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	<title>Claudio Giunta</title>
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		<title>La filologia d’autore non andrebbe incoraggiata</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 10:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/05/dust-to-dust_011.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1308" title="dust-to-dust_01" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/05/dust-to-dust_011-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[In una versione più estesa in "Ecdotica", 8 (2011), pp. 104-17]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1.</p>
<p style="text-align: justify;">È uscito da poco negli Stati Uniti il romanzo <em>The Pale King</em> di David Foster Wallace. Il libro esce postumo, perché Wallace si è suicidato tre anni fa. Sul suo tavolo di lavoro è stata trovata una redazione provvisoria della prima parte del romanzo, e alcune altre scene sparse. Si tratta pressappoco di un terzo di quello che avrebbe dovuto essere il libro se Wallace l’avesse terminato. Intervistato dal <em>New York Times</em> (Charles McGrath, <em>Piecing Together Wallace’s Posthumous Novel</em>, 9 aprile 2001), il curatore di <em>The Pale King</em> Michael Pietsch osserva: «Alla fine tutti i materiali manoscritti andranno allo Harry Ransom Center dell’Università del Texas, e gli studiosi avranno la loro giornata campale. Sono sicuro che si stanno già affilando i denti».</p>
<p style="text-align: justify;">L’immagine degli studiosi-scoiattoli che affilano i denti preparandosi a scovare gioielli nascosti tra le carte inedite ma anche, evidentemente, a cogliere in fallo l’editore del romanzo, mi ha fatto tornare in mente un passo molto intelligente e molto cattivo di un saggio di Gore Vidal a proposito di un’edizione dell’epistolario di Mark Twain: «Ci sono note su note. Niente non è spiegato. Twain incontra un tale che pretende di appartenere alla famiglia dei Plantageneti: la storia, del tutto irrilevante, di quella famiglia è scaraventata addosso al lettore. La <em>scholarship</em> americana è oggi una specie di gigantesco programma di <em>make-work</em> per persone convenzionalmente istruite. In un caso del genere, studiosi-scoiattoli mettono insieme qualsiasi scarabocchio trovino e riempiono volumi su volumi di questi pezzi di carta, con note che dilagano come una metastasi [...]. Si tratta di puri collezionisti. Per loro, un ‘fatto’ è uguale a qualsiasi altro ‘fatto’» (Gore Vidal, <em>Twain’s Letters</em>, in <em>The Last Empire. Essays 1992-2001</em>, London, Abacus 2001, p. 28).</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1305"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Queste parole di Vidal mi servono per ricordare una cosa ovvia, e cioè che qualsiasi branca del sapere, qualsiasi disciplina decide in quale direzione andare, su che cosa investire i suoi sforzi, e insomma distingue che cosa è importante e merita di essere meditato, approfondito, discusso, da ciò che non è importante e non merita né riflessione né approfondimento né discussione. Questo vale sia per le scienze dure come la fisica e la biologia sia per le scienze storiche nelle quali rientra la filologia. Tuttavia, mentre la fisica e la biologia sono orientate sul futuro (cioè sull’innovazione, sull’esperimento di qualcosa che ancora non esisteva o non era noto), il campo d’indagine delle scienze storiche è il passato, e il passato è un campo amplissimo, ma non sterminato. È comprensibile, perciò, che mentre lo spazio dell’ignoto, del <em>non ancora inventariato</em> si assottiglia, e cresce invece il numero di coloro che a quell’inventario lavorano, nei dipartimenti di filologia delle università, è comprensibile che il confine tra ciò che è rilevante e meritevole di studio e ciò che non lo è sia diventato labile, e che la domanda stessa possa suonare sospetta, quasi censoria. Chi dovrebbe stabilire ciò che merita o non merita di essere studiato? Con che diritto si vieterebbero metodi o tecniche di ricerca che potrebbero dare frutti meravigliosi e inattesi? Non è chiaro che specie in campo filologico occorre essere precisi ed esaustivi, e che una precisione e un’esaustività <em>parziali</em> sono una contraddizione in termini, e che dunque sotto l’occhio del filologo <em>tutto</em> è degno di considerazione e di descrizione, specie se si tiene fermo che egli non lavora per sé ma per gli altri studiosi, che del suo lavoro potranno servirsi per gli scopi più vari?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo è vero, ma ci sono due difficoltà. Da un lato, una disciplina non può prima o poi non porsi il problema non tanto del suo ruolo sociale quanto del suo ruolo nel novero delle altre discipline: ed è assai dubbio che le varianti interlineari di Wallace o le minuzie dell’epistolario di Twain possano interessare un pubblico molto più ampio di quello composto dai fanatici di Wallace (un <em>club</em> del quale faccio parte) o dagli editori dell’epistolario di Twain. Dall’altro lato, una disciplina deve porsi il problema della formazione di coloro che intendono praticarla, che sono in genere studenti o dottorandi: e a me pare che chiedere a un ventenne o a un venticinquenne di passare gli anni del suo apprendistato a trascrivere le varianti di Wallace o a disegnare l’albero genealogico dei Plantageneti non sia il modo migliore per formarlo, né il modo migliore per attirare agli studi umanistici i talenti migliori (perché anche di questo si tratta, e anche a questo occorre pensare: al genere di talento che si suppone sia presente nello studente, e al talento che si vuole coltivare).</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, conta il <em>come</em>, di una ricerca, ma conta anche il <em>cosa</em>; e bisogna accettare il fatto che, come ci sono ricerche più o meno interessanti (cosa che nessuno nega), così ci sono ricerche del tutto irrilevanti, e che perciò sarebbe saggio non intraprendere (cosa che si fa invece molta più fatica ad ammettere). S’intende che il <em>cosa</em> diventa meno importante a mano a mano che si va indietro nel tempo, e si giunge ad epoche tanto remote da rendere prezioso e meritevole di studio ogni loro singolo manufatto o creazione artistica. Nessuna cura è eccessiva, nessun approfondimento superfluo, nel momento in cui noi ci troviamo di fronte, poniamo, a un nuovo testo poetico duecentesco. E s’intende che non si tratta di proibire lo studio dei cosiddetti autori minori (altrimenti dovremmo rinunciare, per dire, ad alcuni dei saggi più belli di Dionisotti): si tratta semmai di sconsigliare lo studio di <em>problemi</em> minori, o minimi, o irrilevanti, assumendo che uno dei compiti primari di uno studioso sia appunto distinguere tra i primi, i secondi e i terzi. E s’intende infine che il criterio della rilevanza ha poco o nulla a che fare col rapporto che una data opera o un dato autore hanno con i problemi e con gli interessi odierni (è questa per esempio la posizione di Said in <em>Umanesimo e critica democratica</em>, posizione che mi pare insostenibile). Non è, questo della ‘attualità di un tema’, un argomento che si possa far valere nella discussione sul rilievo di una ricerca: poche se ne salverebbero, o forse nessuna. Né ha senso stabilire a priori, per esempio, che è ora di smetterla di studiare il Rinascimento europeo e che bisogna studiare invece i rinascimenti extra-europei, inventandoseli all’occorrenza (sempre Said). Queste non sono buone bussole per una ricerca seria. Ma domandarsi se la ricerca che si sta facendo, o che si chiede ad altri di fare, ha un rilievo reale, e se può avere un interesse, per quanto mediato, anche per coloro che non studiano esattamente le stesse cose – domande del genere sono sempre opportune (su questo punto concordo con Piergiorgio Bellocchio, <em>Ci sarà posto?</em>, in Id. e Alfonso Berardinelli, <em>Diario 1985-1993</em> <em>(Riproduzione fotografica integrale)</em>, Roma, Quodlibet 2010, pp. 593-624).</p>
<p style="text-align: justify;">2.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi pare che la filologia d’autore, specie quando si esercita su testi contemporanei, solleciti e solletichi alcuni gusti o passioni non sempre commendevoli. Provo a farne un elenco avvertendo che estremizzo un po’ perché ho in mente casi estremi – è chiaro che si può praticare la filologia d’autore senza avere nessuno di questi gusti o passioni, o avendoli in dosi minime. Ma il caso contrario mi pare più frequente.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima passione è quella feticistica per gli autografi, gli originali, i cimeli, e insomma per gli oggetti culturali non quanto al loro essere <em>cultura</em> ma quanto al loro essere <em>oggetti</em>. Questa passione trova oggi un infinito campo d’applicazione grazie a quelle che si definiscono le ‘nuove tecniche di riproduzione e condivisione’ (in sostanza: fotografie digitali). Ne sono il frutto, per esempio, le edizioni fotografiche degli autografi di Kleist, Hölderlin, Goethe, Flaubert, Brecht, Valéry, Leopardi, Pavese, decine di volumi che ci restituiscono non solo tutte le loro opere nelle loro stesure originali ma anche le lettere, i taccuini, le copertine dei taccuini, gli scarabocchi lasciati sulle pagine dei taccuini (ho in mente, per esempio, Bertolt Brecht, <em>Notizbücher 24 und 25, 1927-1930</em>, Band 7, Berlin, Suhrkamp 2010). Francamente, non vedo quale sia l’utilità di edizioni del genere né a quale risultato possano portare; mentre mi pare sia evidente il danno: sono costosissime, ingombrantissime, e stimolano, per l’appunto, passioni che hanno poco a che fare con un reale, razionale interesse per la cultura, passioni che definiscono piuttosto il bravo collezionista che il bravo studioso.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda passione è un genere di curiosità che confina col pettegolezzo: la passione per gli inediti, i diari, le lettere <em>private</em> e dunque, si suppone, non destinate a diventare pubbliche. Perché un conto è salvare il <em>Processo</em> di Kafka; un altro conto è pubblicare <em>The Pale King</em> di Wallace senza sentire il parere dell’autore, che nel frattempo è morto; un altro ancora è pubblicare i diari giovanili di Maria Corti (<em>Appunti di diario</em>, in «Autografo» 44 (2002), pp. 37-79).</p>
<p style="text-align: justify;">La terza è la passione per, diciamo, la totalità estensiva. Vedere tutti i materiali, fare l’inventario di tutto, non farsi sfuggire neanche una pagina di diario, una variante nell’interrigo, un appunto preso su una scatola di fiammiferi. Qui torna pertinente la distinzione a cui ho accennato in precedenza. L’antichità, il Medioevo, la prima modernità, sono Epoche della Penuria. Gli autori, le opere, i documenti sono pochi, e se non sono pochi sono comunque numerabili, padroneggiabili. Gli autografi sono anche più rari. È chiaro che Dante non avrà scritto la <em>Commedia</em> di getto: ma gli abbozzi, i tentativi falliti, le redazioni alternative – di tutto questo non è rimasta traccia. Se un giorno qualcuno avesse la fortuna di ritrovare questi scartafacci danteschi chi si opporrebbe al loro studio, alla loro edizione diplomatica, critica, fotografica? Nessuno sforzo sarebbe eccessivo. Ma gli ultimi due secoli sono l’Epoca della Sovrabbondanza. Quasi tutti gli scrittori hanno avuto la possibilità di stampare due, tre, venti volte le loro opere, e di ridurle, ampliarle, cambiarle. Non è abbastanza?</p>
<p style="text-align: justify;">Dato che accade spesso che si perdano di vista le verità più ovvie, è bene ricordare che questa smania di completezza può essere legittima (<em>è</em> legittima, ripeto, quando si tratta di testi premoderni; molto meno quando si tratta di testi contemporanei), ma non ha nulla di naturale. È una scelta, e una scelta che ha a monte delle cause materiali piuttosto che delle ragioni ideali.</p>
<p style="text-align: justify;">Illustrando l’attività del Fondo di Pavia, Renzo Cremante scrive: «Il mutato scenario attuale non deve impedire di riconoscere come ancora alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, nonché impensabile per l’università italiana, assai scarsa, per non dire inesistente, fosse l’attenzione riservata alle testimonianze in senso lato letterarie della contemporaneità, sia manoscritte sia a stampa, da parte delle istituzioni ufficialmente preposte alla tutela e alla conservazione della memoria documentaria e del patrimonio bibliografico nazionali» (<em>Il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia</em>, in <em>«Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani, Atti del Convegno internazionale di Forlì, 24-27 novembre 2008</em>, Roma, Salerno Editrice 2010, pp. 667-75, a p. 669).</p>
<p style="text-align: justify;">È certamente così, ma questo mutamento, questo spostamento del fuoco dell’attenzione, dipende soprattutto da come sono <em>materialmente</em> andate le cose nella società e nella scuola nell’ultimo mezzo secolo. L’università ignorava le «testimonianze in senso lato letterarie della contemporaneità» perché ignorava, in sostanza, la contemporaneità, perché non esisteva ancora l’insegnamento di «Letteratura moderna e contemporanea» e perché il lavoro sugli autori del Novecento aveva luogo prevalentemente fuori dell’università e – a torto o a ragione – non veniva considerato formativo. Le cose sono cambiate, e non è possibile non vedere che questo cambiamento è legato, anche, all’aumento delle immatricolazioni a Lettere, all’aumento dei laureandi in Filologia italiana, all’aumento dei progetti di ricerca in Filologia italiana (o francese, tedesca, eccetera), nonché all’aumento dei laureandi in Filologia italiana che non sono in grado di lavorare sul Medioevo o sull’età moderna e vengono perciò stornati sulle varianti di Ungaretti o di Moravia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alle «istituzioni ufficialmente preposte», di fronte all’oceano di ciò che quotidianamente viene stampato in Italia e fuori (sono reduce da un giro nei sotterranei della Biblioteca Nazionale di Firenze: tra alluvioni di «Topolino», «Secondamano», «Lando», «Le Ore Mese») mi domando di quali altri spazi e di quali legioni di bibliotecari avremmo bisogno per stivare gli appunti, le lettere, le liste della spesa della legione di poeti romanzieri cantanti che il secolo ha prodotto (ho fissa nella retina l’immagine di Fabio Fazio che a<em> Che tempo che fa</em> legge commosso, estratto dall’Archivio De Andrè, un foglio di bloc-notes con sopra scritta la formazione della Sampdoria 1972-73).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Fondo pavese ci sono (cito dal sito) «8 bloc-notes contenenti la stesura manoscritta del romanzo <em>Gilberte</em>» di Ignazio Apolloni (Palermo 1932), stampato a Palermo, Edizioni Novecento 1994. C’è la «stesura manoscritta incompleta con correzioni di un saggio inedito su Giacomo Zanella» di Cesare Angelini (169 entrate nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Firenze). Certo, si potrebbe obiettare che non è possibile mettere un filtro qualitativo, perché un domani potremmo scoprire che Ignazio Apolloni è il Gadda dei nostri anni, e ogni sua singola parola si rivelerà importante. Ma è davvero sostenibile l’idea che le parole <em>manoscritte</em> abbiano tanta importanza in un’epoca in cui ogni scrittore di media statura pubblica un libro all’anno? C’è un fondo Arbasino. Arbasino, questo fiume in piena. Ci sarà un giorno qualcuno che farà l’edizione critica delle tre versioni di <em>Fratelli d’Italia</em>, la terza a tutta pagina e le altre in corpo minore, e in basso le varianti dei manoscritti, dei capitoli su rivista, delle lettere agli amici – tremila pagine che leggeranno soltanto l’editore critico e il suo sventurato recensore? Davvero amiamo a tal punto Arbasino da voler scavare anche tra le pagine che non ha pubblicato, una volta lette le migliaia che ha pubblicato?</p>
