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La non fuga dei cervelli

  di Giuseppe Sciortino


[Corriere di Bologna, 9 marzo 2013]

Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, sostiene il bardo. La nostra (breve) vita è circondata dal sonno. Ho spesso l’impressione che anche il dibattito pubblico sull’università sia intessuto di sogni, e quasi del tutto separato dalla vita quotidiana degli atenei.  Anche se, nel caso dell’università, sarebbe forse più appropriato parlare di incubi. Siamo circondati da una serie di miti funesti praticamente impossibili da scalfire.

Uno di questi è che i giovani e promettenti ricercatori italiani siano tutti all’estero. O in procinto di andarci. O costretti dalla forza di luridi e feudali vincoli a rinunciare ad una splendida carriera in altri lidi, dove i loro meriti sarebbero finalmente apprezzati. Insomma, non è forse vero che l’Italia soffre di una vera è propria fuga dei cervelli? Non è forse vero, come recita il noto detto siciliano, che solo chi esce riesce? Viviamo in un paese che ha il gusto della geremiade, e il pianto per i talenti costretti ad emigrare sembra prestarsi perfettamente allo scopo. Tuttavia, quando occorre lamentarsi di qualcosa, non sarebbe male controllare che ciò che ci fà soffrire sia vero. Altrimenti, si rischia di essere più Otello che non Prospero.

Qualche settimana fa, è apparso su un sito poco famoso ma molto serio, www.neodemos.it, un breve intervento di uno dei massimi demografi italiani, Massimo (nomen omen) Livi Bacci. In poche righe, ed usando fonti statistiche accessibili a tutti, l’autore ha sostenuto che questa emorragia preoccupante di giovani qualificati non è affatto certa. Tra i giovani che hanno conseguito una laurea magistrale, solo uno su venticinque lavora all’estero. Più di otto dottori di ricerca su dieci vivono, a cinque anni dal rilascio del titolo, nella stessa zona nella quale vivevano prima di iscriversi all’università. «Peri incretati», si sarebbe detto in Sicilia. Certo, può essere che dipenda dai limiti delle poche fonti disponibili. Per quanto possiamo sapere, tuttavia, i giovani italiani altamente qualificati sono piuttosto immobili.

Livi Bacci si spinge a formulare qualche ipotesi sul perché sia così. Un motivo può essere sicuramente che la crisi del mercato del lavoro accademico colpisce duro in Italia, ma non è privo di conseguenze anche in molti altri paesi. Un altro è che, semplicemente, i giovani qualificati italiani non sono particolarmente appetibili sul mercato del lavoro internazionale: l’inglese lo sanno così così, sono mediamente più anziani dei concorrenti, hanno competenze e stili di lavoro poco compatibili con le aspettative negli altri atenei. L’immagine della fuga di cervelli è rassicurante per noi anziani accademici: implica che siamo stati bravi a formarli mentre la colpa è esterna. Meno piacevole è pensare di essere parte del problema, non della soluzione.

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Petit conte moral

  di Claudio Giunta


[www.roars.it, 4 marzo 2013]

Forse l’anonimato, nella valutazione (o una valutazione così concepita), non è proprio la strada giusta, perché è tra l’altro un modo per dare sfogo a meschinità, rancori, invidie. Qui di seguito uno scenario immaginario ma assolutamente possibile, forse probabile.

Erano molti anni che aspettavo una buona occasione per vendicarmi della collega X.

Una vendetta in nome della verità, della giustizia: non un fatto personale. La collega X la conoscete tutti anche senza conoscerla. Mentre la maggior parte degli studiosi italiani ha dovuto dannarsi l’anima per farsi strada e conquistare – ma a quaranta, cinquant’anni – un posto fisso all’università, la vita della collega X è stata un lungo fiume tranquillo. Figlia di un ordinario ultra-potente dell’università di Y, massone, la collega X si è laureata nell’università Y, ha fatto il dottorato nell’università Y e ha avuto un posto da ricercatrice nell’università Y quando non aveva ancora trent’anni. Merito del padre? Ma cosa andate a pensare… Ma merito soprattutto del vecchio ordinario della sua disciplina che – di solito piuttosto distratto circa i destini dei suoi allievi maschi – le ha fatto fare carriera alla velocità della luce. A trentaquattro anni associata, a trentotto ordinaria. Che strano caso.

