow, che alla fine degli anni Cinquanta accese una discussione infinita mettendo l’uno contro l’altro due tipi umani che sino ad allora avevano abbastanza pacificamente convissuto, a volte addirittura collaborato: quelli che leggono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/Tra-i-due-litiganti2.jpg"><br />
</a><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/apple.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-2034" title="apple" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/apple.png" alt="" width="386" height="244" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[Domenicale del <em>Sole 24 ore</em>, 10 marzo 2013]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È difficile pensare a un saggio meno attuale di <em>Le due culture</em> di Charles Snow, che alla fine degli anni Cinquanta accese una discussione infinita mettendo l’uno contro l’altro due tipi umani che sino ad allora avevano abbastanza pacificamente convissuto, a volte addirittura collaborato: quelli che leggono <em>Amleto</em> e quelli che sanno qual è il secondo principio della termodinamica. Rileggendo il libretto si constata che la distinzione non era granché più sottile: da un lato la genia degli scienziati, che «ha il futuro nel sangue», dall’altro quella degli umanisti, i quali «pretendono che la cultura tradizionale costituisca la totalità della ‘cultura’, come se l’ordine naturale non esistesse» e, «per natura luddisti», «nutrono un particolare disinteresse per gli uomini loro fratelli» (<em>sic</em>). E si respira l’aria di certi vecchi film in bianco e nero: con la guerra fredda, la paura che gli ingegneri sovietici facciano le cose più in fretta degli ingegneri americani, le <em>high tables</em> dei college inglesi in cui i letterati (teste Snow) trattano con una certa sufficienza i loro colleghi scienziati. Oggi sono rimaste solo le <em>high tables</em>, ed è molto probabile che qui il rapporto si sia invertito, e che siano gli scienziati a guardare con sufficienza i loro sotto-finanziati, non-attrattivi, obsoleti colleghi umanisti. Ma al di là di queste un po’ oziose questioni di prestigio, è il tema in sé che mi pare abbia perso centralità. La mia copia del libro di Snow ha una bella prefazione di Ludovico Geymonat che avverte: «Nessuno può essere, oggi, così cieco da non rendersi conto che l’esistenza di due culture, tanto diverse e lontane una dall’altra quanto la cultura letterario-umanistica e quella scientifico-tecnica, costituisce un grave motivo di crisi della nostra civiltà». Felice l’epoca – verrebbe da commentare – in cui erano questi i problemi che potevano mettere in crisi «la nostra civiltà».</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le due culture</em> di Snow apparteneva al genere difficilissimo del <em>pamphlet</em>, un genere in cui per cento pagine si fanno considerazioni ordinate tutte a un medesimo obiettivo. L’obiettivo di Snow era sintetizzabile nella frase ‘Le scienze dure sono più importanti delle scienze umane’; o nella frase ‘La cultura scientifica dovrebbe essere apprezzata più di quanto non si faccia di solito’; o nella frase ‘Solo le scienze applicate ci possono salvare’. Il rischio di ogni <em>pamphlet</em>, come di ogni ragionamento a tesi, è duplice. Da un lato una visione caricaturale degli avversari (Snow non aveva in mente degli umanisti, aveva in mente degli idioti); dall’altro la cecità rispetto a tutto ciò che potrebbe mettere in discussione l’assunto che s’intende provare, e quella fiducia smodata nelle proprie idee che porta ad essere incautamente ottimisti («La disparità tra ricchi e poveri [...] non durerà a lungo. Qualunque cosa, nel mondo che conosciamo, sia destinata a sopravvivere fino all’anno 2000, certo non sarà questa disparità. Una volta che l’espediente per diventare ricchi è conosciuto, come lo è ora, il mondo non può più continuare a vivere mezzo ricco e mezzo povero. Non può proprio andare avanti così». Dove l’espediente sarebbe il buon uso della tecnica: mai fare