<p style="text-align: justify;">La quarta passione che si collega o può collegarsi alla filologia d’autore (specie nelle sue varianti genetica, fotografica, eccetera) è un’idea auratica, misticheggiante della creazione letteraria. Attraverso il catalogo degli autografi di Montale, scrive Maria Corti, «lo studioso abbraccerà l’estensione vastissima, un po’ misteriosa, di quel ‘luogo’ poetico dove il <em>coup de dés</em> si incontra con l’estremo e massimo calcolo costruttivo, incontro da cui nasce la storia di ogni poesia» (<em>Autografi di Montale. Fondo dell’Università di Pavia</em>, a cura di Maria Corti e Maria Antonietta Grignani, Torino, Einaudi 1976, p. XI). È un procedimento più vicino al culto che alla critica, e che tra l’altro sembra in contraddizione con quell’<em>habitus</em> di rigore che la pratica della filologia (senza specificazioni) dovrebbe far maturare nello studente e nello studioso. Ammesso e assolutamente non concesso che sia interessante cogliere l’atto creativo nel suo farsi, la scintilla dell’ispirazione che incendia la carta, siamo davvero sicuri che il modo migliore per farlo sia fotografare i quaderni degli scrittori – e non piuttosto, senza andare troppo lontano, riflettere sulle letture che facevano, o sulle letture che facevano i loro lettori? Proust era angosciato da tutto questo zelo para-filologico: «Ora, non mi piace molto l’idea che chiunque sarà ammesso a compulsare i miei manoscritti, a confrontarli col testo definitivo, e a indurne delle supposizioni che saranno sempre false sul mio modo di lavorare, sull’evoluzione del mio pensiero eccetera [...]. Questa indiscrezione postuma&#8230;» (<em>Correspondance</em>, a cura di Philip Kolb, vol. XXI [1922], Paris, Plon 1993, pp. 372-73). Ed ecco appunto che la para-filologia proustiana, coi suoi assurdi <em>carnets</em> di scarabocchi, le sue valanghe di abbozzi, le sue riproduzioni fotografiche, mostra quante buone ragioni avesse l’angoscia di Proust.</p>
<p style="text-align: justify;">La quinta è una passione in sé lodevole: la passione per la struttura, per lo stile e insomma per il modo in cui sono scritti i libri che si vogliono studiare. Lodevole, perché è ben chiaro che un letterato deve nutrire un po’ d’interesse per il modo in cui Ariosto o Leopardi o Montale scrivono, altrimenti ha sbagliato mestiere. Ma a parte il fatto che quello che vale per Ariosto non vale per Ignazio Apolloni, ciò che mi pare evidente è che non si tratta di una passione molto attuale, che non è sul problema di ‘come è fatta la letteratura’ che si orienta il dibattito di questi anni. Al contrario, tutti sembrano impegnati non tanto a studiare quanto ad <em>usare</em> la letteratura per ciò che essa può dire sul mondo, e perciò a uscire dai confini dei testi, a gettare ponti verso l’esterno, non importa se spesso con un certo impressionismo (Letteratura e scienza, Letteratura e immigrazione, Letteratura e geografia), laddove il tempo delle analisi e delle scomposizioni sembra finito. Questo spiega anche la sproporzione tra le tante edizioni critiche e i pochi saggi nei quali queste edizioni vengono effettivamente adoperate. «Il magro bilancio che siamo costretti a prospettare sul versante della critica delle varianti – scriveva Isella – contrasta con quello fiorente che offre nell’ultimo cinquantennio la filologia d’autore» (<em>Le carte mescolate vecchie e nuove</em>, Torino, Einaudi 2009, pp. 240-41). E la stessa carenza registrano Paola Italia e Giulia Raboni: «&#8230; non va taciuto [...] come spesso queste edizioni non abbiano prodotto il dibattito e l’accrescimento di studi che ci si sarebbe potuto aspettare» (<em>Che cos’è la filologia d’autore</em>, Roma, Carocci 2010). È senz’altro così, ma è un po’ ingenuo pensare che la ragione di questa mancanza stia nella «difficoltà di consultazione di apparati spesso estremamente complessi» (p. 33).</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta va cercata altrove. Ha scritto Isella: «Il fatto è che la messa a punto della ‘critica delle varianti’ di Contini è fatta sul modello della critica stilistica di Spitzer, di cui si potrebbe considerare una filiazione» (<em>Le carte</em>, p. 18). Da questa osservazione viene forse una risposta più plausibile. Non è che non si scrivono saggi di variantistica perché gli apparati sono difficili: non si scrivono saggi di variantistica perché al centro degli studi letterari non sta più la critica stilistica nelle sue varie accezioni, come accadeva invece al tempo di Contini e De Robertis; e perché la variantistica non produce, non può produrre e non produrrà mai il genere di dibattito che può aspirare a coinvolgere, oggi, un pubblico più largo di coloro che s’interessano di variantistica. Contini ha detto che la stilistica di Spitzer rappresentò «l’anello di collegamento fra università e cultura militante, fra laboratorio e letteratura» (citato da Isella, <em>Le carte</em>, p. 17). Non è più così.</p>
<p style="text-align: justify;">3.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è una vecchia discussione. Non mi riferisco al dibattito che ebbe luogo nell’immediato dopoguerra in Italia intorno alla critica degli scartafacci. Quello non fu un vero dibattito, perché nessuno veramente, tra i letterati, volle o seppe riprendere le critiche che Croce aveva mosso alla ‘critica genetica’ di Giuseppe De Robertis e di Contini. L’autorità di Contini, e poi quella dei suoi allievi, fece sì che, soprattutto nell’università (o meglio: quasi soltanto nell’università), l’opportunità dell’analisi delle varianti non venisse mai revocata in dubbio: e in quest’analisi si finì anzi per vedere uno dei contributi più originali tra quelli portati dai critici italiani allo studio della letteratura. Mi riferisco invece a una discussione che ha avuto luogo negli Stati Uniti una quarantina di anni fa, discussione che non credo sia nota a molti studiosi italiani e che mi pare invece meriti di essere conosciuta da tutti coloro che s’interessano all’edizione dei testi moderni e contemporanei.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel gennaio del 1968 Lewis Mumford recensì sulla «New York Review of Books» un’edizione in sei volumi dei diari e dei taccuini di Ralph Waldo Emerson. L’articolo s’intitolava <em>Emerson Behind</em> <em>Barbed Wired</em>, e il <em>barbed wired</em>, il filo spinato, era tutto l’apparato di segni tipografici (simboli, frecce, parentesi quadre eccetera) che, unito alla presenza sulla pagina di lezioni cancellate o di varianti alternative, rendeva estenuante, secondo Mumford, la lettura dei volumi. Un’edizione del genere, concludeva, rappresentava una «repulsive caricature of the sober scholarly virtues it sought to exemplify». Alla «New York Review of Books» arrivarono lettere di protesta e lettere di plauso. Il più celebre tra i plaudenti fu Edmund Wilson, che il 14 marzo scrisse per dire che Mumford aveva ragione, e che la sola utilità dell’edizione di Emerson era quella di far fare carriera agli accademici che l’avevano curata: «questo dimostra che queste imprese sono condotte con la stessa mancanza di gusto e discriminazione che domina oggi la letteratura americana a livello accademico» (Edmund Wilson, <em>Letters on Literature and Politics 1912-1972</em>, ed. by Elena Wilson, New York, Farrar Straus and Giroux 1977, pp. 685-86). La presa di posizione di Wilson non piacque ai membri della Modern Language Association (cui faceva capo il Center for Editions of American Authors), i quali ribadirono la necessità di edizioni complete, condotte secondo criteri filologici rigorosi, edizioni dalle quali in un secondo tempo si sarebbero potute poi ricavare senz’altro le sobrie edizioni ‘per il grande pubblico’ che Mumford e Wilson auspicavano. Wilson controreplicò con due articoli sulla stessa «New York Review of Books», il primo dedicato a un’edizione di <em>Their Wedding Journey</em> di William Dean Howells (26 settembre 1968), il secondo dedicato a un’edizione delle <em>Satires and Burlesques</em> di Mark Twain (10 ottobre 1968).</p>
<p style="text-align: justify;">Questi articoli sono importanti da un lato perché delineano il programma di quella che sarà di lì a qualche anno la <em>Library of America</em>, la collezione di classici americani a cui Wilson pensava già dalla fine degli anni Cinquanta (e che, morto nel 1972, non farà in tempo a veder realizzata). Dall’altro lato, perché contengono osservazioni di grande buon senso sul lavoro dell’editore e del critico di testi moderni. Wilson non nega affatto l’utilità dello studio delle varianti d’autore in certi casi particolari o secondo certe particolari modalità:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando c’è di mezzo un mistero, come in <em>Edwin Drood</em> o in <em>Giro di vite</em>, le revisioni del manoscritto o della prima edizione da parte dell’autore possono far luce sulle sulle sue intenzioni. In altri casi, rivelare i metodi che presiedono alle successive riscritture può insegnare qualcosa agli altri scrittori. In <em>Dernières pages inédites d’Anatole France</em>, pubblicate intelligentemente da Michel Corday, si trovano – tratte da un dialogo mai portato a termine – varie versioni di un ironico brano su Kant che lo mostra, dopo le lunghe cogitazioni che hanno prodotto il suo sistema filosofico, tornare a una convenzionale visione di Dio. Qui, un discorso lungo e ridondante è ridotto a trentanove parole. E nel volume dedicato ai manoscritti di <em>Madame Bovary</em> pubblicati da Jean Pommier e Gabrielle Leleu vediamo che, in quei bellissimi passaggi che tutti ricordano come poesia [...], la prassi di Flaubert era cominciare accumulando dettagli accuratamente realistici, e la poesia veniva dopo, e comportava la soppressione di molti di questi dettagli&#8221; (Edmund Wilson, <em>The Fruits of the MLA</em>, in <em>The Devils and Canon Barham</em>, New York, Farrar Straus and Giroux 1973, pp. 154-202, alle pp. 172-73).</p>
<p style="text-align: justify;">Wilson nega, però, che tutto ciò che un autore ha scritto sia degno di conservazione, edizione, studio: «Noi non vogliamo che ci venga servita l’immondizia che lo scrittore ha gettato via». Nega che a tutti gli autori, o anche solo alla maggior parte, vada concessa l’attenzione e la cura che si concede volentieri, per esempio, a <em>Madame Bovary</em>: «La brama indiscriminata, nelle università, per questa immondizia letteraria è un segno della pedanteria accademica che soffoca lo studio della letteratura americana». Nega che anche di un grande autore vada salvato, pubblicato, studiato ogni frammento, se questo grande autore è stato insolitamente prolifico: «Durante la sua vita, Mark Twain ha pubblicato tante sciocchezze, oggi di nessun interesse, che non c’è proprio ragione di lanciarsi al salvataggio di ciò che egli ha scartato» (p. 175). Nega che, anche per i grandissimi autori, abbia senso continuare a finanziare edizioni pletoriche e bizantine come quelle curate dall’MLA: «Sembra che in diciotto, tra coloro che lavorano all’edizione di Mark Twain, stiano leggendo <em>Tom Sawyer</em>, parola per parola, al contrario, allo scopo di accertare, senza essere distratti dal <em>plot</em> o dallo stile, quante volte <em>Aunt Polly</em> è stampato come <em>aunt Polly</em> e quante volte <em>ssst!</em> è stampato come <em>sssst!</em>» (p. 162). Ma soprattutto, Wilson nega che tutto il lavoro su quello che anni dopo si sarebbe chiamato ‘avantesto’ abbia, il più delle volte, un qualsiasi interesse critico. Sia che si tratti di materiali a stampa poi rifusi nell’opera definitiva:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Apprendiamo che il signor William M. Gibson [...] ha già fatto «uno studio dettagliato del modo in cui Howells ha adoperato i suoi articoli di viaggio nei suoi romanzi. Egli stima che circa un decimo di <em>Their Wedding Journey </em>è stato tratto, spesso <em>verbatim</em>, da questi articoli di giornale [...]». Ma quale mai può essere l’interesse di tutto questo? Ogni scrittore sa che diari e articoli vengono usati come materiali per libri e, salvo pochi casi eccezionali, nessun lettore lo sa, e a nessuno importa. Ciò che importa è l’opera conclusa, e in base a quella l’autore va giudicato. Tutto questa dottrina squadernata intorno a <em>Their Wedding Journey</em> è uno spreco di soldi e di tempo&#8221; (p. 165).</p>
<p style="text-align: justify;">Sia che si tratti di carte manoscritte. Uno degli editori di Twain, Franklin R. Rogers, osserva che pubblicare gli scarti del lavoro di uno scrittore tradisce la volontà di quest’ultimo, ma serve al critico per «comprenderne il processo creativo». Commenta Wilson:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;In questo caso, Rogers ritiene che le molte false partenze e imperfezioni che egli è riuscito a mettere insieme mostrino come non fosse vero ciò che Twain talvolta sosteneva, di trovar facile scrivere un racconto: al contrario, spesso trovava grandi difficoltà nel cominciarlo [...]. Ma per il normale lettore, che non deve usarli per una tesi di Ph.D., questi appunti non hanno assolutamente alcun interesse&#8221; (pp. 174-75).</p>
<p style="text-align: justify;">Mi pare che qui non ci sia parola che non riguardi, anche, l’odierno dibattito sulla filologia d’autore.</p>
<p style="text-align: justify;">4.</p>
<p style="text-align: justify;">Che spazio dare, dunque, negli studi letterari, al lavoro sulla storia compositiva delle opere contemporanee?</p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato, lo studio delle varianti è spesso utile e interessante. È ovviamente interessante imparare come lavorava Ludovico Ariosto, soprattutto se a spiegarlo è Contini. Ed è interessante sapere che – come documentano Paola Italia e Giorgio Pinotti (<em>Edizioni d’autore coatte: il caso di «Eros e Priapo» [con l’originario primo capitolo, 1944-46]</em>, in «Ecdotica», 5 [2008], pp. 7-102) – <em>Eros e Priapo</em> di Gadda inizia così nella prima versione manoscritta: «Li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onte e stuprare la Italia&#8230;»; e così nella stampa: «Li associati cui per più d’un ventennio&#8230;». Sono informazioni preziose. Ma forse non è necessario che il lettore se le trovi di fronte in costose riproduzioni fotografiche o negli apparati delle edizioni critiche insieme ad altre informazioni che <em>non</em> sono preziose. Forse è giusto che lo studioso, il curatore di un’opera, il linguista o il biografo si prendano la responsabilità di distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è (e anche <em>chi</em> è importante da chi non lo è) risparmiando a se stessi la fatica (una fatica che può durare mesi, anni) di dar conto con scrupolo di tutto ciò che un autore ha scritto e cestinato nel corso della sua vita. La Totalità è spesso un feticcio: rinunciarvi potrebbe essere, dopo tutto, un segno di maturità.  <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Dall’altro lato, i saggi sull’elaborazione delle opere letterarie sono, come ho già detto, <em>sempre</em> saggi accademici, perciò è opportuno riflettere anche sul genere di formazione che, nell’università, la filologia d’autore presuppone e incoraggia.</p>
<p style="text-align: justify;">Avalle ha detto in un’intervista che «ogni critico, prima di dire la sua, dovrebbe spendere almeno una decina di anni in lavori di ‘bassa macelleria’ filologica senza perdere il tempo in pubblicazioni che, retrospettivamente, si potrebbero anche rivelare inutili [...]. Se mi si chiedesse un consiglio sul miglior modo di prepararsi all’attività di critico letterario, risponderei che non c’è niente di meglio che lavorare sulla tradizione manoscritta di un testo antico, possibilmente ricca di testimoni e per di più ‘contaminata’, e di non fare altro per un congruo numero di anni» (d’Arco Silvio Avalle, <em>Intervista</em>, in <em>Dal mito alla letteratura e ritorno</em>, Milano, Il Saggiatore 1990, pp. 405-17, alle pp. 406-7). Io non credo che questa sia ancora oggi (ammesso e non concesso che lo sia stata in passato) la ricetta giusta per «prepararsi all’attività di critico letterario». È il giusto apprendistato per un filologo o per uno storico della lingua, non per un critico letterario: al quale vanno chieste, a mio avviso, altre competenze, e un’altra sensibilità. Ma non credo neppure che la strada migliore per diventare un buon critico letterario sia quella di passare molto tempo a studiare la tradizione manoscritta e a stampa di un testo <em>contemporaneo</em>: perché mi pare che soprattutto negli anni della formazione occorra avere un orizzonte di interessi meno angusto. Naturalmente, tutti i metodi sono buoni quando vengono usati con intelligenza: spendere molto del proprio tempo sugli autografi di uno scrittore contemporaneo non implica che chi lo fa non possa diventare un critico eccellente. Ma dato che la filologia d’autore e la variantistica hanno ancora, in Italia, avvocati tanto autorevoli, è anche giusto tener conto del fatto che, su questo argomento, il critico sommo che è stato Edmund Wilson la pensava nel modo seguente: «Io non leggo quasi mai varianti, e credo che la pubblicazione e il confronto tra le varie stesure dell’opera di uno scrittore sia per lo più perfettamente futile. I resti, i trucioli della scrittura stanno quasi sempre bene nell’immondizia. Se li lasci in giro, finiscono per essere pubblicati o commentati nelle tesi degli accademici, che invece dovrebbero occuparsi di cose più serie» (Wilson, <em>Letters</em>, p. 689 [lettera del 1943 a Arthur Mizener]).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La cultura che fattura. Ancora sul costo esorbitante delle riviste accademiche</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 16:24:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Università]]></category>