Ma, obietterete, la cattedra di visiting professor a Princeton? Le dichiarazioni di stima nei suoi confronti da parte di un paio di premi Nobel? Le molte pubblicazioni in riviste internazionali sulle quali – bisogna essere onesti – né il padre massone né il vecchio maestro possono aver avuto influenza? Sono successi, certamente, ma successi che abbagliano soprattutto i non addetti ai lavori. Princeton, per la nostra disciplina, è da tempo su una china discendente. Il Nobel, retorica a parte, è un premio screditato. E si sa come viene fatto il rating delle riviste scientifiche, e come si arriva a pubblicare sulle più importanti: relazioni, entrature, piccoli favori. Non dico altro, anche se potrei. Aggiungo solo che è sospetta, e urtante, anche la frequenza con cui il nome della collega X si legge sulla copertina delle riviste (ne condirige due: non una, due!), nei comitati editoriali, negli organismi di controllo universitari e interuniversitari (che si prepari al grande salto verso Roma? La collega X sottosegretario? Ministro?); e da un po’ di tempo anche sui giornali: commentini, articoletti, noticine polemiche con cui presume di (così dice lei) dare un contributo al dibattito delle idee, ma che le servono soprattutto per ‘mettere a posto’ gli avversari e i colleghi restii a riconoscerle quel ruolo di spicco nella vita intellettuale italiana (bella roba, del resto…) che la sua arroganza le fa credere di meritare.

Non ho problemi a confessare che io rientro nel gruppetto dei, diciamo così, resistenti, e che questo negli anni mi ha procurato qualche noia. Un’allusione non benevola al mio lavoro, in una sua recensioncina sul giornale: allusione implicita, indiretta, ma limpidissima per chi è del mestiere (non sono paranoico: «Che le hai fatto?» è stata la domanda che ben tre colleghi mi hanno rivolto dopo aver letto il pezzo). Citazioni affrettate dei miei studi nelle note ai suoi studi, a volte precedute da formule derisorie come «si può vedere anche» o «da ultimo»; e a volte nessuna citazione dei miei studi, l’ostracismo, anche quando parla di argomenti su cui io ho scritto cose che non possono non essere almeno menzionate. E poi voci, pettegolezzi: colleghi, amici comuni che mi riferiscono di suoi giudizi liquidatori nei miei confronti lasciati cadere anche a sproposito, mentre si parla di tutt’altro. E infine, qualche mese fa, una vera bassezza. Un’università americana dell’Ivy League cerca un docente della mia materia che faccia il visiting professor per due mesi all’anno. Io conosco i colleghi di quell’università, ci sono stato una volta. Mando il mio CV, entro nella shortlist. Tutto sembra mettersi bene, poi vengo a sapere che, richiesta chissà perché di un parere, lei (che non è neanche veramente del mio settore disciplinare) ha suggerito il nome di un altro candidato.

Erano anni che cercavo di vendicarmi. Poi è successo che mi hanno chiesto se volevo essere inserito nella lista dei revisori dell’ANVUR, e giudicare (anonimamente) il lavoro di un certo numero di colleghi del mio settore disciplinare. Ho risposto di sì: in questi casi è sempre meglio stare dentro che stare fuori. E indovinate chi mi chiedono di valutare, nel primo lotto di pubblicazioni?

Già.

E indovinate chi mi chiedono di valutare, nel secondo lotto di pubblicazioni?

Il suo allievo prediletto, il suo primo brillantissimo allievo.

Naah, non così brillante…

Mi dispiace soltanto che non saprà mai da che parte le è arrivato il ceffone.

O magari sì.