previsioni, <em>mai</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2018"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le tre culture</em> di Jerome Kagan appartiene invece al genere ‘saggio di sintesi’, o ‘saggio-visione’, ed è insomma uno di quei libri che vengono scritti verso la fine della vita da studiosi che hanno dato contributi importanti all’interno della loro disciplina, ma hanno letto molto anche al di fuori di quei confini, e ora vogliono provare a comunicare a un pubblico più ampio la loro visione del mondo. In  passato era soprattutto un genere da filosofi. Oggi che la spiegazione dell’Intero non sembra più stare in cima ai loro pensieri, il testimone è passato ad altre categorie che sono o presumono di essere più in sintonia con lo <em>Zeitgeist</em>: fisici, economisti, psicologi, biologi. Kagan è appunto uno studioso di psicologia, il che spiega perché, nel suo libro, la parte relativa alle scienze dure sia un po’ sacrificata, quella relativa alle scienze umane sia ridotta al minimo, e quasi tutto lo spazio se lo prenda la terza cultura, cioè quelle che si chiamano sinteticamente scienze sociali. Questo squilibrio si avverte non solo se si guarda alla quantità, al numero delle pagine, ma anche se si guarda alla qualità dell’argomentazione. Le molte pagine che Kagan dedica alla psicologia e alle discipline confinanti sono piene di osservazioni interessanti, la gran parte delle quali ruota attorno al problema cruciale del rapporto tra natura e cultura (cos’è innato e cos’è costruzione sociale? Cos’è ‘umano’ e cos’è frutto dell’educazione?), problema che Kagan affronta con grande equilibrio e soprattutto – come non accade in troppi petulanti contributi ‘umanistici’ sul medesimo tema – alla luce di abbondanti dati sperimentali. Ma le cinquanta pagine dedicate alle scienze dure e all’economia sono poco più che aneddotiche. E le cose vanno peggio con le <em>humanities</em> perché, non diversamente da Snow, Kagan ne ha una visione talmente riduttiva da rendere impossibile qualsiasi argomentazione o contro-argomentazione sensata. Per Snow gli umanisti erano quelli che avevano letto <em>Amleto</em>. Dal canto suo, Kagan ritiene (p. 259) che alla domanda «Quali sono le funzioni dello studio umanistico?» gli umanisti contemporanei risponderebbero «Fornire prospettive divergenti sulla condizione umana e creare oggetti belli». Un’idea che non si saprebbe bene come prendere (Kagan pensa ai romanzieri? Ai pittori? Certo non agli storici, filologi, paleografi, archeologi, linguisti che nelle università svolgono un lavoro non meno esatto e non meno scientifico dei loro colleghi fisici e biologi), ma che contribuisce a spiegare il tono millenaristico di una sintesi come questa: «Il mondo moderno ha disperatamente bisogno dei suoi Swift, Kant, Goya, Shaw, Beckett o Eliot per provocare una popolazione passiva, alla deriva in una nave senza una direzione chiara, che chiacchiera dell’ultimo episodio dei <em>Soprano</em>». Il senso degli studi umanistici – si potrebbe dire se si accettasse questo gioco – sta precisamente nel favorire l’attitudine contraria: quella che porta a diffidare di ogni esigenza di «direzione chiara», e che per esempio accoglie come una benedizione il fatto che un essere umano che vive oggi possa godere insieme di Kant, di Goya <em>e</em> dei <em>Soprano</em>. Ma non bisogna accettare questo gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capitolo finale, <em>Tensioni attuali</em>, parla dell’equilibrio fra le tre culture nell’università, e ne parla con intelligenza, ma contiene considerazioni di un buon senso così cristallino da rasentare il senso comune. Non è colpa di Kagan: qualsiasi discorso sull’istruzione superiore che tratti di questioni generali corre il rischio di ripetere cose già note, e su cui siamo tutti d’accordo. Solo i sovversivi riescono ad essere veramente interessanti, ma di solito hanno anche torto. Invece Kagan ha quasi sempre ovviamente ragione: quando sostiene che la biologia può fornire dei buoni protocolli