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		<description><![CDATA[[Supplemento domenicale del “Sole 24 ore”, 15 aprile 2012] Si chiamano ‘riviste accademiche’ quelle riviste che non si trovano né in edicola né in libreria ma soltanto nelle biblioteche delle università, riviste in cui i docenti universitari e i loro allievi pubblicano saggi intorno agli argomenti dei quali si occupano professionalmente. Saggi con titoli come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/04/five-money-books-worth-every-penny.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1296" title="Dollars in the books, isolated on white background, business tra" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/04/five-money-books-worth-every-penny-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[Supplemento domenicale del “Sole 24 ore”, 15 aprile 2012]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si chiamano ‘riviste accademiche’ quelle riviste che non si trovano né in edicola né in libreria ma soltanto nelle biblioteche delle università, riviste in cui i docenti universitari e i loro allievi pubblicano saggi intorno agli argomenti dei quali si occupano professionalmente. Saggi con titoli come <em>Croce interprete della politica della ragion di stato </em>o <em>Due poesie probabilmente duecentesche nel codice Mezzabarba</em>. Quello che vale per il settore umanistico vale anche per quello scientifico, solo che di solito i saggi accademici di matematica, fisica, biologia sono scritti in inglese.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1295"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Questi saggi sono il frutto della famosa e necessarissima ‘ricerca scientifica’, e non vengono pagati. La rivista «Medioevo Romanzo», su cui ho pubblicato <em>Due poesie probabilmente duecentesche nel codice Mezzabarba</em>, non mi ha dato una lira – ma quel saggio corrisponde a un ‘titolo’, che potrò presentare ai concorsi che decidono gli avanzamenti di carriera. Non guadagno niente io ma non guadagna niente nemmeno l’editore della rivista, o guadagna poco. Di solito si tratta di pubblicazioni finanziate da fondazioni, università, accademie, e soprattutto da editori che stampano riviste accademiche più per ragioni di prestigio che per un reale guadagno: non credo proprio che Olschki faccia molti soldi coi 15 euro a fascicolo dell’ottimo «Belfagor», o che al Mulino si arricchiscano coi 28 euro a fascicolo dell’ottima «Lingua e stile».</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che ho appena descritto era però il mondo di ieri. Quello di oggi è in parte cambiato. Nel mondo di oggi (diciamo da una quindicina di anni a questa parte) le riviste sono diventate, per alcuni editori, un ottimo affare, perché in tutto il mondo è cresciuto enormemente il numero delle persone interessate all’editoria accademica, soprattutto nelle discipline scientifiche: ci sono molti più studiosi che leggono, e molti più studiosi che scrivono. E dato che tutti i biologi del mondo devono, per esempio, aggiornarsi su «Nature», così come tutti i matematici del mondo devono aggiornarsi su «Inventiones<em> </em>Mathematicae», i loro dipartimenti <em>non possono non abbonarsi</em> a quelle riviste. Ciò dà agli editori di riviste un potere contrattuale soverchiante: se il prezzo di «Nature» raddoppia dall’oggi al domani, non c’è scelta se non pagare, sperando che non quadruplichi dopodomani.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa ci s’illuse che l’<em>online</em> avrebbe cambiato le cose. La possibilità di disfarsi della carta, di pubblicare in formato elettronico, avrebbe dovuto – così si sperava – abbattere i costi. È successo esattamente il contrario. È successo che due o tre grandi editori oligopolisti tedeschi e americani hanno raggruppato le centinaia di riviste di cui posseggono il marchio in <em>pacchetti</em> <em>online</em> non spacchettabili (ci si può, sì, abbonare a una o a dieci riviste del pacchetto: ma il costo finisce per essere superiore a quello dell’intero pacchetto) e hanno deciso, decidono ogni anno di alzare i prezzi in percentuali molto, molto superiori a quella dell’inflazione. Di questo sconcio si è occupato l’anno scorso George Monbiot sul <em>Guardian</em> con un articolo dal titolo eloquente: <em>Gli editori accademici fanno sembrare Murdoch un socialista</em>. Occhiello: <em>Gli editori accademici fanno pagare prezzi altissimi per accedere a ricerche pagate da noi. Basta con il racket dei monopoli del sapere</em> (29 agosto 2011). E ora, grazie all’impulso del matematico di Cambridge Tim Gowers, il sito <a href="http://www.thecostofknowledge.com/">www.thecostofknowledge.com</a> sta raccogliendo firme tra gli scienziati di tutto il mondo per protestare contro uno di questi editori monopolisti, Elsevier.</p>
<p style="text-align: justify;">E in Italia? In Italia non esistono editori accademici grandi come Springer o Elsevier o Blackwell, editori che pubblichino riviste che hanno diffusione mondiale come «Nature» o «Science»: la scienza non parla italiano. Invece le discipline umanistiche parlano (anche) italiano, e qui si osservano cose strane. Ci sono riviste di studi classici come «Maia», che costano 65 euro (tre numeri annui). E c’è una rivista come «Quaderni urbinati di cultura classica» che ne costa 845 (tre numeri annui). C’è una rivista come «Quaderni di storia» che costa 30 euro (due numeri annui). E c’è una rivista come «Storiografia» che costa 645 euro (un numero annuo). Di questa sproporzione (tra riviste che hanno, devo precisarlo, <em>grosso modo</em> pari dignità scientifica) ho dovuto accorgermi un paio d’anni fa, come delegato di facoltà nel consiglio di biblioteca dell’Università di Trento. Da un successivo controllo ho potuto constatare che le riviste accademiche più costose sono quelle pubblicate dall’editore Fabrizio Serra, e che <em>più costose</em> significa che le riviste di Serra hanno prezzi anche dieci volte più alti di quelli delle altre riviste di settore, e che alcune di esse sono aumentate, nell’ultimo decennio, anche del 1000 per cento. Per fare un esempio, il prezzo per le biblioteche della rivista «Studi novecenteschi» è passato dai già esorbitanti 495 euro del 2008 a 595 euro (2009), a 745 euro (2010), a 795 euro (2011), a 845 euro (2012). Dato che si tratta di una rivista semestrale, ciò equivale a un prezzo di 422.5 euro per volume, cioè a circa 815 mila delle vecchie lire per circa 300 pagine scritte larghe: un euro e quaranta a facciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non può sorprendere, allora, il fatto che le riviste dell’editore Serra siano ormai decine e decine, e che quasi ogni settimana ne nasca una nuova: «Il viaggio e la scrittura», «Letteratura e dialetti», «Letteratura e Letterature», «Pirandelliana», «Psicanalisi corporea», «Studi pasoliniani», «Tipofilologia», e via dicendo. A fronte di costi piuttosto contenuti (i saggi che finiscono sulle riviste accademiche, ripeto, non vengono pagati), ogni nuova rivista – dato che molte biblioteche, nel mondo, comprano in automatico – può garantire un eccellente guadagno, specie se i prezzi sono quelli, a dir poco sconcertanti, visti sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho documentato tutto questo sulla «Rivista dei Libri» del febbraio 2010, e alcune biblioteche universitarie, messe sull’avviso, hanno sospeso gli abbonamenti. Indipendentemente da me, i bibliotecari del Warburg Institute e quelli della <em>Roman Society</em> dell’Università di Londra sono giunti alla stessa conclusione, rinunciando alle riviste di antichistica dell’editore Serra (il quale frattanto, come Elsevier e Springer, ha varato suoi propri ‘pacchetti online’): «This year it was necessary to discontinue three titles – «Musiva &amp; Sectilia», «Orizzonti», and «Workshop di Archeologia Classica» – purely by reason of huge price increases which put them beyond our reach. All three issues from the same publisher, Fabrizio Serra, with whom other libraries, the Warburg, have experienced the same difficulty» (<em>Annual Report</em> 2009 della <em>Roman Society</em>, p. 7).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma tanti altri non si sono ancora accorti di niente. E sembra che anche i direttori di queste riviste, i miei colleghi docenti universitari, non si siano accorti di niente. Chissà per esempio se il direttore di «Studi veneziani», che non conosco, si è reso conto del fatto che un fascicolo della sua rivista costa – come si può vedere nel sito dell’editore Serra, verificato il 12 aprile 2012 – <em>2190 euro</em> (che però diventano <em>3695</em> [<em>sic</em>] con «accesso online PLUS tramite IP»)?</p>
<p style="text-align: justify;">E perché, direte voi, il lettore del <em>Sole 24 ore</em>, o anche il non-lettore del <em>Sole 24 ore</em>, perché l’italiano medio dovrebbe impiegare quindici minuti del suo tempo per riflettere sulle imprese degli editori accademici? Perché, dato che il costo degli abbonamenti cade per la quasi totalità sulle biblioteche universitarie, e dato che le università italiane sono quasi tutte pubbliche, gli 845 euro di «Studi novecenteschi» vengono dalle sue tasche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Approfondimenti</em></strong><strong>:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’articolo di George Monbiot:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/aug/29/academic-publishers-murdoch-socialist">http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/aug/29/academic-publishers-murdoch-socialist</a></p>
<p style="text-align: justify;">La petizione online su Elsevir:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.thecostofknowledge.com/">http://www.thecostofknowledge.com/</a></p>
<p style="text-align: justify;">Un saggio sull’argomento di Robert Darnton, già direttore delle biblioteche della Harvard University:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.nybooks.com/articles/archives/2010/dec/23/library-three-jeremiads/?pagination=false">http://www.nybooks.com/articles/archives/2010/dec/23/library-three-jeremiads/?pagination=false</a></p>
<p style="text-align: justify;">Sulla situazione italiana:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.larivistadeilibri.it/2010/02/giunta.html">http://www.larivistadeilibri.it/2010/02/giunta.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">e</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.menodizero.eu/rivista/104-quanto-ci-costa-leditoria-accademica-sei-mesi-dopo.html">http://www.menodizero.eu/rivista/104-quanto-ci-costa-leditoria-accademica-sei-mesi-dopo.html</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Che succede alla Biblioteca dei Girolamini di Napoli?</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 17:12:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cose che riguardano l'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteca dei Girolamini]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Ornaghi]]></category>
		<category><![CDATA[Marino Massimo De Caro]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei giorni scorsi si sono avute notizie allarmanti sullo stato in cui versa attualmente la Biblioteca dei Girolamini, affidata dai padri filippini, con l&#8217;avallo del Ministro dei BBCC, a un &#8216;direttore&#8217; palesemente inadeguato: talmente inadeguato da aver indotto Tomaso Montanari (sul &#8220;Fatto quotidiano&#8221;) a paragonare tale nomina a quella di &#8220;un piromane a capo della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/04/toto.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1292" title="toto" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/04/toto-223x300.jpg" alt="" width="223" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nei giorni scorsi si sono avute notizie allarmanti sullo stato in cui versa attualmente la Biblioteca dei Girolamini, affidata dai padri filippini, con l&#8217;avallo del Ministro dei BBCC, a un &#8216;direttore&#8217; palesemente inadeguato: talmente inadeguato da aver indotto Tomaso Montanari (sul &#8220;Fatto quotidiano&#8221;) a paragonare tale nomina a quella di &#8220;un piromane a capo della Forestale&#8221;. Poiché le notizie che continuano a emergere su questa situazione (e sull&#8217;emorragia di libri) accrescono l&#8217;allarme, un nutrito gruppo di studiosi ha scritto al ministro Ornaghi la petizione che trovate qui sotto. In fondo c&#8217;è l&#8217;URL del sito in cui si può firmare la petizione. Se qualcuno la condivide in Facebook o altrove fa una cosa giusta, direi. Grazie. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al Ministro per i Beni Culturali, prof. Lorenzo Ornaghi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gentile signor Ministro,</p>
<p style="text-align: justify;">Le scriviamo a proposito dello stranissimo e increscioso affare che riguarda l’attuale direzione della Biblioteca Nazionale dei Girolamini a Napoli, una delle biblioteche storiche più gloriose d’Italia, nata dalla passione culturale della congregazione di San Filippo Neri. Per volontà di Giovan Battista Vico, in essa confluirono i libri di Giuseppe Valletta: pegno vivo di una stagione in cui Napoli era un crocevia del pensiero filosofico europeo e vera capitale della <em>Respublica literaria</em> universale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le enormi perdite e trasformazioni di altri fondi librari avutesi nell’Ottocento, Napoli possiede ormai quest’unico esempio particolare di biblioteca pubblica di origine preunitaria, magnificamente coerente nell’architettura e nelle raccolte in essa ospitate: un organismo che un tempo si affiancava perfettamente alle biblioteche universitarie e alla Nazionale, così come avveniva e avviene in altre antiche capitali italiane, dove però le analoghe biblioteche di origine conventuale, principesca o erudita sono state meno decimate, e svolgono tuttora una funzione preziosissima (si pensi all’Angelica, alla Casanatense, alla Corsiniana e alla Vallicelliana di Roma, o alla Laurenziana, alla Marucelliana e alla Moreniana di Firenze).</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo le conseguenze drammatiche, mai piante a sufficienza, del terremoto del 1980, hanno contribuito massicciamente a far uscire i Girolamini dall’orizzonte culturale, e prim’ancora dal vissuto quotidiano, della cittadinanza napoletana, con i suoi numerosissimi intellettuali, studiosi e studenti. E ciò spiega perché, nella distrazione ormai consolidatasi, sia cominciata una vicenda come quella che è adesso in corso, e che siamo qui a denunciarLe.</p>
<p style="text-align: justify;">Le chiediamo come sia possibile che la direzione dei Girolamini sia stata affidata dai padri filippini, con l’avallo del Ministero che ne è ultimo responsabile, a un uomo (Marino Massimo De Caro) che non ha i benché minimi titoli scientifici e la benché minima competenza professionale per onorare quel ruolo. E perché questa scelta sia stata fatta in un Paese e in un’epoca affollati fino all’inverosimile di espertissimi paleografi, codicologi, filologi, storici del libro, storici dell’editoria, bibliotecari, archivisti, usciti dalle migliori scuole universitarie e ministeriali, e finiti sulle strade della disoccupazione o della sotto-occupazione (<em>call centers</em>, pizzerie, servizi di custodia).</p>
<p style="text-align: justify;">Le chiediamo inoltre di spiegarci come mai  Marino Massimo De Caro, sebbene del tutto estraneo al mondo della biblioteconomia e della funzione pubblica, abbia avuto e abbia comunque curiose implicazioni con i libri, che lo portano tuttavia nel mondo del commercio, facendo emergere fin qui – sempre e soltanto – episodi degni di essere vagliati non da una commissione di concorso, ma dalle autorità giudiziarie (sia pure con l’auspicio dell’innocenza).</p>
<p style="text-align: justify;">Le chiediamo inoltre come mai una figura dai trascorsi così poco chiari e poco chiariti sia stata messa a capo di un istituto che oggi come non mai ha bisogno, tutt’al contrario, non solo di una guida ferrea e irreprensibile, ma di un rappresentante – ben facile da trovare – che respinga ad anni-luce da sé i sospetti di ogni collegamento con quelle gravissime perdite più o meno recenti del loro patrimonio librario che i padri filippini per primi denunciano in questi mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le chiediamo infine, nel riconsiderare con molta attenzione la scelta di Marino Massimo De Caro come direttore dei Girolamini (nonché come Suo consigliere personale), di voler creare una commissione pubblica d’inchiesta sull’amministrazione passata e recente di questa biblioteca, prima che la memoria storica dei Girolamini rimanga affidata soltanto a una maestosa architettura ferita e umiliata, tragicamente solitaria nel cuore di una rete mondiale di traffici rapaci.</p>