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No, dai, basta… (ancora sulla valutazione universitaria)

  di Giuseppe Sciortino


[Corriere di Bologna, 16 febbraio 2013]

Quel nome mi ricordava soltanto una vecchia pubblicità di detersivi.  Essendo associato all’infanzia e a Carosello, mi faceva persino una certa simpatia. Non è durata molto. Qualche rigo, e la lettura dell’AVA – il famigerato decreto relativo ai processi di «Autovalutazione, Valutazione periodica e Accreditamento» dei corsi di studio universitari– mi ha spinto a chiedermi cosa avevo fatto di male per essere diventato un accademico. Improvvisamente, la sigla ha smesso di ricordarmi la mia infanzia, che come tutti gli anziani tendo probabilmente a ricordare come più felice di quanto non sia stata, e ha cominciato invece a farmi presagire un futuro prossimo (invece probabilmente realistico) di giorni dominati dal tedio.

Il decreto era in giro da tempo, in numerose versioni le cui varianti e accrezioni renderanno felici i filologi. Poi è stato presentato da un ministro dimissionario, rendendo un po’ incerto il suo significato effettivo: «lo mette fuori adesso perché i tempi sono maturi», oppure «lo mette fuori adesso perché tanto le conseguenze le pagherà il suo successore?». La programmazione universitaria è ormai ampiamente legata alla capacità di divinare i processi psicologici del decisore.

Il decreto AVA contiene alcune buone intenzioni rispetto alle quali è difficile dissentire. Ma le persegue attraverso un complesso di decisioni che sono spesso l’esatto contrario delle decisioni prese, sulla base delle stesse identiche buone intenzioni, appena l’altro ieri. Non troppo tempo fa, ci è stato praticamente imposto di chiudere gli indirizzi – i percorsi specializzati all’interno di un corso di studio – introducendo forti penalizzazioni. Adesso, a cadavere ancora caldo, queste scompaiono. Peccato sia troppo tardi. I titoli congiunti con atenei esteri sembrano la nuova collezione Armani dell’università italiana. Ora, dopo che ci si è lavorato, non forniscono più alcun beneficio sostanziale. Se l’interdisciplinarità è esaltata, la sua realizzazione è scoraggiata. Non è bello scoprirsi a ripetere la buona vecchia verità di tutti i reazionari, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno.

Ma come si perseguono queste riforme dell’università? Producendo formulari e schede e chiedendoci di sospendere quello che stavano facendo per riempirli. Poco importa che ampia parte dei dati richiesti siano già accessibili a Roma, e che le università li riversino già in un’ampia quantità di banche-dati. Poco importa che ampia parte delle comunicazioni richieste siano tali da scatenare il peggiore ritualismo e formalismo.  Il tutto, naturalmente in tempi strettissimi. Il decreto, approvato da poche settimane, prevedeva la prima camionata di adempimenti già entro qualche settimana. Panico, ansia e poi, naturalmente, la proroga.

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Quantità e/o qualità: necessità e contraddizioni della valutazione della ricerca in area umanistica

  di Giacomo Manzoli


Intervento di Giacomo Manzoli all’incontro su «Quale valutazione?», Bologna, 6 febbraio 2013 (il tema non è molto ameno, ma l’intervento fa chiarezza su un paio di questioni importanti).

Desidero salutare il Magnifico Rettore, Ivano Dionigi, il Presidente CUN, Andrea Lenzi, e ringraziare il Prorettore, Dario Braga per avermi concesso l’opportunità di portare il punto di vista di un rappresentante dei professori associati, ovvero di una delle categorie strutturalmente sottoposta al meccanismo di valutazione di cui stiamo trattando. Sono infatti rappresentante presso il CUN degli associati di Area 10, una di quelle che solitamente vengono rubricate sotto la dicitura “Aree 10-14”, ovvero “Aree umanistiche”, ovvero “Aree non-bibliometriche”. Queste Aree sono così composte:

Area 10: Scienze dell’antichità, filologico-letterarie, storico-artistiche:

5190 docenti e ricercatori – 77SSD

Area 11: Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche

(ma anche antropologia e geografia):

4768 docenti e ricercatori

Area 12: Scienze giuridiche:

4832 docenti e ricercatori

Area 13: Scienze economiche e statistiche:

4793 docenti e ricercatori

Area 14: Scienze politiche e sociali:

1740 docenti e ricercatori

Totale: 21.323

La frammentazione è dovuta a ragioni storiche e ad una tradizionale resistenza all’accorpamento da parte dei settori che compongono l’Area 10, ma anche a ragioni strutturali, dovute alla natura eterogenea delle discipline che compongono i settori in questione. Tanto per fare un esempio, è naturale che coloro che si occupano di lingua e letteratura portoghese fatichino a comporre una sola comunità scientifica con chi si occupa di lingua e letteratura russa. A fronte di tanta eterogeneità, probabilmente, ascoltando i colleghi si potrebbero individuare circa 21.323 diversi sistemi di valutazione. Non sono qui per aggiungere il mio. Bensì, per portare un contributo alla riflessione sulle criticità con cui ci confrontiamo quotidianamente nello scenario che si va delineando a seguito della cosiddetta “riforma Gelmini”.

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Una rivista accademica non dovrebbe costare 800 euro a numero

  di Claudio Giunta


Dunque è possibile. Between, rivista di letteratura comparata edita dall’Università di Cagliari, esiste solo online, ed è gratuita. Gli autori degli articoli non vengono pagati (ma come accade sempre, nelle riviste accademiche), e la rivista non viene venduta: i vari contributi si scaricano liberamente dal sito http://ojs.unica.it/index.php/between. Con tutti i dubbi e le riserve che la classificazione merita, Between è stata messa in fascia A nella recente valutazione dell’ANVUR.

Anche Herom. Journal on Hellenistic and Roman Material Culture è una rivista online, ma ha una storia più complicata. I direttori di Herom avevano fondato, nel 2007 la rivista Facta. A Journal of Roman Material Culture Studies. La rivista Facta ha avuto un notevole successo tra gli specialisti, ma a un certo punto al comitato editoriale è parso che il suo prezzo fosse eccessivo, o eccessivo l’aumento del prezzo nello spazio di cinque soli anni (prezzi per le biblioteche, un numero annuo):

2008 = 85 euro

2009 = 125 euro

2010 = 245 euro

2011 = 325 euro

2012 = 395 euro

I direttori hanno cercato di convincere l’editore Serra ad abbassare il prezzo dell’abbonamento, ma senza riuscirci: vedi l’editoriale del primo numero di Herom, 1 [2012], pp. 7-21: Scherben bringen Glück. Herom’s Editorial Statement. Hanno deciso perciò (senza frizioni: l’editore Serra è anzi francamente ringraziato nell’editoriale per la pazienza e l’entusiasmo mostrati nell’avventura di Facta) di rassegnare le dimissioni e di rivolgersi a un altro editore. Leuven University Press ha subito accettato la proposta ed è nata Herom: un bel sito web, contributi scaricabili in pdf, print on demand, il tutto a costi accessibili (il costo del volume online per i privati è di 55 euro). Tutto bene, mi ha scritto uno dei direttori, salvo «l’amarezza (ma non troppa) per aver portato un bel prodotto italiano all’estero».

Dunque è possibile trasferire i saggi accademici online; ed è possibile pubblicarli in open access. Del resto, è quello che succede ormai nelle scienze dure e nelle scienze sociali, non si vede perché le scienze umane dovrebbero fare eccezione. È auspicabile che ciò avvenga? Non saprei. Ciò che è auspicabile è che le riviste online non diventino proprietà di un cartello di pochi editori che alzano i prezzi a loro piacimento: che è precisamente ciò che è accaduto e sta accadendo nel settore delle scienze dure. Non è auspicabile, non è giusto per almeno quattro ragioni: perché chi pubblica su queste riviste non viene pagato; perché il lavoro redazionale e promozionale non giustifica prezzi troppo alti; perché i frutti della ricerca scientifica pagati dallo Stato dovrebbe essere gratuiti per ogni contribuente; e perché la pubblicazione in open access stimola il dibattito e la produzione scientifica.