d’indagine alle scienze sociali (no alle infatuazioni per le certezze delle scienze dure); quando osserva che una storia del banjo non dovrebbe avere lo stesso credito di un corso sui fondamenti della fisica (no alla completa destrutturazione dei <em>curricula</em>); quando, coll’autorità dell’esperto, assicura che nessuna mappa genomica abolirà mai il libero arbitrio, per cui se un adolescente si ubriaca e poi sfascia la macchina in un incidente non ci sono scuse, è colpa sua: oggi invece «le autorità scolastiche e gli amici condividono la colpa per avergli permesso di bere fino a ubriacarsi e poi di guidare un’automobile». Insomma, il corredo genetico non è predittivo quanto all’uso o al non uso dell’etica della responsabilità: è un sollievo saperlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove Kagan ha forse torto, dove forse il suo buon senso non funziona, è su una delle questioni fondamentali del libro, e cioè sul modo in cui i rappresentanti delle tre culture dovrebbero provare a colmare il <em>gap</em> che li separa. Scrive Kagan: «L’ovvio bisogno di una maggiore comprensione reciproca fra i membri delle tre culture potrebbe essere soddisfatto almeno in parte dalle collaborazioni, sia all’interno che all’esterno dell’accademia, da insegnamenti condivisi e da libri scritti a più mani da rappresentanti di tutti e tre i gruppi». A stringerla in una parola, questa è la famosa interdisciplinarità (in italiano popolare <em>interdisciplinarietà</em>, con una <em>e</em> in più piovuta da chissà dove), cioè la saggia raccomandazione di studiare un oggetto, un’epoca, un problema, facendovi convergere tecniche diverse, elaborate in campi del sapere diversi. Ora, almeno in campo umanistico, il richiamo all’interdisciplinarità assomiglia un po’ a un truismo, perché è una cosa che, al livello più alto degli studi, si è sempre fatta. Interdisciplinarità significa qui, in sostanza, ‘ricerca di qualità’. Si tratta allora di creare degli studiosi capaci di farla, questa ricerca di qualità, e non è affatto detto che l’interdisciplinarità programmata, la contaminazione decisa a tavolino, sia la strada da percorrere se si vuole raggiungere quest’obiettivo. Le occasioni d’incontro tra specialisti di discipline diverse sono ovviamente una ricchezza. Ma queste occasioni si creano all’interno di ottime università, popolate da ottimi docenti e da ottimi studenti: la ricerca di alto livello (<em>aka</em> interdisciplinarità) nasce su questo terreno, non altrove. Pensare – come si fa sempre più spesso – di saltare direttamente all’ultimo passaggio e fare ‘ricerca interdisciplinare’ è un buon modo per incoraggiare il velleitarismo e la chiacchiera. Sul fronte della formazione, questo significa che, prima di promuovere collaborazioni tra esperti di discipline diverse e la scrittura di libri in <em>équipe</em>, l’università dovrebbe continuare a curarsi della buona salute delle singole discipline e della buona qualità degli studiosi che la professano. Formare dei bravi linguisti, o dei bravi storici, o dei bravi paleografi: questo è un obiettivo sensato; ‘formare dei nuovi Max Weber’ è un’idea seducente, ma non funziona (ma è, ripeto, un’idea diffusa: una sua variante spericolata si ritrova per esempio nel libretto di Toby Miller <em>Blow Up the Humanities</em>, Philadelphia, Temple University Press 2012, che propone di somministrare agli studenti «a blend of political economy, textual analysis, ethnography, and environmental studies», in modo da farli diventare degli agguerriti <em>media critics</em>: ma certo).