<p style="text-align: justify;">Per aderire alla petizione:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.petizionepubblica.it/?pi=Gerolami" target="_blank">http://www.petizionepubblica.it/?pi=Gerolami</a></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Piagnistei</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 20:55:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[A.J. Woodman]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Varni]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Calogero]]></category>
		<category><![CDATA[Jonathan Barnes]]></category>
		<category><![CDATA[Mary Beard]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>

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		<description><![CDATA[[Italianieuropei, 3 (2012), pp. 30-37] Sullo scaffale accanto alla mia scrivania c’è un raccoglitore che ha incollata sul dorso la scritta Piagnistei. Contiene, in fotocopia, saggi sulla crisi dell’umanesimo o sulla fine dell’umanesimo, dove per umanesimo s’intende ‘discipline umanistiche insegnate a scuola e all’università’. Dentro il raccoglitore, i saggi sono riuniti in sottocategorie. C’è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/04/game_over_press_start.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1287" title="game_over_press_start" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/04/game_over_press_start-300x239.jpg" alt="" width="300" height="239" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[<em>Italianieuropei</em>, 3 (2012), pp. 30-37]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sullo scaffale accanto alla mia scrivania c’è un raccoglitore che ha incollata sul dorso la scritta <em>Piagnistei</em>. Contiene, in fotocopia, saggi sulla crisi dell’umanesimo o sulla fine dell’umanesimo, dove per umanesimo s’intende ‘discipline umanistiche insegnate a scuola e all’università’. Dentro il raccoglitore, i saggi sono riuniti in sottocategorie.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è la sottocategoria del <em>Disagio digitale</em>. I saggi che ne fanno parte ruotano attorno alla domanda: come può, la cultura umanistica seria, quella fatta di letture pacate, di lezioni dalla cattedra, di conversazioni distese fatte guardandosi negli occhi, sopravvivere nella civiltà dell’informazione istantanea, delle e-mail, dei giochi elettronici e dei cellulari?</p>
<p style="text-align: justify;">C’è la sottocategoria del <em>Nervosismo di fronte alla globalizzazione</em>. I saggi che ne fanno parte ruotano attorno alla domanda: ha ancora senso occuparsi della letteratura, della storia, dell’arte nazionale in un mondo nel quale la lingua franca è l’inglese e il ‘viaggio in Italia’ non è ormai, per la formazione di un intellettuale, più importante di un viaggio in Spagna, o a Los Angeles, o alle Seychelles?<span id="more-1286"></span></p>
<p style="text-align: justify;">C’è la sottocategoria dell’<em>Addio ai classici. </em>È la sottocategoria che contiene i saggi più intelligenti e più amari. Sono saggi scritti da specialisti di latino, di greco, di archeologia, di filosofia antica. Anche nelle altre sottocategorie l’ottimismo non abbonda; ma qui l’atmosfera è plumbea, ferale. I classici hanno le ore contate, la conoscenza del greco e del latino è ai minimi storici, le parole di Platone e di Aristotele saranno presto parole perdute se non facciamo subito qualcosa (<em>qualcosa</em> come finanziare i dipartimenti di <em>Classics</em>, costringere i futuri avvocati e i futuri economisti a leggere Platone in originale, eccetera). In <em>Readers and Reception: A Text Case</em>, A.J. Woodman ironizza su una nuova genia di ‘classicisti’, per lo più anglosassoni, perfettamente ignari di greco e di latino; in <em>Bagpipe Music</em>, Jonathan Barnes osserva che lo studio della filosofia antica, come di tutte le altre materie umanistiche, è soffocato dalla burocrazia e fuorviato dalle mode culturali e dall’ignoranza della filologia classica; e conclude: «There is no cure for this disease». E potrei continuare con note ancora più dolenti: il <em>Congedo sconsolato del classicista dalle aule universitarie</em> è diventato quasi un genere a sé stante.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è poi una cartellina distinta, quella dell’<em>Orgoglio dell’umanista</em>. I saggi che ne fanno parte non lamentano tanto la decadenza delle discipline umanistiche quanto la sordità del mondo ai valori e alle verità che le discipline umanistiche, storicamente, hanno difeso. Chi li scrive non si mette in posizione di difesa ma d’attacco, non guarda al passato ma al futuro, non rimpiange ma accusa e sfida. Il libretto di Martha Nussbaum <em>Non per profitto</em> è un buon rappresentante di questa categoria.</p>
<p style="text-align: justify;">L’etichetta che ho incollato sul dorso del mio raccoglitore non è irridente. Prendo molto sul serio i piagnistei, li pratico anch’io, non mi sogno affatto di liquidarli come sfoghi senili di alcuni apocalittici viziati dalle loro <em>tenures</em>. In parte condivido le loro preoccupazioni. Allo stesso modo, prendo molto sul serio, e in parte condivido, le accuse contro quell’utilitarismo da pezzenti che si riassume nel programma didattico delle ‘tre i’, e in generale contro qualsiasi programma educativo che non dia spazio adeguato a discipline come la storia, la letteratura, l’arte, la musica, la storia del pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Dato però che non sono un libero intellettuale ma un docente universitario pagato dallo Stato, e con precise responsabilità pratiche (relative per esempio alla gestione dei fondi, o alle carriere dei miei studenti), cerco di proiettare i miei desideri sulla realtà come è e non come astrattamente dovrebbe essere, cerco di essere pragmatico. Procedendo dunque per punti, secondo i commi del piagnisteo.</p>
<p style="text-align: justify;">1.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>Disagio digitale </em>potrà convertirsi in <em>Euforia digitale</em>? Ovvero: può l’informatica essere la nuova frontiera degli umanisti? È un punto di vista abbastanza diffuso tra gli ottimisti: ai «beni artistici, letterari, documentari, architettonici, urbanistici, paesaggistici [...] appare ora indispensabile applicare le aggiornate tecnologie virtuali per renderli meglio fruibili e farne in tal modo elemento di nuove originali professionalità che, proiettando il nostro passato nel futuro, accrescano a un tempo il bagaglio di conoscenze ed offrano, in parallelo, l’opportunità di nuove inedite occasioni professionali» (Angelo Varni, <em>Qual è il valore vero della laurea</em>, in «Il Sole 24 Ore», 5 febbraio 2012, p. 43).</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre sforzandoci di scendere dall’astratto al concreto, ciò significa che tra le cose che i laureati in discipline umanistiche possono fare c’è questa: produrre testi per la rete, lavorare sui contenuti lasciando agli informatici il compito di lavorare sui contenitori. Sono anch’io del parere che gli umanisti possano servire a questo: conosco laureati in Lettere o in Filosofia che hanno aperto studi di progettazione in rete e non se la passano male. Mi pongo però un problema di numeri: credo cioè che questo possa essere il destino di una piccola minoranza di coloro che escono dalle facoltà umanistiche. E mi pongo, più seriamente, un problema di congruità del percorso formativo. La conversione alle nuove tecnologie presuppone un cambiamento abbastanza radicale nel <em>curriculum</em> degli studenti. Molti miei colleghi guardano con sospetto anche solo all’attivazione di un corso di Informatica umanistica. Io sono invece favorevole, senza riserve, ma capisco i loro dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi si iscrive a una facoltà umanistica dovrebbe diventare esperto di cose come la letteratura, la storia, la filosofia, e anche di cose ancora più esoteriche come la filologia romanza, la glottologia e la paleografia. Il compito delle facoltà umanistiche è questo, per la buona ragione che nessun altro può svolgerlo, e che studenti privi di queste conoscenze diventeranno cattivi studiosi, cattivi insegnanti, cattivi giornalisti, e anche produttori di cattivi contenuti per il <em>web</em>. Ora, la gran parte degli studenti arriva all’università con competenze informatiche decenti ma con indecenti competenze sulla letteratura, la storia e tutto il resto. A torto o a ragione, è proprio questo che vogliono studiare. Il corso di laurea dovrebbe servire a colmare queste lacune; di solito non basta. E dunque non si rischia, mescolando un’infarinatura umanistica con un’infarinatura informatica (i tre, sei, nove crediti di informatica umanistica), di fare dei pasticci, di creare degli ibridi che non servono a niente? E mi pongo anche il problema del profilo professionale di questi ibridi: perché mi sembra inevitabile che i ‘produttori di testi per il <em>web’</em> restino in posizione subalterna rispetto a chi controlla lo <em>hardware</em> (a chi, come a me, è capitato di dover contrattare la ripartizione dei fondi d’ateneo sa di che cosa parlo: le post-doc per gli informatici sono un fiume, quelle per gli umanisti, anche informatizzati, sono solo poche gocce). Rischiamo dunque di formare della manodopera non troppo specializzata che andrà a lavorare a servizio dagli informatici e dagli ingegneri. Niente di male, ma allora è meglio studiare informatica, o ingegneria, e fare la vita dei padroni anziché quella dei servi.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, resto convinto che un compromesso con le nuove tecnologie sia opportuno: ma, anche per esperienza personale, non credo che i buoni frutti di questo compromesso possano riguardare un numero troppo grande di laureati in discipline umanistiche. E, soprattutto, credo che la ragione e il senso di un percorso di studi umanistici stiano altrove. Ha scritto Eco («La Repubblica», 26 novembre 1998): «Pensate a Internet e al problema di come selezionare le informazioni utili da tutto il resto: occorre insegnare una disciplina che si chiama decimazione e occorre altresì il metodologo del <em>software</em>, e naturalmente il pedagogo dell’<em>hardware</em>, dal momento che i manuali, scritti da ingegneri che non distinguono tra ciò che essi sanno e ciò che i lettori non sanno, sono assolutamente illeggibili». Il decimatore, il metodologo del <em>software</em> e il pedagogo dello <em>hardware</em> mi sembrano profili professionali un po’ sfocati: e non ne vedo molti in giro, a quindici anni di distanza dall’articolo di Eco. Il fatto è che uno entra in una facoltà umanistica non perché vuole fare il pedagogo dello <em>hardware</em> ma perché, confusamente, vuole diventare come Umberto Eco, e occuparsi di Tommaso d’Aquino, Joyce, Peirce. E l’altro fatto è che, nel settore delle nuove tecnologie, la barra del timone sta oggi e starà in futuro, legittimamente, nelle mani degli informatici e degli ingegneri. Le cose possono cambiare, devono cambiare, non è detto che tutti gli aspiranti filosofi debbano passare attraverso Tommaso d’Aquino e Joyce; ma allora bisogna dirlo chiaro in anticipo, distinguere bene la realtà dai <em>wishful thinkings</em> e, forse, cambiare il nome alle facoltà di Lettere e Filosofia (o, che è lo stesso, decimarle, o renderle più piccole e selettive).</p>
<p style="text-align: justify;">2.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nervosismo di fronte alla globalizzazione</em>. È difficile restare calmi. È difficile continuare a considerare importante il proprio limitatissimo lavoro, è difficile farlo bene, quando il mondo attorno a noi sembra pensare a tutt’altro, e parlare una tutt’altra lingua. Sembra vicino il momento in cui non solo alcuni ma tutti, o quasi tutti, si domanderanno, tra l’incredulo e l’indignato, che senso abbia pagare qualcuno che scrive articoli intitolati <em>Osservazioni sull’omerismo foscoliano</em> o <em>Stratigrafia delle varianti nelle liriche di Pietro Bembo</em>, o <em>Sul mottetto di Guido Cavalcanti</em> (ognuno riempia queste caselle con titoli estratti dal proprio campo di ricerca). È in causa cioè, non tanto la formazione umanistica di base (sulla quale nessuno eccepisce, almeno a parole) quanto la specializzazione in campo umanistico, se questa specializzazione non si apre all’interazione non solo con le altre discipline ma con la cultura diffusa, con le idee che si discutono al di fuori dalle aule universitarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, l’insularità non è un valore in sé; o meglio, l’insularità è tollerabile quando le isole sono isole: cioè pochi studiosi eccellenti che si occupano di cose irrilevanti <em>quasi</em> per chiunque altro. Se le isole diventano arcipelaghi, e se ad occuparsi di cose irrilevanti sono legioni di studenti, dottorandi e ricercatori, e (com’è necessario quando i numeri crescono) lo fanno anche male, allora il costo umano ed economico dell’impresa minaccia di diventare insostenibile, e qualche taglio è necessario. Ma la medicina per l’isolamento non può essere la connessione di ogni singola cosa con ogni altra singola cosa (<em>aka</em> interdisciplinarità), né l’attualizzazione forzata, quella che porta a misurare l’interesse di un tema del passato col metro del suo rilievo per la nostra vita oggi: questo è spesso un viatico per il dilettantismo. In realtà, il sapere umanistico è e deve rimanere anche e soprattutto un sapere specifico, che si organizza in discipline tecniche non molto diverse da quelle che ritagliano lo spazio delle scienze nomotetiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è strano che la crisi investa soprattutto queste discipline tecniche, dal momento che si tratta di discipline che guardano al passato, non al presente, e perciò non possono influire sul dibattito corrente: l’utilità di uno storico contemporaneo o di un sociologo dell’emigrazione si può intuire, ma quella di un paleografo? Inoltre, sono discipline radicate in un luogo particolare, in una cultura particolare, e la cura del particolare può anche essere un altro nome del provincialismo, o della mania. Prima o poi arriva il momento in cui ci domandiamo se tutto lo sforzo che stiamo facendo per copiare senza errori il tale sonetto da questo o quell’antico manoscritto non potrebbe essere diretto a uno scopo più alto: ci si sente soli. Non sono dubbi nuovi, naturalmente: li avevano anche gli studiosi del passato. Ma è probabile che oggi questo senso di marginalità sia più difficile da sopportare non tanto per l’impoverirsi della tradizione umanistica accademica (gli iscritti a Lettere non diminuiscono) quanto per la straordinaria ricchezza dell’offerta culturale che non passa attraverso la scuola e l’università ma attraverso i <em>media</em>: un’offerta culturale che è, di necessità, orientata verso il presente e non verso il passato; e che per la grandissima parte parla una lingua diversa dall’italiano. Come la scuola e l’università debbano far fronte a questo assedio, è appunto il tema di questi e dei prossimi anni. Personalmente, non sono contrario a cedimenti e contaminazioni; ma un cedimento su tutta la linea e una contaminazione perenne finirebbero per stravolgere il senso stesso delle discipline che mi stanno a cuore. Di nuovo, bisognerebbe cambiare il nome della facoltà di Lettere e Filosofia; e forse non varrebbe più la pena di iscrivercisi – anche per la banale ragione che se uno vuole capire come funziona il mondo di oggi è meglio che studi economia, o ingegneria, e lasci stare i filosofi.</p>
<p style="text-align: justify;">3.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Addio</em> <em>ai classici</em>. Un articolo recente di Mary Beard s’intitola <em>Do the Classics Have a Future?</em> («New York Review of Books», 12 gennaio 2012) ma non rientra nella categoria ‘Piagnistei’ bensì in quella, più scarna, del ‘Sarcasmo sui piagnistei degli umanisti’. Come mai, si domanda la Beard, siamo così fissati col declino dei classici? Da un lato, concetti e immagini che appartengono alla classicità sono vivi come non mai nel pensiero e nell’arte contemporanei, e persino nella cultura popolare; dall’altro, è facile vedere che il lamento sull’oblio dei classici è un <em>topos</em> secolare: «The truth is that the classics are by definition in decline; even in what we now call the ‘Renaissance’, the humanists were not celebrating the ‘rebirth’ of the classics; rather […], they were for the most part engaged in a desperate last-ditch attempt to save the fleeting and fragile traces of the classics from oblivion. There has been no generation since at least the second century AD that has imagined that it was fostering the classical tradition better than its predecessors».</p>