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Non è per niente detto che la ricerca scientifica debba ‘attrarre’ ed ‘essere visibile’. Anzi.

  di Claudio Giunta


Il 28 dicembre 2012 è stato pubblicato il bando relativo al finanziamento dei “Progetti di Rilevante Interesse Nazionale” (PRIN).

I docenti che hanno promosso la petizione linkata più sotto temono che alcune innovazioni regolamentari possano avere un effetto nefasto sull’intera ricerca universitaria italiana, soprattutto nel settore delle scienze non applicate e delle discipline (in larghissimo senso) umanistiche.

La petizione mira a informare l’opinione pubblica, e invita il Ministero a riformulare il bando PRIN 2012, presentandone una versione che non tradisca il principio dell’interesse nazionale della ricerca italiana.

Chi è convinto, può aggiungere il suo nome alla lista dei firmatari. Questo il link:

http://www.petizionepubblica.it/PeticaoVer.aspx?pi=P2013N34294

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Ma io volevo solo leggere!

  di Giuseppe Sciortino

[Corriere della Sera di Bologna, 5 gennaio 2013]


È difficile sottrarsi alla tentazione di formulare qualche proposito per il nuovo anno. Un collega, quando mi ha chiamato per farmi gli auguri, mi ha detto che il suo proposito per il 2013 è «scrivere di meno, leggere di più». La mia prima tentazione è stata naturalmente quella di marcare le differenze: lui vive in uno di quegli atenei dove quello che produci conta qualcosa, publish or perish come dicono loro. Io vivo in Italia, dove, come dimostreranno le prossime abilitazioni nazionali, è facilissimo scrivere assai poco oppure affidare i propri sbrodoloni ad editori che sono poco più che tipografie prezzolate.

Cominciare l’anno nuovo deprecando, tuttavia, è male per il proprio karma. Mi trovo quindi a riflettere maggiormente sulla parte in positivo, che mi sembra assai azzeccata. Molti e misteriosi sono i percorsi che portano alla carriera universitaria. Ma quando ho scelto d’intraprenderla, non so se per incoscienza o per supponenza, sapevo perfettamente perché volevo farlo: perché mi piaceva leggere. La vita accademica mi appariva abbastanza semplice: leggi libri e riviste, parli di quello che hai letto, scopri che devi leggere qualcos’altro, raccogli e analizzi informazioni che meritano di essere lette, formuli i tuoi risultati in forme tali da poterle fare leggere ad altri. In più, insegni ad alcuni giovani brufolosi a fare la stessa cosa, introducendoli all’interpretazione autentica del mito della caverna: c’è un mondo fatto di esperienze snervanti, imperfette e noiose dove abitano i tuoi parenti, i tuoi vicini di casa (e, ahimè, anche un sacco di colleghi e studenti). Per fortuna, tuttavia, questo mondo imperfetto e noioso è solo il maligno riflesso del mondo perfetto e affascinante che si trova  tra le pagine di qualunque cosa possa essere letta (incluso il mio kindle). Gli unici esseri umani interessanti sono quelli ispirati a qualche personaggio. Come ha scritto un gran lettore, Joe Queenan, nel suo ultimo libro sui libri, «Coloro che amano leggere non lo fanno per informarsi, per imparare, per migliorare sé stessi. Non lo fanno per passare il tempo. Lo fanno per potersi trasferire in un mondo che valga maggiormente la pena, dove non odiano il proprio lavoro, i propri familiari, il proprio governo, le proprie vite». Parole sacrosante, che riporto naturalmente solo in quanto nessuna delle mie figlie potrà oggi leggere questa rubrica.

Una volta, la carriera universitaria era soprattutto un modo per praticare questa scappatoia a tempo pieno. Adesso non più, o almeno non necessariamente. Troppi progetti, troppe riunioni, troppe telefonate, troppe email. Ripensando all’anno trascorso, mi sono accorto che ci sono stati giorni, per quanto pochi, in cui non ho letto praticamente un rigo. Meglio che adotti anch’io il proposito del mio amico.