</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, l’impressione è che la debolezza di libri così diversi come quello di Snow e quello di Kagan stia nel tema ancor prima che nello svolgimento del tema. Da un lato, le ‘culture’ così intese sono organismi troppo mobili e complicati perché se ne possa dare una descrizione sintetica. Dall’altro, predicare le contaminazioni è inutile perché – là dove si danno le condizioni opportune, e non altrove – queste si sviluppano per conto loro. Infine, colmare il divario fra le due o tre culture, oltre che irrealistico, è assurdo, perché dobbiamo precisamente a questo divario, a questa differenziazione di ruoli, buona parte del progresso tecnico-scientifico che rende meno spiacevole, meno insicura e meno breve la vita moderna; così come gli dobbiamo tante splendide opere d’arte, e tanti bei libri sulle opere d’arte. Anziché adoperarsi per colmare il divario che le separa, le tre culture dovrebbero continuare a crescere e raffinarsi nella massima libertà, e talvolta, altrettanto liberamente, conversare tra loro. Almeno fino a quando gli specialisti della quarta, l’informatica, non decideranno che è ora di piantarla.</p>
<a class="wpptopdf" target="_blank" rel="noindex,nofollow" href="http://www.claudiogiunta.it/2013/03/la-quarta-cultura-non-fara-prigionieri-su-jerome-kagan-le-tre-culture/?format=pdf" title="Download PDF"><img alt="Scarica l'articolo in PDF" title="Scarica l'articolo in PDF" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/plugins/wp-post-to-pdf/asset/images/pdf.png">Crea un pdf di questo articolo</a>]]></content:encoded>
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		<title>La non fuga dei cervelli</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Mar 2013 08:04:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Sciortino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[Corriere di Bologna, 9 marzo 2013] Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, sostiene il bardo. La nostra (breve) vita è circondata dal sonno. Ho spesso l’impressione che anche il dibattito pubblico sull’università sia intessuto di sogni, e quasi del tutto separato dalla vita quotidiana degli atenei.  Anche se, nel caso dell’università, sarebbe forse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/74703425.2.jpg"><br />
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<p style="text-align: center;"><strong>[<em>Corriere di Bologna</em>, 9 marzo 2013]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, sostiene il bardo. La nostra (breve) vita è circondata dal sonno. Ho spesso l’impressione che anche il dibattito pubblico sull’università sia intessuto di sogni, e quasi del tutto separato dalla vita quotidiana degli atenei.  Anche se, nel caso dell’università, sarebbe forse più appropriato parlare di incubi. Siamo circondati da una serie di miti funesti praticamente impossibili da scalfire.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno di questi è che i giovani e promettenti ricercatori italiani siano tutti all’estero. O in procinto di andarci. O costretti dalla forza di luridi e feudali vincoli a rinunciare ad una splendida carriera in altri lidi, dove i loro meriti sarebbero finalmente apprezzati. Insomma, non è forse vero che l’Italia soffre di una vera è propria fuga dei cervelli? Non è forse vero, come recita il noto detto siciliano, che solo chi esce riesce? Viviamo in un paese che ha il gusto della geremiade, e il pianto per i talenti costretti ad emigrare sembra prestarsi perfettamente allo scopo. Tuttavia, quando occorre lamentarsi di qualcosa, non sarebbe male controllare che ciò che ci fà soffrire sia vero. Altrimenti, si rischia di essere più Otello che non Prospero.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche settimana fa, è apparso su un sito poco famoso ma molto serio, <a href="http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&amp;form_id_notizia=669" target="_blank"><strong>www.neodemos.it</strong></a>, un breve intervento di uno dei massimi demografi italiani, Massimo (<em>nomen omen</em>) Livi Bacci. In poche righe, ed usando fonti statistiche accessibili a tutti, l’autore ha sostenuto che questa emorragia preoccupante di giovani qualificati non è affatto certa. Tra i giovani che hanno conseguito una laurea magistrale, solo uno su venticinque lavora all’estero. Più di otto dottori di ricerca su dieci vivono, a cinque anni dal rilascio del titolo, nella stessa zona nella quale vivevano prima di iscriversi all&#8217;università. «Peri incretati», si sarebbe detto in Sicilia. Certo, può essere che dipenda dai limiti delle poche fonti disponibili. Per quanto possiamo sapere, tuttavia, i giovani italiani altamente qualificati sono piuttosto immobili.</p>