<p style="text-align: justify;">Sono buoni argomenti, ed esposti con spirito, ma dubito che riescano a consolare i professori che constatano la marginalizzazione del greco e del latino nei <em>curricula</em> umanistici. La marginalizzazione è un dato di fatto, e un dato di fatto probabilmente irreversibile, a mano a mano che la tradizione dell’Occidente diventa, da tradizione egemone che era fino a qualche generazione fa, solo una delle tessere che formano il mosaico della cultura mondiale; e a mano a mano che (vedi il punto precedente) si accumulano i nuovi problemi e i nuovi oggetti culturali sui quali gli intellettuali sono chiamati ad esprimersi: problemi e oggetti che – se si è abbastanza saggi da rinunciare alla retorica dell’umanesimo eterno, della voce eterna dei classici – non hanno alcun vero rapporto con i libri dei greci e dei latini.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo non significa affatto che, per prendere in contropiede il futuro, l’insegnamento dei classici vada abolito (e qui intendo per ‘classico’ tutto ciò che rientra in quel bagaglio umanistico tecnico, specifico al quale ho accennato sopra). Questa è la reazione di tecnocrati ignoranti, o di umanisti altrettanto ignoranti, e in più narcisi, che mercé questa rinuncia presumono di essere in prima linea nella rivolta mondiale contro l’eurocentrismo. Sono atteggiamenti patetici. L’insegnamento dei classici va difeso e migliorato, nella scuola e nell’università, perché è una parte fondamentale della nostra cultura nazionale: è quanto di meglio abbiamo da offrire al mondo, è un patrimonio che è affidato soprattutto alla nostra custodia, e – per usare le belle parole di Guido Calogero – non si vede perché dovremmo togliere a noi stessi «l’uso di questo formidabile strumento di vita» (<em>Scuola sotto inchiesta</em>, Torino, Einaudi 1957, p. 106). Per questo, tutta la discussione recente intorno al ‘significato dei classici’ mi sembra un po’ scentrata. A mio avviso non è tanto sul loro significato che occorre riflettere, perché nessuna persona seria lo mette in dubbio, quanto sul modo in cui vanno insegnati, oggi, a scuola e all’università. Il nodo, mi pare, è didattico, piuttosto che genericamente culturale (il che non significa che sia un nodo più facile da sciogliere, anzi).</p>
<p style="text-align: justify;">4.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, poche parole a proposito dell’<em>Orgoglio dell’umanista</em>. Dato che faccio questo mestiere, tendenzialmente lo condivido. I libri, la musica, i quadri, i film migliorano l’esistenza: vorrei che tutti avessero la voglia e la possibilità di dedicare a queste cose una parte del loro tempo, soprattutto nell’età della formazione. Vorrei però anche che la battaglia per l’umanesimo venisse fatta con un po’ di senso della realtà. Questo senso della realtà si manifesta per esempio, a mio parere, nell’accettare che esistono dei limiti a ciò che lo Stato può fare (cioè: finanziare) nel campo della cultura e dell’istruzione, e che dunque devono esserci delle priorità. Una contrazione nel numero e nelle dimensioni delle facoltà umanistiche mi pare necessaria: non si tratta di impedire al popolo di acculturarsi, si tratta di essere minimamente realistici circa le possibilità d’impiego di un laureato in discipline umanistiche. Una selezione all’ingresso, o un maggior rigore <em>in itinere</em>, permetterebbe anche di restituire un valore a questa laurea, oggi screditata dalla pratica del 110 e lode <em>erga omnes</em>. Senso della realtà significa anche accettare il fatto che la ricerca umanistica non costa e non deve costare tanto quanto la ricerca scientifica, e dunque è giusto che buona parte del poco denaro che lo Stato può investire sia destinato alla seconda e non alla prima. Riconoscere questa che a me pare un’ovvietà ci metterebbe forse nella condizione di poter spiegare, pacatamente, che la ricerca umanistica non procede affatto né a forza di progetti milionari (quanti soldi sperperati nella ‘cultura accademica <em>online’</em>!) né a forza di congressi internazionali (quanti soldi sperperati in <em>catering</em>!); potremmo spiegare che la stessa parola <em>ricerca</em> è abusiva, e che sarebbe meglio tirar fuori dalla soffitta la vecchia, umile parola <em>studio</em>, una pratica che per essere svolta ha bisogno soltanto di scuole e università decenti, di buone biblioteche e del denaro sufficiente a far vivere in modo dignitoso le persone che studiano e quelle che aiutano gli altri a studiare. Il resto è superfluo; e al superfluo, in tempi di crisi, è giusto rinunciare.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Che cosa studiare? Che cosa non studiare?</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 06:04:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
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		<description><![CDATA[[Supplemento culturale del Sole 24 ore, 1 aprile 2012] Un mattino, a Reykjavík, faccio colazione con Marco Bancale, 37 anni, bolognese, in Islanda dal 2006. Marco mi racconta dell’industria dei videogiochi in Islanda: c’è la CCPGames, l’azienda che ha creato Eve online (vedi il Domenicale del 10 luglio, p. 2), unica e inarrivabile per dimensioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/04/space-invaders-planning-session-1471-1235426202-20.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1280" title="Space-Invaders" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/04/space-invaders-planning-session-1471-1235426202-20-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[Supplemento culturale del Sole 24 ore, 1 aprile 2012]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un mattino, a Reykjavík, faccio colazione con Marco Bancale, 37 anni, bolognese, in Islanda dal 2006. Marco mi racconta dell’industria dei videogiochi in Islanda: c’è la CCPGames, l’azienda che ha creato <em>Eve online</em> (vedi il <em>Domenicale</em> del 10 luglio, p. 2), unica e inarrivabile per dimensioni, fama, introiti; ma poi c’è una decina di altre aziende concorrenti, solo più piccole. Dato che l’Islanda è abitata da… (fate questo test con gli amici, chiedetelo a loro: nessuno indovinerà che gli abitanti dell’Islanda sono così pochi) 320 mila persone, dieci aziende è un numero quasi incredibile, il risultato di rare condizioni tutte favorevoli: la diffusione della rete nel nord Europa, buoni corsi di informatica all’università, i fiumi di denaro – anche preso in prestito all’estero e mai restituito – che hanno inondato l’Islanda prima del 2008 (fiumi che stanno tornando a scorrere: avverto che il momento per una visita è ora, perché presto sarà tutto di nuovo intollerabilmente caro).</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1279"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Marco lavora alla Gogogic, una <em>game company</em> nata a Reykjavík nel 2006 che all’inizio produceva software e siti internet e ora produce videogiochi. Dal biglietto da visita risulta che Marco è “iOS Lead Developer”, e per quanti sforzi lui faccia non riesce veramente a spiegarmi quello che fa ogni giorno, né aiuta granché la didascalia che nel biglietto sta dopo la qualifica: “Use him to implement touches, gestures and accelerometers to your dreams”. <em>Programmatore</em>, riassume lui con una smorfia di delusione, col che ne so quanto prima, e mi basta. La sede della Gogogic, a dieci minuti a piedi dal centro di Reykjavík, non è imponente come quella della CCPGames ma c’è tutto: c’è il calcio-balilla, il biliardo, il salottino col caffè e le riviste; e c’è anche, per la mia consolazione, un occhio di riguardo per quelli che scrivono i testi, il <em>plot</em> del gioco, che hanno diritto a un ufficio un po’ separato dal resto, sulla porta un foglio con la scritta “Blame Zuckerberg”: perché Gogogic fa soprattutto giochi per i social-network come Facebook, e poi applicazioni per iPad e iPhone. Il loro gioco più fortunato e premiato è un gioco di ruolo che si chiama <em>Vikings of Thule</em> e che ha circa 150 mila iscritti. Scopo del gioco, che ricavo pari pari dal sito di Gogogic: diventare uno dei 39 capi della misteriosa isola di Thule – a occhio e croce un’Islanda ancora più buia e spigolosa dell’Islanda – combattendo contro gli altri giocatori sparsi per il mondo, superando prove di forza, coraggio, astuzia. «E sparando», dico a Marco, perché per me, che sono rimasto a Space Invaders, vale la regola <em>videogioco</em> = <em>sparatoria</em>. «No, senza sparare».</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei tanto evitare di dire che Marco è un ‘cervello in fuga’, vorrei non dover usare questa etichetta logora. Ma quello è. E s’intende che il dramma non è la fuga. Il dramma è, da un lato, l’incapacità italiana di attrarre cervelli stranieri, gente che fugga in Italia; dall’altro, per gli italiani emigrati, l’impraticabilità, l’inutilità del ritorno. Perché Marco – che ha studiato informatica a Bologna – semplicemente non potrebbe trovare, in Italia, un’azienda che gli dia un lavoro paragonabile con uno stipendio paragonabile: in Italia non ci sono posti del genere. “E allora non sarebbe meglio che l’Italia smettesse di produrre esperti come te, dato che il sistema produttivo italiano non li richiede?”, gli domando (sottintendendo: “Perché io dovrei pagare le tasse per formare uno come te, se poi uno come te deve andare comunque all’estero?”). Risposta: “Ma così è un circolo vizioso: l’università non forma professionisti, le aziende non nascono e non si sviluppano, il paese s’impoverisce, deperisce, diventa periferia. È la ricetta per il Terzo Mondo”. Il che mi convince abbastanza, anche se non posso dire che mi tolga tutti i dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;">Marco è arrivato in Islanda prima della crisi economica del 2008 (crisi che in Islanda ha avuto proporzioni immani, senza paragoni nel mondo: le banche del paese sono fallite, la corona è crollata, il debito pubblico graverà sugli islandesi per generazioni). “Fino al 2008 potevo considerarmi benestante qui e decisamente ricco quando tornavo in Italia. Adesso le cose sono un po’ cambiate. L’industria dei giochi non è stata toccata più di tanto dalla crisi, ma certo, l’età dell’oro – sì, era proprio l’età dell’oro – è finita. Oggi me la passo bene in Islanda, meno bene quando torno in Italia a causa del cambio, che è diventato svantaggiosissimo. Ma resta il fatto che in Italia non avrei mai e poi mai lo stipendio che ho qui”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che di colpo rinasco, rinasco nel Millenovecentottanta, quando i miei genitori decidono di comprarmi il Commodore 64 “perché in futuro bisognerà saper programmare un computer”. Ma tra la potenza e l’atto cade l’ombra. Per un decennio io e i miei compagni di scuola abbiamo adoperato il Commodore e le sue successive varianti come una consolle per giocare a Pac-Man. Intanto, ragazzi come Marco imparavano a progettarli, i giochi. Poi Marco ha studiato informatica. “Ma per fare quello che faccio – mi dice – quasi tutto quello che ho studiato non mi è servito a niente. Niente. Non dico che fisica o analisi non servano per altri indirizzi di studio, per altre professioni. Ma la matematica che uso io da quando lavoro nel ramo dei giochi è questa: addizioni, sottrazioni, più raramente moltiplicazioni e divisioni. Senza contare che in Italia ci sono corsi di laurea in informatica in cui sono previsti esami di Biologia generale, o Chimica, e persino Linguistica italiana. Una distanza siderale dal mondo del lavoro; e anche dalla realtà, direi”. E dunque che tipo di scuola servirebbe, per formare persone come lui, per un settore in enorme espansione, e nel quale già ora l’offerta di lavoro – un lavoro ottimamente pagato – supera la domanda? Che fare? Voglio la ricetta: la voglio applicare alla mia università, già prevedo le sinergie, l’interdisciplinarità, le collaborazioni virtuose tra umanisti che scrivono e scienziati che programmano. Ma la risposta mi spiazza. “Nessuna scuola. O meglio, nessuna scuola, nessuna università per come sono concepite oggi in Italia. Insegnano cose che non servono. Io sono un autodidatta, come la maggior parte di quelli che fanno questo lavoro. Invece di studiare analisi, ho imparato a programmare videogiochi. Contano la passione e l’applicazione: spendere il proprio tempo in queste cose, da soli, o insieme ad altri appassionati. Semmai, ci vorrebbero dei corsi specifici, di due o tre anni, in cui si insegnino tutte le discipline e le tecniche che occorre padroneggiare per realizzare un gioco: e non c’entra soltanto l’informatica, c’entrano anche la musica, la scrittura, i costumi, anche se una ‘stilista’ vera e propria possono averla solo in un’azienda come CCPGames. In Islanda corsi così esistono, ed è per questa ragione che qui nascono e crescono aziende come CCPGames o Gogogic”.</p>
<p style="text-align: justify;">Spiegazione chiara, idee che si possono condividere oppure no, ma che sono comunque da integrare alla discussione che, con mia sorpresa, in Italia non sembra stare a cuore a nessuno, o a pochi – con mia sorpresa perché è una discussione cruciale, vitale: la discussione su ciò che serve imparare a scuola, all’università, e soprattutto su ciò che a scuola e all’università imparare <em>non</em> serve. E le parole di Marco mi hanno fatto tornare in mente l’intervista a un ingegnere biomedico di 31 anni, disoccupato, che ho letto su una delle più belle (e semi-ignote) riviste italiane, <em>Una città</em> (marzo 2011). Se tornassi indietro, diceva l’ingegnere, non farei Ingegneria, farei il perito e andrei a lavorare: «Tutti chiedono la formazione di un perito industriale o elettronico, non quella di un ingegnere biomedico. Insomma, un grado inferiore di studi, ma più preparazione tecnica. Ci avevano illuso sul fatto degli sbocchi. Invece nessuno ha poi trovato lavoro in aziende biomediche. Ora provo dispiacere, se avessi fatto l’Itis sarei già al lavoro, più anni di contributi e più soldi in banca».</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa pensare? Perché per formazione e per indole io sarei un conservatore, uno di quelli che crede che la fisica e l’analisi servono anche se hanno l’aria di non servire, come altre cose astratte e non immediatamente funzionali come il latino o la filosofia. Un’ampia preparazione scientifica o umanistica, per formare l’Uomo, e poi una specializzazione mirata, per formare il Lavoratore. Ma se poi l’Uomo resta disoccupato, o trova un impiego a 35 anni, dieci anni dopo i suoi colleghi europei o americani, c’è anche il caso che l’Uomo si guasti, e con lui il sistema che l’ha formato. Che cosa pensare? Che fare?</p>