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La bolla speculativa delle scienze

  di Vittorio Pellegrini


[www.loschermo.it]

Ho Lasciato i Bell Labs nel 1997 per tornare a lavorare in Italia. I Bell Labs, al 600 di Mountain Avenue nel New Jersey, erano considerati il tempio della scienza. In quei laboratori era stato infatti inventato il transistor, scoperta la radiazione di fondo cosmico. Io stesso avevo lavorato nel gruppo diretto da Horst Stormer, che nel 1998 avrebbe vinto il Nobel per la scoperta dell’effetto Hall quantistico frazionario.

Ma dal 1997 i Bell Labs subirono un drastico ridimensionamento e anche la loro visibilità nel mondo scientifico diminuì significativamente. Un giovane tedesco di appena trent’anni riportò i Bell Labs al centro dell’attenzione all’inizio del duemila, con una serie impressionante di articoli (uno ogni otto giorni, in media), pubblicati su ”Nature e Science”, che riportavano le meravigliose inaspettate proprietà di un nuova classe di materiali plastici.

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Come i soldi strozzano la ricerca scientifica

  di Edoardo Lombardi Vallauri


[Già pubblicato sulla rivista "Il Mulino", 6 (2003), pp. 1171-74]

Chi fa ricerca oggi sa bene che sono cambiati i criteri con cui essa viene finanziata. E’ cambiato proprio il modo di operare degli organismi che la finanziano (ministeri, Unione Europea). Un tempo era così: lo studioso chiedeva dei soldi perché gli servivano, e l’organismo finanziatore gliene dava un po’ meno. Oggi è così: l’organismo finanziatore emana un bando di circa duecento pagine e tredici capitoli, e nell’arco di un anno lo diffonde in sette minacciose pre-versioni successive prima di promulgare quella definitiva. In esso spiega a chi e a quali condizioni verranno dati i soldi; dopodiché tutti si sprofondano nel compito di far rientrare le loro ricerche in quella camicia obbligatoria. Alla fine, a tutti quelli che ci riescono viene dato un po’ meno del richiesto, come sempre.

Più ti coordini, meglio sei

Perché, almeno dal punto di vista che diremo, era meglio prima? Perché prima a decidere come bisognava fare ricerca erano gli scienziati stessi, mentre adesso sono degli uffici in parte scientifici ma in gran parte anche banalmente burocratici. Ecco quello che accade: dovendo giustificare il più possibile la propria esistenza, gli uffici proclamano che le ricerche migliori e più degne di essere finanziate non sono quelle in cui uno o due studiosi si confrontano con un problema da risolvere che veramente esiste, e promettono di risolverlo spendendo solo i soldi necessari. Le ricerche più nobili e degne di essere finanziate sono invece – guarda caso – quelle che sottolineano meglio la funzione degli uffici stessi; cioè le grandi ricerche che coordinano più sedi, più organismi, più soggetti di ricerca, e insomma più persone possibile, in modo che le redini di tanta circolazione di persone, di idee e di risorse siano pur sempre nelle mani dei grandi organismi di coordinamento.
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Sulle facoltà umanistiche oggi

  di Claudio Giunta

È uscito il volume La cultura umanistica oggi, a cura di Silvia Condorelli e Flaviana Ficca, Napoli, Giannini Editore 2012. Contiene i contributi seguenti:

Valeria Viparelli, La cultura umanistica oggi

Fiorella Kostoris, La valutazione della qualità della didattica e della ricerca universitaria: le convergenze e le divergenze fra le aree 1-9 e le aree 10-14

Francesco Paolo Casavola, Humanities, bilancio dell’eredità tra estetica ed etica

Claudio Giunta, Sulle facoltà umanistiche oggi

Andrea Graziosi, Ipotesi per la costruzione della valutazione nelle discipline umanistiche

Gianni Guastella, E se si provasse a guardare avanti?

Emma Buondonno, I Poli dell’Architettura tra cultura umanistica e cultura scientifica

Marina Fumo, L’architettura come ponte tra la cultura umanistica e quella scientifica

Paolo Paolini, Tecnologie per la comunicazione dei Beni Culturali: “costo, minaccia o opportunità”?

Questo è il mio intervento:
Sulle facoltà umanistiche oggi [PDF]

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