<p style="text-align: justify;">Livi Bacci si spinge a formulare qualche ipotesi sul perché sia così. Un motivo può essere sicuramente che la crisi del mercato del lavoro accademico colpisce duro in Italia, ma non è privo di conseguenze anche in molti altri paesi. Un altro è che, semplicemente, i giovani qualificati italiani non sono particolarmente appetibili sul mercato del lavoro internazionale: l’inglese lo sanno così così, sono mediamente più anziani dei concorrenti, hanno competenze e stili di lavoro poco compatibili con le aspettative negli altri atenei. L’immagine della fuga di cervelli è rassicurante per noi anziani accademici: implica che siamo stati bravi a formarli mentre la colpa è esterna. Meno piacevole è pensare di essere parte del problema, non della soluzione.</p>
<a class="wpptopdf" target="_blank" rel="noindex,nofollow" href="http://www.claudiogiunta.it/2013/03/la-non-fuga-dei-cervelli/?format=pdf" title="Download PDF"><img alt="Scarica l'articolo in PDF" title="Scarica l'articolo in PDF" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/plugins/wp-post-to-pdf/asset/images/pdf.png">Crea un pdf di questo articolo</a>]]></content:encoded>
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		<title>Petit conte moral</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2013 17:10:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Università]]></category>
		<category><![CDATA[ANVUR]]></category>
		<category><![CDATA[Ivy League]]></category>

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		<description><![CDATA[[www.roars.it, 4 marzo 2013] Forse l&#8217;anonimato, nella valutazione (o una valutazione così concepita), non è proprio la strada giusta, perché è tra l&#8217;altro un modo per dare sfogo a meschinità, rancori, invidie. Qui di seguito uno scenario immaginario ma assolutamente possibile, forse probabile. Erano molti anni che aspettavo una buona occasione per vendicarmi della collega [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/we_are_anonymous_by_flashfrenzy.jpg"><br />
<img class="aligncenter size-medium wp-image-1988" title="we_are_anonymous_by_flashfrenzy" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2013/03/we_are_anonymous_by_flashfrenzy-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: center;">[<a href="http://www.roars.it" target="_blank"><strong>www.roars.it</strong></a>, 4 marzo 2013]</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Forse l&#8217;anonimato, nella valutazione (o una valutazione così concepita), non è proprio la strada giusta, perché è tra l&#8217;altro un modo per dare sfogo a meschinità, rancori, invidie. Qui di seguito uno scenario immaginario ma assolutamente possibile, forse probabile.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Erano molti anni che aspettavo una buona occasione per vendicarmi della collega X.</p>
<p style="text-align: justify;">Una vendetta in nome della verità, della giustizia: non un fatto personale. La collega X la conoscete tutti anche senza conoscerla. Mentre la maggior parte degli studiosi italiani ha dovuto dannarsi l’anima per farsi strada e conquistare – ma a quaranta, cinquant’anni – un posto fisso all’università, la vita della collega X è stata un lungo fiume tranquillo. Figlia di un ordinario ultra-potente dell’università di Y, massone, la collega X si è laureata nell’università Y, ha fatto il dottorato nell’università Y e ha avuto un posto da ricercatrice nell’università Y quando non aveva ancora trent’anni. Merito del padre? Ma cosa andate a pensare… Ma merito soprattutto del vecchio ordinario della sua disciplina che – di solito piuttosto distratto circa i destini dei suoi allievi <em>maschi</em> – le ha fatto fare carriera alla velocità della luce. A trentaquattro anni associata, a