<p style="text-align: justify;">Ho girato la domanda a una decina di scienziati, e le risposte che ho avuto sono interessanti, articolate (dunque impossibili da riassumere qui) e, a parte qualche ingegnere pragmaticissimo, tutte concordi nel dare torto a Bancale. Se le facoltà scientifiche italiane funzionano così male come mai gli scienziati italiani (Bancale incluso) trovano così facilmente lavoro e finanziamenti all’estero? Non è ovvio che la duttilità di Bancale deriva anche dalla preparazione teorica che la scuola e l’università italiana gli hanno dato? E non è ovvio che l’università non è un ufficio di collocamento, e che non può e soprattutto non deve essere orientata a formare dei tecnici capaci di far funzionare il mondo come è oggi bensì degli scienziati capaci di immaginare, di creare il mondo di domani (un obiettivo che si può forse raggiungere attraverso l’analisi matematica, la fisica, l’ingegneria, non certo attraverso la preparazione Itis)? Me lo spiega con molta chiarezza Alessandro Della Corte, matematico: «Caliamoci nel caso concreto: il corso di laurea in informatica non è pensato per preparare solo i futuri programmatori di giochi, ma, in teoria, anche i futuri autori di nuovi linguaggi di programmazione, di nuovi possibili sfruttamenti delle risorse dell’hardware, di nuovi sistemi operativi, fino ad arrivare a coloro che dovranno progettare nuovi hardware. Per tutte queste cose una formazione scientifica seria è imprescindibile. Se non conosci l’analisi non puoi studiare la teoria dell’informazione. Se non hai studiato la teoria dell’informazione non puoi controllare il linguaggio macchina, che è codificabile in stringhe di 0 e 1. Se non arrivi al livello del linguaggio macchina non puoi pensare di ideare nuovi programmi compilatori (cioè i linguaggi come il C, il Fortran, il Basic). Se dunque non vuoi qualcuno che semplicemente utilizzi le risorse esistenti per ottenere scopi immediati, ma qualcuno che possa far progredire le risorse stesse, devi fargli capire fino in fondo quello che fa, fornendogli strumenti concettuali perché possa dominare tutti i livelli».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è un certo accordo anche sul fatto che a «far progredire le risorse» può essere solo un numero piuttosto esiguo di persone, e che perciò occorre immaginare percorsi formativi diversi: «La grossa differenza – mi dice Alberto Abbondandolo, anche lui matematico – è che in Italia l’università è l’unico canale di formazione post-scolastico e quindi si trova nella difficile posizione di dover formare sia chi farà ricerca, insegnerà o avrà comunque bisogno di una preparazione teorica di alto livello (se programmi videogiochi su piattaforme già esistenti o se progetti villette a schiera con autocad, delle quattro operazioni tre sono di troppo, ma se fai programmazione più avanzata o se devi progettare un ponte di teoria te ne serve parecchia) sia chi vuole imparare un mestiere. In Germania, il paese europeo dove la scienza applicata ha il maggiore peso economico, alle università sono affiancate le <em>Fachhochschulen</em>, dove si studiano ingegneria, informatica, chimica in maniera più professionalizzante. Invece del 3+2 e del tentativo di convincere l’università a fare quel che non sa fare, sarebbe stato meglio affiancarle degli Itis di secondo livello del tutto indipendenti e tenersi un’università molto più snella di quella attuale».</p>
<p style="text-align: justify;">E non vi càpita mai di essere d’accordo con tutti? A me sempre più spesso, sarà l’età. Come che sia, mi sembra una questione importante, e di cui varrebbe la pena di discutere, e da parte di competenti.</p>
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		<title>Francesco De Sanctis e la scuola del Risorgimento</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 10:47:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Grimaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Bonaventura Zumbini]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco De Sanctis]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Russo]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Settembrini]]></category>

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		<description><![CDATA[[Belfagor, LXVI (5), 2011, pp. 529-42] &#8230;.. Se non si crede all’unità della storia d’Italia – nel modo in cui i francesi credono all’unità della storia di Francia da san Luigi alla Quarta Repubblica – è difficile, direi impossibile, credere nelle storie particolari, nella storia della letteratura e nella storia della lingua. Forse si deve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/maestro-unico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1272" title="maestro unico" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/maestro-unico-300x190.jpg" alt="" width="300" height="190" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[<em>Belfagor</em>, LXVI (5), 2011, pp. 529-42]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;.. Se non si crede all’unità della storia d’Italia – nel modo in cui i francesi credono all’unità della storia di Francia da san Luigi alla Quarta Repubblica – è difficile, direi impossibile, credere nelle storie particolari, nella storia della letteratura e nella storia della lingua. Forse si deve ripartire dal basso, dalle singole storie, dalla storia letteraria e linguistica, dalla storia della scienza e dell’arte; dalle “monografie” e dagli “studi”, avrebbe detto De Sanctis. Forse si deve invece ripartire dall’alto, dal quadro generale. La recente storia della scienza di Lucio Russo e Emanuela Santoni (<em>Ingegni minuti</em>, Milano 2010) è una <em>storia della scienza in Italia</em>, della scienza fatta in Italia e non solo quella fatta da italiani. È una storia controcorrente, in un’epoca in cui si crede poco alle storie nazionali, e che ha una tesi rivoluzionaria: esiste un carattere nazionale, che non è climatico, che non è biologico, che non è razziale, ma consiste in una tradizione culturale che deve essere posta in stretto rapporto con gli eventi storici e politici&#8230;.</p>
<p><strong>Scarica il saggio completo [PDF]:</strong><br />
<a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/Marco-Grimaldi-su-De-Sanctis-e-la-scuola.pdf"><strong>Marco Grimaldi, &#8220;De Sanctis e la scuola del Risorgimento&#8221;</strong></a></p>
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		<title>Su &#8220;America amore&#8221; di Alberto Arbasino</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 12:34:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niccolo Scaffai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Arbasino]]></category>
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		<category><![CDATA[Niccolò Scaffai]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/cutrone-ronnie-1948-usa-fellowship-2214779.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1267" title="cutrone-ronnie-1948-usa-fellowship-2214779" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/cutrone-ronnie-1948-usa-fellowship-2214779-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[<em>Alias</em>, 7 maggio 2011]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si racconta che quando Bernard Berenson, arrivando a New York via mare, scorse i primi grattacieli di Manhattan li paragonò alle torri medievali di San Gimignano. Quel confronto è ormai buono oggi solo per i turisti americani sulla rotta Firenze-Siena. Ma, nel secolo scorso, di quel paragone si erano serviti sia Borgese nel suo <em>Atlante americano</em> (1936) sia Emilio Cecchi in <em>America amara</em> (1939): due autori e due libri cui si affianca di prammatica il Soldati di <em>America primo amore</em> (1935). È questa la trilogia degli antenati primonovecenteschi che la critica ha legittimamente evocato a proposito dell’ultimo, colossale e affascinante volume di Alberto Arbasino<strong> </strong>(<strong>America amore</strong>, Milano, Adelphi, pp. 867, euro 19, 00). Del resto, lo studiato richiamo soprattutto al titolo di Cecchi non lasciava scampo, proiettando già il lettore nel sistema citatorio che caratterizza la vertiginosa retorica di Arbasino: «Tanti europei si saranno magari anche chiesti più di una volta qual è allora la verità su questo paese, se è America Amara o America Amore, se non è tutte e due insieme».</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1263"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Una retorica in cui risalta proprio l’arte del confronto; ma non si tratta, se non esteriormente, di similitudini come quella tra Manhattan e San Gimignano, destinate bene o male a ridurre a un comune denominatore <em>illustrans </em>e <em>illustrandum</em>. Alla didascalia Arbasino sostituisce spesso il paradosso, così che i due termini di paragone non convergono in una vera somiglianza ma si rifrangono nelle molteplici, impertinenti sfaccettature che movimentano la cultura e lo spirito dell’osservatore. La sede del «Monitor» di Boston, per esempio, ha « la facciata a colonne imponentissima […] degli uffici governativi e delle banche – tempio greco tutto-granito – ma appena entrati si capisce che naturalmente è la cattedrale di Torcello, con le cripte, i mosaici, e tutto». Proprio così: <em>naturalmente</em>. Allo stesso modo, il Municipio di Beverly Hills è un’«Alhambra fra magnolie fiorite, con anche del Positano e dello Stupinigi. Dentro, una biblioteca uguale al cinema Odeon di Milano».</p>
<p style="text-align: justify;">I confronti non si limitano alle architetture, ma coinvolgono anche le persone, meglio se raffigurate in un (auto)ritratto collettivo, creato stavolta per esaltare più le differenze che le affinità: «Questi autori americani sono molto diversi dai nostri; e quelli alcolici, tutti uguali fra di loro. Cerco d’immaginare delle analogie, quando [Kerouac] racconta: per esempio, io con Sanguineti oppure con Testori, che andiamo a trovare Ottieri oppure La Capria, e lì invece di parlare del Gruppo 63 ci tiriamo dei pugni per giocare, e a un tratto giù i calzoni, e poi fuori le bottiglie, e poi giocare a dadi fino all’alba con Parise…». A figurarsi una situazione del genere c’è da morir dal ridere. E così deve essere.  In primo luogo perché <em>America amara</em>, come molta parte dell’opera di Arbasino, è spesso straordinariamente ironica (come di rado lo è la nostra letteratura contemporanea e come non lo sono stati gli ‘americanofili’ novecenteschi: da Pavese e Vittorini a Cecchi e Soldati, appunto). In secondo luogo perché, se volessimo sforzarci un po’ a studiare con l’ausilio di Bergson un passaggio come quello citato, troveremmo delle chiavi di lettura per avvicinarci ad <em>America amore</em>. Se è vero per esempio che «è comico ogni incidente che attira la nostra attenzione sul fisico di una persona quando dovremmo badare solo al morale di essa» (capitolo primo del <em>Riso</em>), possiamo pensare che uno dei segreti dell’ironia di Arbasino stia nella sua capacità di portare un affondo proprio dove non ce lo aspetteremmo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, mentre badiamo ai Grandi Personaggi che si affollano nel <em>carnet</em> dello scrittore, questi ci ricorda che è sua l’avventura, che è lui il raffinato picaro protagonista della schidionata di incontri che si succedono nel libro. (L’Arbasino di <em>America amore</em> non è solo un intervistatore né propriamente un reporter; neppure il confronto con altri scrittori-giornalisti in missione all’estero – per esempio il Montale di <em>Fuori di casa</em> – è davvero appropriato). Tanti e tali quegli incontri che, se non li sapessimo veri, li attribuiremmo a un precoce esperimento di <em>non fiction</em> o magari, guardando indietro, ai <em>mémoires </em>sette-ottocenteschi (il Da Ponte ‘americano’?) o a un romanzo-confessione esplosi al contatto con l’atmosfera del XX secolo: non è Arbasino un ottuagenario che racconta la sua avventura?</p>
<p style="text-align: justify;">L’avventura, in questo caso, comincia nel 1959, quando Arbasino arriva in America con una borsa di studio per seguire i seminari estivi di International Affairs tenuti da Kissinger ad Harvard. Poco meno che trentenne, l’aspirante diplomatico (ma già autore delle <em>Piccole vacanze </em>e dell’<em>Anonimo Lombardo</em>) scrive i suoi pezzi sugli Stati Uniti per inviarli al «Mondo», al «Corriere d’Informazione», all’«Espresso» e ad altre importanti testate. Lo scrittore viaggia anche lungo la  West Coast e, negli anni, scrive a più riprese di letteratura, cinema, teatro americani. Quei materiali, rielaborati e in parte aggiornati, rifluiscono in questo libro del 2011 che accoglie ampie selezioni da <em>Grazie per le magnifiche rose</em> (1965), <em>Off-Off </em>(1968), <em>Sessanta posizioni </em>(1971).</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, non una nota informa su date e circostanze di composizione o pubblicazione dei testi. Oltre che a dare unità al ‘racconto’ americano di Arbasino, l’espediente crea un effetto di presenza continuata e ininterrotta. Il presente è appunto il tempo verbale dominante in un libro che non sembra il frutto di un’esperienza conclusa, ma la cronaca di un’epoca a cui il narratore non ha cessato di appartenere. Per questo il lettore, più che dentro a un’enciclopedia dell’America del Novecento, si sente trasportato nel mezzo di un <em>party</em> brillantissimo con ospiti geniali. Certo, quell’America non c’è più (e Lower Manhattan oggi è meno squallida di come la troviamo qui descritta): sono scomparsi Edmund Wilson, cui Arbasino dedica pagine tra le più importanti del libro; sono scomparsi Hemingway e Mary McCarthy e tutti i maggiori. Chi è rimasto, come Philip Roth, scrive ormai da anni troppi libri non belli. Arbasino lo sa eccome, ma non indulge quasi mai al necrologio culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ottuagenario di oggi entra sì in relazione dialettica con il più giovane se stesso dei soggiorni americani, ma la distanza storica conta meno del ‘qui’ e dell’‘ora’, conta meno dei fenomeni registrati in presa diretta. La forma volentieri adottata per dar conto di quei fenomeni è l’enumerazione più o meno caotica, un’antica passione di Arbasino, fervido compilatore di elenchi in tempi non sospetti (vedi già <em>Le piccole vacanze</em> e poi <em>Super-Eliogabalo</em>). D’altra parte, tra i libri sacri della letteratura americana non c’è forse <em>Leaves of Grass</em>, momunentale raccolta di cataloghi e di nomi?</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla titolarità del ruolo di osservatore-protagonista dipende anche la prospettiva dell’autore sul mondo e sugli uomini che vede e racconta. Oltre a essere un «giovane italiano di buone letture e nessun pregiudizio» (così la quarta di copertina del volume adelphiano), Arbasino appare alieno da ogni ‘occidentalismo’ (inteso come orientalismo dislocato a sinistra sul planisfero) e meno vincolato di Cecchi e Soldati all’obbligo di esprimere un giudizio definitivo sugli Stati Uniti. Né sembra vittima della sindrome da <em>American Dream</em> che colpiva e ancora colpisce molti italiani oltreceano. I confronti con l’Italia dell’epoca, oltre a provocare in certi casi gli effetti ironici di cui si è detto, servono anche come garanzie di parità tra i due ‘amanti’: l’America e Arbasino.</p>
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		<title>A proposito di “Prima lezione di filologia” di Alberto Varvaro</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 20:37:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Filologia]]></category>
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		<description><![CDATA[[In parte sul supplemento culturale del Sole 24 ore, 18 marzo 2012] Nello studio di un mio collega all’università c’è un foglio appeso al muro che dice «C’è qualcosa nella filologia che fa appello agli istinti peggiori degli esseri umani». La frase è di George Steiner e la potremmo riscrivere, in maniera un po’ meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/pedante.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1254" title="pedante" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/pedante-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[In parte sul supplemento culturale del Sole 24 ore, 18 marzo 2012]</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
Nello studio di un mio collega all’università c’è un foglio appeso al muro che dice «C’è qualcosa nella filologia che fa appello agli istinti peggiori degli esseri umani». La frase è di George Steiner e la potremmo riscrivere, in maniera un po’ meno perentoria, in forma di domanda. Con tante cose da fare e da dire, che senso ha passare la vita a sfogliare manoscritti o stampe antiche, a ricostruire la tradizione di opere che il più delle volte non vale nemmeno la pena di leggere, a pubblicare edizioni che spesso richiedono anni e anni di lavoro e che altrettanto spesso non differiscono dalle edizioni precedenti se non per qualche dettaglio insignificante, e comunque non portano nessun reale contributo all’interpretazione di un’opera o di un autore? Di quale timidezza è segno un atteggiamento simile? O peggio, di quale viltà?</p>
<p style="text-align: justify;">A queste ragionevoli critiche si può rispondere in molti modi, e alcune buone risposte si trovano (insieme a molte altre cose) nella <em>Prima lezione di filologia</em> di Alberto Varvaro appena pubblicata da Laterza. Vediamo, dunque.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1253"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A un primo livello, la filologia è una forma elementare di positivismo: accerta i dati (dati che possono essere la datazione di un manoscritto, la corretta lettura di un documento, la storia della tradizione di un testo), fissa i termini della questione, apparecchia la tavola alla quale altri, se vorranno, potranno sedere. Non crede affatto di poter dire l’ultima parola su un problema. Ma crede di dover dire la prima. Ora, questa prima parola, questo chiarimento preliminare è sempre opportuno. È bene sapere quale redazione dei <em>Promessi sposi</em> si sta leggendo, ed è bene sapere perché. È bene sapere dove Verga pubblicò i suoi primi racconti veristi (in rivista non in volume, al nord non al sud), perché in questo modo vediamo più chiaramente quale fosse il suo pubblico e ci possiamo fare un’idea più precisa delle sue intenzioni e dalle risposte che si aspettava dai suoi lettori. Ma questo chiarimento preliminare è assolutamente necessario quando quelli che leggiamo sono testi premoderni, che ci giungono attraverso manoscritti o stampe antiche, e secondo modalità di trasmissione molto diverse da quelle che interessano i libri a stampa, o gli odierni <em>files</em>. Il campo d’interessi del filologo, in questo senso, è la tradizione delle opere, e il prodotto dei suoi studi sono le edizioni critiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Una seconda accezione di filologia, più comprensiva della prima, fa centro non sulla ricostruzione materiale dei testi ma sulla loro lettura: chiamiamo così ‘lettura filologica’ una lettura particolarmente scrupolosa di un testo, una lettura capace di far parlare il testo senza sovrapporgli idee, problemi, valori che gli sono estranei. Gli studi di grandi filologi italiani come Contini, o Roncaglia, o lo stesso Varvaro, sono esemplari di questo metodo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia (terza accezione), il metodo filologico non deve chiudersi per forza entro il perimetro del testo: può anche estendersi alle circostanze dell’opera e ragionare della personalità dell’autore, dei suoi primi lettori, dell’ambiente nel quale quell’opera è stata creata; può insomma situare storicamente l’opera, restituirla al suo contesto originario. Ciò non riguarda soltanto l’ambito degli studi letterari. Il saggio in cui Edgar Wind argomenta l’influenza che il pensiero di Hume ebbe sull’arte di Gainsborough è, a tutti gli effetti, un buon esempio di questa più larga applicazione del punto di vista filologico.</p>
<p style="text-align: justify;">La filologia illustrata da Varvaro è queste tre cose insieme: l’edizione delle opere, la loro storia e la loro critica, ma anche la ricostruzione del contesto umano e artistico in cui quelle opere sono state create. Non è un programma particolarmente originale: è più o meno quello stesso programma che nel <em>Trattato teologico-politico</em> Spinoza proponeva allo studioso della Bibbia: «raccogliere le notizie relative a tutti i libri profetici di cui abbiamo memoria, e cioè la vita, i costumi e la cultura dell’autore di ciascun libro, chi egli sia stato, in che occasione, in che tempo, per chi e infine in che lingua abbia scritto. E poi [bisogna studiare] la fortuna di ciascun libro, cioè come sia stato accolto in principio, in quali mani sia caduto e quante siano state le sue varie lezioni, quale concilio ne abbia decretato l’ammissione tra i libri sacri, e infine come siano stati raccolti in un unico corpo tutti i libri già universalmente riconosciuti per sacri» (VII 3). Commentando questo passo, Pierre Bourdieu vi ha riconosciuto il fondamento «di un’autentica scienza delle opere culturali», diversa e migliore rispetto a quelle che lui definisce le letture liturgiche, destoricizzanti, che piacciono ai professori di filosofia (<em>Meditazioni pascaliane</em>, Milano 1998, p. 55). Ma «questo programma magnificamente sacrilego», come lo chiama Bourdieu, è precisamente il programma della filologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un ampio spettro di dati, uno spettro di dati simile a quello descritto da Spinoza, la filologia ricava informazioni che ci permettono di vedere più chiaro in un problema che fino a quel momento non riuscivamo a mettere bene a fuoco, o che addirittura neppure vedevamo. Il suo metodo è estensivo piuttosto che intensivo: ed è appunto a questo, a questo momento dell’accumulo e della descrizione scrupolosa, che pensa Steiner quando gli pare di vedere all’opera, qui, «i peggiori istinti degli esseri umani». Ma da un lato, specie se gli oggetti che studiamo sono molto lontani nel tempo o nello spazio, l’accumulo è necessario, perché si tratta di ricreare attorno agli oggetti il mondo in cui sono nati: e la quantità dell’informazione diventa qualità. Dall’altro, è senz’altro vero che ci sono persone che, spaventate dal mondo, si mettono a fare gli studiosi. E ci sono studiosi che, spaventati dalla sconfinata varietà degli studi, si mettono a fare i filologi, e se ne stanno vicini ai libri per poter stare lontani dalle cose. È un’aspirazione comprensibile, rispettabile forse, ma che non riguarda tutti i filologi, e neppure la maggior parte di loro. Non sono tutti Casaubon, il pedante di <em>Middlemarch</em>. Inoltre, c’è qualcosa che «fa appello agli istinti peggiori degli esseri umani» in tante altre discipline e in tanti altri indirizzi di studio. C’è un mucchio di gente che scambia il risentimento per vocazione, ma questo non fa sì, automaticamente, che tutti i cultori di <em>gender studies</em> o <em>postcolonial studies</em> siano dei dilettanti piena di rabbia, velleità e ignoranza. Bisogna avere la pazienza di distinguere.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ‘prima lezione’ il libro di Varvaro è, com’era da aspettarsi, ottimo: piacevole da leggere (ed è cosa rara e difficile), pieno d’informazioni e di osservazioni interessanti su testi d’epoca, lingua, genere disparati, da Dante a Froissart, da Jean Ruiz ai romanzi moderni. Ogni tanto è un po’ opaco: ogni tanto presuppone cioè un lettore che sappia già, per esempio, che cosa sono il <em>lachmannismo</em>, un <em>archetipo</em>, uno <em>stemma</em>. Nozioni correnti, in filologia, ma che – come qui non accade – andrebbero illustrate con calma, perché il nocciolo della disciplina è quello. Un piccolo glossario sarebbe stato utile. Ma non è grave. Il lettore interessato (l’unico a cui parlano libri come questo: i disinteressati non c’interessano) può reperire tutte le altre informazioni tecniche che gli servono in uno degli eccellenti manuali di filologia usciti in questi anni (Stussi, Ageno, Balduino, eccetera). E a questo stesso lettore si potrà ricordare che c’è, al di là della teoria filologica, una storia della filologia che è anche, più in grande, storia della cultura: e quale non piccola parte abbiano avuto gli studi filologici nella vita culturale italiana dall’Unità agli anni Trenta mostra ora un bel libro di Francesco Sberlati, <em>Filologia e identità nazionale</em> (Sellerio). E c’è infine, per i lettori ormai conquistati alla disciplina, la filologia in atto: ci sono i libri che mettono in pratica la teoria e che ci restituiscono i testi antichi in edizioni affidabili e ben commentate. I buoni esempi da citare non mancano, perché la filologia italiana ha dato anche di recente contributi di grandissimo valore agli studi umanistici. Qui mi limito a segnalare due veri gioielli, due libri per pochi che però resteranno, e che verranno letti e studiati anche tra molti anni, quando tanti altri libri oggi di moda saranno stati dimenticati: il saggio di Roberta Cella <em>La</em> <em>documentazione Gallerani-Fini nell’Archivio di Stato di Gent, 1304-1309</em> (ed. SISMEL), che attraverso documenti d’archivio conservati a Gent racconta la storia affascinante della compagnia dei Gallerani, mercanti e banchieri senesi. E il saggio-antologia di Livio Petrucci <em>Alle origini dell’epigrafia volgare</em> (ed. Pisa University Press), che raccoglie e commenta, con uno splendido apparato iconografico, più di cinquanta iscrizioni volgari anteriori all’anno 1275. Libri per pochi, come ho detto: ma i molti non sanno che cosa si perdono.</p>
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		<title>Le idee si pagano</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 19:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Guerzoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cose che riguardano l'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[[Supplemento culturale del Sole 24 ore, 11 marzo 2012] I. Le idee si pagano A differenza di quanto accade nei settori professionali in cui la progettazione è giuridicamente definita ed economicamente inquadrata, in Italia, nel mondo delle industrie creative e dei beni culturali, questo fenomeno si manifesta, per usare un eufemismo, più di rado, quasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/Foto-Guerzoni.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1250" title="Foto Guerzoni" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/Foto-Guerzoni-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>[Supplemento culturale del Sole 24 ore, 11 marzo 2012] </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Le idee si pagano</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">A differenza di quanto accade nei settori professionali in cui la progettazione è giuridicamente definita ed economicamente inquadrata, in Italia, nel mondo delle industrie creative e dei beni culturali, questo fenomeno si manifesta, per usare un eufemismo, più di rado, quasi che progettare il palinsesto di un festival, la stagione di un teatro, il concept di una mostra o lo sviluppo di un museo siano giuochi da ragazzi. Non stupisca il riferimento ludico: è opinione diffusa che la produzione d’idee non richieda grandi sforzi, essendo il frutto di generazioni pressoché spontanee, talora fonte di piacere, come accade quando si parla di creazione, disseminazione e <em>crossfertilization</em>. E’ risaputo, infatti, che nelle menti dei creativi le idee si formino per caso, tra una sigaretta e un caffè, uno spritz e una chiacchera, un pisolino e un filarino, un happy hour e un dirty weekend, addensandosi in nuvole progettuali i cui piovaschi precipitano sui desktop Apple con la stessa naturalezza con cui a Woolsthorpe Manor le mele si frangevano sul cranio di  Isacco Newton.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1247"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma se qualcuno gode e – colpa inescusabile – si diverte pure, lo si dovrà pagare, se mancano i calcoli strutturali che hanno orbato dinastie d’ingegneri o gli esecutivi che hanno ingobbito sui tecnigrafi generazioni di architetti? La Cultura è una vocazione (per eredi e rentier). Non bisogna lamentarsi se difettano i mezzi del grande e del piccolo schermo (che remunerano le opere dell’ingegno di sceneggiatori cinematografici ed autori televisivi), se latitano i profitti della moda e del design (che adottano altri principi di retribuzione e compartecipazione agli utili) e rimangono chimerici gli anticipi riconosciti agli scrittori di rango.</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo: soldi pochissimi, ma vuoi mettere la soddisfazione di vedere il tuo nome stampato su un flyer in carta riciclata, accanto a titoli che riempirebbero d’orgoglio ogni cuore di mamma: curatela, drammaturgia, soggetto, ideazione, progetto di…</p>
<p style="text-align: justify;">Le occasioni non dovrebbero mancare, in un paese con circa 14.000 associazioni culturali, in cui ogni anno vengono imbanditi 2.000 festival, inaugurate 10.000 mostre, organizzate 41.000 manifestazioni all’aperto e allestiti, secondo i dati SIAE del 2010,  141.000 spettacoli. Eppure, a dispetto di cotante cifre, la progettazione non viene quasi mai pagata, configurandosi il più delle volte come disinteressato e gratuito anticipo su eventuali future realizzazioni: “quattro righe buttate giù per amicizia”, “senza impegno”, per citare una ricorrente formula pre e paracontrattuale, immancabilmente seguita dalla clausola di stile: “Poi, se si farà, ci metteremo d’accordo.”</p>
<p style="text-align: justify;">Senza scherzare oltre, è doveroso riconoscere che tale abitudine non trova corrispondenza nei paesi più civili, dove la progettazione è considerata una fase cruciale, il fattore critico del successo di qualsivoglia iniziativa culturale,  cui dedicare il giusto tempo e riconoscere un idoneo compenso, con stanziamenti di budget che sull’italico suolo non vengono riservati nemmeno a talune fasi realizzative. Chiedete a un curatore straniero un progetto espositivo o all’ideatore di un festival lo sviluppo di uno spin-off editoriale: di norma non lo fanno gratis, ma esigono la giusta remunerazione del tempo dedicato e il riconoscimento del loro ruolo. Perché l’economia della conoscenza è diversa da quella della riconoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Le idee servono e si devono pagare, perché le competenze hanno un valore economico, perché una cattiva progettazione figlia pessime gestioni, perché l’improvvisazione è una dote canora ma un difetto caratteriale, perché esistono nuove professionalità che, anche senza la rappresentatività di ordini prestigiosi come quello dei farmacisti, sanno fare bene e seriamente un lavoro assai più complicato di quanto si pensi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ostacoli che si frappongono alla modernizzazione di un falso e peloso pseudomecenatismo sono molti; per esigenze di spazio ne esaminerò due: la moratoria degli accessi/eccessi universitari e l’inadeguatezza della committenza. Ogni anno, nel Belpaese, si laureano migliaia di futuri “progettisti culturali”, a fronte degli undici iscritti nella classe di “Scienze e tecnologie dei sistemi di navigazione” (dato che illumina su taluni recenti fatti di cronaca).</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo forti a santi e poeti, ma scarseggiano i navigatori e sono in via di estinzione gli scienziati: secondo l’ufficio Statistiche del MIUR nell’anno accademico 2010-11 erano immatricolati nella classe “Biotecnologie industriali” 313 studenti, lo 0,006% dei 48.423 arruolati nelle classi di Beni culturali, Conservazione e restauro dei beni culturali; Conservazione e restauro del patrimonio storico-artistico; Scienze dei beni culturali; Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali; discipline, scienze e tecnologie delle arti figurative, della musica, dello spettacolo, della moda e della produzione multimediale.</p>
<p style="text-align: justify;">Se i 756 iscritti a Matematica non hanno pareggiato gli <em>enrolled</em> del minore tra i primi cinque <em>fashion institute</em>s milanesi, c’è stato un fisico ogni dieci partecipanti ai casting del Grande Fratello 12 (3.176 vs 30.000), un chimico ogni undici partecipanti alle audizioni di X Factor (4.502 vs 50.000), un biologo ogni dozzina di <em>scienziati</em> della comunicazione (1.956 vs 24.613).  Ogni commento è superfluo. Rimane il fatto che decine di migliaia di persone sono disposte a lavorare gratis, nella speranza di vincere un giorno il gratta e vinci “cultura per sempre”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non meno delicata è la situazione della committenza, pubblica e privata. Un progetto non è un capriccio: ha bisogno di committenti consapevoli, esigenti e risoluti. Purtroppo, dopo le scienze della Formazione (s’intende calcistiche: moduli pitagorici, schemi difensivi e percentuali di realizzazione), la progettazione culturale è il campo disciplinare in cui l’Italia vanta la maggior concentrazione mondiale di cultori della materia. Dilettanti lenti nel premettere che di contenuti espositivi o palinsesti teatrali non si sono mai occupati in vita loro, ma lestissimi nell’ammollare gragnuole di consigli, suggerimenti, paragoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Se pochi si sognano di suggerire a un architetto, un editore, un regista come progettare un edificio, una collana editoriale o un lungometraggio, chiunque progetti un museo troverà centinaia di interlocutori pronti a spiegargli, in 5 minuti, come farlo diversamente e meglio; chiunque progetti un festival riceverà centinaia di segnalazioni riguardanti oratori imperdibili e temi imprescindibili,  quasi che dialogare pazientemente con decine di soggetti assai eterogenei e coordinare le tante professionalità e mentalità che gravitano attorno a simili iniziative fosse la cosa più facile e semplice del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è forse vero che la cultura, sul patrio suolo, si diffonde per simpatia? Che per progettare con senso e serietà in campo culturale basta andare in viaggio di nozze in una delle tante città d’arte: cinque giorni di furore, tra una copula e una cupola, per far vedere ai parenti che nessuno in Italia, anche il più somaro, può rimanere insensibile al fascino delle sue eterne beltà? Nel dubbio si può sempre pescare nelle acque della televisione, in cui galleggiano naufraghi e pirati di ogni sorta: se viene da lì dà maggiori garanzie di professionisti con curricula di trenta pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna alcune imprese, le più avvedute e innovative, hanno capito che solo riconoscendo dignità e valore all’opera progettuale di questi nuovi soggetti, allergici alle etichette ma capaci di saltare gli steccati sterili dell’iperspecializzazione, è possibile portare idee e vita in campi altrimenti condannati all’asfissia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>II.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La creatività, che impresa</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">“Le industrie culturali e creative, un patrimonio da sfruttare.” Non è il claim dell’ennesimo master farlocco, ma roba seria: il titolo del Libro Verde della Commissione Europea licenziato il 27 aprile del 2010, che ha circoscritto un campo altrimenti poroso e mutante, in cui operano omonime imprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla carta posti fantastici, dove ogni neo diplomato/laureato smart sogna di lavorare. Senza orari rigidi, gerarchie castranti, riti inutili, divise penose e job description ridicole. Senza la dedizione-totale-al-lavoro delle aziende tradizionali, il ritmo forsennato delle professioni liberali, la competitività steroidea delle società di consulenza, la retorica oleografica delle multinazionali della creatività (oligopoli meno credibili degli <em>interiors </em>IKEA).</p>