trentotto ordinaria. Che strano caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, obietterete, la cattedra di <em>visiting professor</em> a Princeton? Le dichiarazioni di stima nei suoi confronti da parte di un paio di premi Nobel? Le molte pubblicazioni in riviste internazionali sulle quali – bisogna essere onesti – né il padre massone né il vecchio maestro possono aver avuto influenza? Sono successi, certamente, ma successi che abbagliano soprattutto i non addetti ai lavori. Princeton, per la nostra disciplina, è da tempo su una china discendente. Il Nobel, retorica a parte, è un premio screditato. E si sa come viene fatto il <em>rating</em> delle riviste scientifiche, e come si arriva a pubblicare sulle più importanti: relazioni, entrature, piccoli favori. Non dico altro, anche se potrei. Aggiungo solo che è sospetta, e urtante, anche la frequenza con cui il nome della collega X si legge sulla copertina delle riviste (ne condirige due: non una, due!), nei comitati editoriali, negli organismi di controllo universitari e interuniversitari (che si prepari al grande salto verso Roma? La collega X sottosegretario? Ministro?); e da un po’ di tempo anche sui giornali: commentini, articoletti, noticine polemiche con cui presume di (così dice lei) dare un contributo al dibattito delle idee, ma che le servono soprattutto per ‘mettere a posto’ gli avversari e i colleghi restii a riconoscerle quel ruolo di spicco nella vita intellettuale italiana (bella roba, del resto…) che la sua arroganza le fa credere di meritare.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho problemi a confessare che io rientro nel gruppetto dei, diciamo così, resistenti, e che questo negli anni mi ha procurato qualche noia. Un’allusione non benevola al mio lavoro, in una sua recensioncina sul giornale: allusione implicita, indiretta, ma limpidissima per chi è del mestiere (non sono paranoico: «Che le hai fatto?» è stata la domanda che ben <em>tre</em> colleghi mi hanno rivolto dopo aver letto il pezzo). Citazioni affrettate dei miei studi nelle note ai suoi studi, a volte precedute da formule derisorie come «si può vedere anche» o «da ultimo»; e a volte <em>nessuna</em> citazione dei miei studi, l’ostracismo, anche quando parla di argomenti su cui io ho scritto cose che non possono non essere <em>almeno</em> menzionate. E poi voci, pettegolezzi: colleghi, amici comuni che mi riferiscono di suoi giudizi liquidatori nei miei confronti lasciati cadere anche a sproposito, mentre si parla di tutt’altro. E infine, qualche mese fa, una vera bassezza. Un’università americana dell’<em>Ivy League</em><em> </em>cerca un docente della mia materia che faccia il <em>visiting professor</em> per due mesi all’anno. Io conosco i colleghi di quell’università, ci sono stato una volta. Mando il mio CV, entro nella <em>shortlist</em>. Tutto sembra mettersi bene, poi vengo a sapere che, richiesta chissà perché di un parere, lei (che non è neanche veramente del mio settore disciplinare) ha suggerito il nome di un altro candidato.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano anni che cercavo di vendicarmi. Poi è successo che mi hanno chiesto se volevo essere inserito nella lista dei revisori dell’ANVUR, e giudicare (anonimamente) il lavoro di un certo numero di colleghi del mio settore disciplinare. Ho risposto di sì: in questi casi è sempre meglio stare dentro che stare fuori. E indovinate chi mi chiedono di valutare, nel primo lotto di pubblicazioni?</p>
<p style="text-align: justify;">Già.</p>
<p style="text-align: justify;">E indovinate chi mi chiedono di valutare, nel secondo lotto di pubblicazioni?</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo allievo prediletto, il suo primo brillantissimo allievo.</p>
<p style="text-align: justify;">Naah, non così brillante…</p>
<p style="text-align: justify;">Mi dispiace soltanto che non saprà mai da che parte le è arrivato il ceffone.</p>
<p style="text-align: justify;">O magari sì.</p>
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