<p style="text-align: justify;">Imprese in cui alle “strutture societarie” si antepone l’attenzione per la Società, all’utile di bilancio l’utilità sociale, al “dividendo” la condivisione, alla specializzazione la specificità. Imprese dove il cappio del profitto non soffoca il pensiero al bene comune, dove la gratuità è un valore e la generosità non è un retaggio infantile, dove l’investimento in ricerca e sviluppo non è pianificato in termini percentuali, ma è il sangue caldo e misto che tiene in vita organismi in continuazione evoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla carta posti fantastici.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, nel day by day, le cose non vanno così lisce, come si può evincere dal testo di Beniamino Saibene della scorsa settimana: al diciassettesimo anno di attività il “leader di mercato” Esterni fattura 1,6 ME e ha 14 dipendenti,  con un’età media di 28 anni e uno stipendio medio di 1200 euro, il medesimo di un operaio specializzato con una decade di anzianità.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte a questi numeri, il pensiero che in futuro le imprese culturali e creative possano reggere il peso della crescita italiana ed europea è irrealistico, se non vi saranno radicali cambiamenti nelle <em>policies</em> comunitarie; esse rimangono creature minuscole, gracili ed effimere, che sciamano come api nell’ecosistema economico: succhiano il nettare dell’intelligenza e impollinano le idee delle imprese, trasformando gli zuccheri della creatività nel miele dell’innovazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi sempre gratuitamente o a costi risibili, se parametrati alle fatture emesse dalle società di <em>global consulting</em>: il <em>billing</em> giornaliero di un senior partner vale una ghiotta commessa mensile di una startup <em>creative.</em> Ma come le api operaie, queste imprese si fanno un culo a paiolo, vivono una stagione e muoiono di fatica: per produrre un chilogrammo di miele le api devono raccogliere circa 3 chilogrammi di nettare, effettuando circa 60.000 voli, in ognuno dei quali devono suggere circa 100 fiori, coprendo in media 2,5 chilometri a 24 chilometri orari. Pertanto, per produrre un chilogrammo di miele devono sucarsi 6.000.000 di fiori e percorrere 150.000  chilometri, pari a 3,75 giri del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un’attività riposante e, soprattutto, rimane collegata a cicli di vita specifici – di norma brevi &#8211; e forme di convivenza peculiari. Negli alveari della creatività prevale una diffusa allergia per le formule societarie tradizionali, a causa dell’elevato turn-over del personale, della cronica sottocapitalizzazione, della pluriattività come scelta – sovente imposta, talora desiderata – di vita, della parzialità dell’ingaggio dei singoli individui, del confine sempre labile tra profit e no profit, libertà e free-riding.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia chi sigla i contratti? Chi è tenuto a pagare l’affitto? Chi è il legale rappresentante? Chi risponde delle obbligazioni nei confronti di terzi?  Chi ha la firma sul conto corrente? Chi mette il suo nome su una polizza assicurativa? Chi diviene il titolare di un brevetto? Per risolvere questi dilemmi è necessario inventare nuove formule societarie e nuovi assetti istituzionali, lungo il solco felicemente tracciato dal governo Monti, che ha identificato nelle SSRL i veicoli ideali per consolidare le fondamenta legali e abbattere costi di avviamento e gestione altrimenti proibitivi (una prece: non discriminate gli over35, faticosamente sopravvissuti nei perigliosi mari della creatività veleggiando su vecchie  Srl o arcaici studi associati).</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso discorso vale per le sedi lavorative. Non servono uffici di rappresentanza: bastano un cesso, piani di lavoro, sedute essenziali, prese elettriche e connessioni veloci, serviti dai mezzi pubblici. Come ha ricordato Stefano Boeri la scorsa settimana, per dimezzare i costi fissi e assicurare la sopravvivenza di queste realtà basterebbe garantire la disponibilità di spazi minimi, senza le pagliacciate degli scorsi anni, quando per assegnare a prezzi di mercato qualche metro quadrato nella Fabbrica del Vapore a Milano venne insediata una commissione internazionale di saggi di cui facevano parte De Kerckhove e Maeda (dubito volassero low-cost).</p>
<p style="text-align: justify;">Sino a martedì scorso (quando l’Agenzia del Territorio ha comunicato la scoperta di un milione di immobili fantasma) in Italia erano accatastati circa 12,8 milioni di edifici, di cui 11,3 ad uso abitativo, per complessivi 120 milioni di vani, che fruttano il record mondiale delle case sfitte, con il 24% sul totale degli appartamenti, contro una media europea dell’11,8%.  In siffatto contesto trovare un tetto da mettere sopra la testa non dovrebbe essere un’impresa proibitiva, anche se rimane il problema di scovare chi ti finanzia, mentre cerchi qualcosa da mettere sotto i denti. Trovare credito, con simili garanzie, non è facile e gli istituti bancari italiani non conoscono mezze misure; dopo lustri in cui “fior di imprenditori” come Zunino, Coppola, Tanzi, l’Einstein di Zagarolo e compagnia cantante ottenevano linee di credito da sette zeri  in 0,7 nanosecondi, oggi, “per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”. Peccato non sia la scritta burlona sul piatto del buon ricordo di una scalcinata trattoria di paese, ma il payoff di una campagna che sta garrotando migliaia d’imprese, solide e operanti in settori tradizionalissimi, i cui fondamentali di bilancio sono più noti e vetusti delle incisioni rupestri di Altamira o Lascaux.</p>
<p style="text-align: justify;">Figuriamoci la gioia con cui il responsabile fidi di una filiale del mediocredito artigiano cooperativo di Brugola di Sotto può accogliere la richiesta di apertura di una linea di credito o di accensione di un mutuo dei dieci fondatori di un <em>hub</em> creativo, titolari di esclusive carte di debito Coop o ancor più affidabili ricaricabili Bancoposta. Bella scenetta da sitcom comica, ma in realtà c’è poco da ridere, perché è su questi scogli, alti come un panettone di Pao, che vanno a infrangersi molte aspirazioni imprenditoriali: se ti pagano poco e irregolarmente, se non sei nato ricco trovare qualcuno che ti presti pochissimi euri diventa un’impresa erculea.</p>
<p style="text-align: justify;">Non va meglio con il private equity: i <em>business angels</em> tricolori non hanno la possente apertura alare e le spalle larghe degli esemplari californiani incarnati dal Warren Beatty di <em>Heaven can wait</em>. Assomigliano piuttosto ai cherubini di tanta pittura cinque-seicentesca: piccini, paffuti, con due alette da piccione e le braccine molli e, soprattutto, corte. Un investimento di 40K è sudatissimo da ottenere. Una nuova versione di business plan per ogni 1.000 euro addizionali. Ma il businessplanning è un eccitante psicotropo, tra l’LSD e l’Amanita Muscaria: fa vedere mondi meravigliosi, crescite portentose, profitti miracolosi. Assumerne dosi massicce o andare in overdose, dal punto di vista medico-legale, è meno pericoloso di calarsi un cartoncino o ingollarsi un peyote. Ma la visionarietà non è la virtù imprenditoriale del terzo millennio?</p>
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		<title>Basta sedersi ad ascoltare</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 09:25:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giunta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 4 marzo 2012] C’è uno strano libretto di Georges Perec che s’intitola Mi ricordo e che contiene una lista di quattrocentottanta ricordi: cose, persone, eventi per la gran parte minimi, per niente memorabili, che Perec ripesca nella memoria e descrive in due-tre righe. Quando lo lessi, negli anni del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/Io-mi-ricordo.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1244" title="Io-mi-ricordo" src="http://www.claudiogiunta.it/wp-content/uploads/2012/03/Io-mi-ricordo-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em><strong>[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 4 marzo 2012]</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">C’è uno strano libretto di Georges Perec che s’intitola <em>Mi ricordo</em> e che contiene una lista di quattrocentottanta ricordi: cose, persone, eventi per la gran parte minimi, per niente memorabili, che Perec ripesca nella memoria e descrive in due-tre righe. Quando lo lessi, negli anni del liceo, trovai che per lo più erano ricordi molto futili, in particolare quelli che pescavano da un calderone <em>pop</em> anni Quaranta-Cinquanta – più che altro canzoni e film francesi – che a me non diceva assolutamente niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso che ho quasi gli anni che aveva Perec quando scrisse il libro, capisco. Capisco, vedo la parte enorme che le canzoni e i film occupano nella memoria di un quarantenne. E capisco l’indifferenza di chi ha vent’anni di meno. È, insieme, la bellezza e la disgrazia del <em>pop</em>: basta lo scarto di una generazione, e quello che a voi spreme le lacrime dagli occhi a loro, ai più giovani, appare a malapena comprensibile. Ieri ho intervistato i miei studenti, venti-ventidue anni: per loro Dalla non è quello di <em>Futura</em>, è quello di <em>Caruso</em>; che è come dire «De Niro, quello di <em>Ti presento i miei</em>».</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1243"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Tra i miei quattrocentottanta ricordi <em>pop</em> ce ne sono parecchi che coinvolgono Lucio Dalla, e sono tutti ricordi piacevoli. Intanto – cominciando dall’uomo e non dalle canzoni – mi piaceva il modo in cui conviveva col suo corpo. Avrebbe potuto farsi trapiantare i capelli, avrebbe potuto recuperare cinque centimetri con le zeppe, avrebbe potuto vestirsi come un lord. Invece era basso, portava delle canotte inguardabili, ripiene di peli, una barba un po’ scimmiesca, e insomma indossava la sua bruttezza con serenità, senza pensarci troppo: e il parrucchino, più che un vezzo, era un attrezzo di scena, dato che anche in pubblico, anziché dissimulare, lo esibiva tirandolo da una parte e dall’altra. Segno – in un ambiente popolato soprattutto da zombie – che aveva una personalità forte, che non aveva bisogno di raccontarsela, o di raccontarla agli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piacevano anche l’<em>aplomb</em> e l’ironia con cui parlava di sé nelle interviste. E trovavo delizioso il modo che aveva di usare le parolacce. Mi ricordo l’allegria che ci dava, da piccoli, <em>Disperato erotico stomp</em> (ed eravamo così piccoli che non eravamo davvero davvero sicuri che il finale della canzone volesse dire quello che sembrava volesse dire); mi ricordo l’inizio sfacciato e geniale di <em>Ciao a te</em>: “Ciao a te / e a tuo figlio finocchio / ciao a te / e alla tua puzza di piedi”; e mi ricordo i due tempi perfetti di <em>Meri Luis</em>: la tensione del primo, col regista che aspetta la star davanti al ristorante, e il sollievo del secondo, col regista che, “stanco di aspettare / appena ha visto la star l’ha mandata a cagare”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono artisti che non sbagliano un colpo. Ma di solito è perché fanno molto bene sempre la stessa cosa. Dalla possedeva quel tipo di creatività che non trova sfogo se non nella variazione. Per questo si appassionava a tante altre cose oltre che alla musica. Prendete la carriera di un qualsiasi altro cantautore: è difficile che tra il suo inizio, il suo mezzo e la sua fine ci sia una distanza paragonabile a quella che separa, mettiamo, <em>Le parole incrociate</em> da <em>Attenti al lupo</em>, o <em>Anidride solforosa </em>da <em>Caruso</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In tanta varietà, qualche colpo si sbaglia per forza. Dalla, anche il Dalla dei tempi migliori, poteva essere retorico (<em>Il motore del 2000</em>), poteva essere pretenziosamente cerebrale (<em>La signora</em>: anche se a me le allegorie un po’ fuori controllo di <em>La signora</em> davano e continuano a dare una strana emozione). E poteva certamente essere sentimentale, in senso deteriore: e il fatto che buona parte del pubblico lo sia quanto e più di lui non rende meno fastidiosi, per esempio, gli sdilinquimenti e i gorgheggi di <em>Caruso</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei venticinque anni che seguono <em>Caruso</em> (1986) Dalla ha scritto anche delle belle canzoni, per esempio <em>Tu non mi basti mai</em>, o <em>Ciao</em>, tutte e due del 1996 (<em>Ciao</em> ha anche un video delizioso: è difficile guardarlo e non pensare che Dalla dovesse essere la persona più simpatica del mondo), o <em>Apriti cuore</em> (1990). Ma è stata ovviamente una china discendente, anche perché qualsiasi cosa facesse Dalla si finiva per confrontarla con quello che aveva fatto nei dieci anni a cavallo tra Settanta e Ottanta: e il confronto non poteva finire in pareggio perché quelli erano stati anni miracolosi, toccati dalla grazia, i <em>suoi</em> anni nella storia della canzone italiana. Nel 1977 esce <em>Com’è profondo il mare</em>; nel 1979 escono <em>Lucio Dalla</em> e <em>Banana Republic</em>; nel 1980 esce <em>Dalla</em>; nel 1981 esce <em>Dalla (Q Disc)</em>. Ce n’è abbastanza da riempire le vite di molti cantautori.</p>
<p style="text-align: justify;">Non aveva pose da artista tormentato, non metteva in musica la sua depressione, sembrava a suo agio nel mondo. Ciononostante, ha scritto anche versi tra i più toccanti nella storia della canzone italiana, versi belli anche solo a leggerli su carta, senza ascoltarli – questo quadro, per esempio, in <em>Balla balla ballerino</em>: «Ferma con quelle tue mani il treno / Palermo-Francoforte / per la mia commozione / c’è un ragazzo al finestrino / gli occhi verdi che sembrano di vetro / corri e ferma quel treno / fallo tornare indietro». Ma a me piaceva soprattutto perché sapeva fare, con le canzoni, ciò che le canzoni sanno fare meglio di qualsiasi altro genere artistico, e cioè comunicare una specie di euforia, di cieca fiducia nella vita: non si può non sorridere di tenerezza ascoltando <em>Siamo dei</em>, o <em>L’anno che verrà</em>, o <em>Anna e Marco</em> (qualcuno ha detto che ha la stessa trama di <em>Don’t Stop Believin’</em> dei Journey, ma con due anni d’anticipo?).</p>
<p style="text-align: justify;">Col passare del tempo, questa vena euforica non si era asciugata. Non c’era più l’ispirazione dei capolavori scritti fra i trenta e i quarant’anni, ma in cambio era arrivata l’ironia, e un superiore senso dell’umorismo. Lo si vede bene nelle interviste: Dalla aveva davvero l’aria di divertirsi. Questa splendida vitalità, per niente senile, lo rendeva singolarmente inadatto alla morte: nel senso di ‘inidoneo’, come lo si è per il servizio militare, o per il comando – e certo Dalla, che era uno spirito libero, doveva essere inadatto anche a quelli.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è questa famosa battuta di (credo) Woody Allen: “Che cosa pensa della morte?” – “Sono contro”. Io sono moderatamente a favore: a un certo punto bisogna togliersi di mezzo e fare spazio agli altri. E tutto ciò che è nato merita di morire, no? Ma in realtà no, non tutto: non tutti. Un disegno intelligente, se davvero ci fosse, contemplerebbe delle eccezioni.</p>
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