Archivio della sezione ' Libri'

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Cosa insegnare a scuola? Un libro (gratis) sulla scuola scritto dagli insegnanti

  di Claudio Giunta



Cosa insegnare a scuola, oggi? Tutto, non si può. E non solo perché manca il tempo, ma perché una sola testa non potrebbe contenere tante nozioni, e tanto disparate: verrebbe fuori solo confusione. Ma non possiamo neppure accontentarci di ripetere le cose che ci hanno insegnato nel modo in cui ce le hanno insegnate: negli ultimi decenni, i cambiamenti sono stati troppi, e la scuola non può non prenderne atto. Occorre trovare una nuova formula, o un ventaglio di nuove formule.

Il libro che trovate qui sotto, scaricabile in pdf, è il frutto di un seminario tenutosi nel novembre del 2012, coordinato da IPRASE e finanziato, oltre che da IPRASE, dal Liceo “Leonardo da Vinci” di Trento e dal Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. Contiene le opinioni di quattordici insegnanti (di scuola superiore e di università) intorno a questo tema, e ai sotto-temi che naturalmente gli si collegano: quale posto dare, nella scuola, alle nuove discipline nate dai nuovi prodotti culturali? Come ripensare le discipline tradizionali? In che modo insegnarle, oggi? Quanto spazio dare ai nuovi media? I problemi sono ovvi, perché sono sotto gli occhi di tutti. Le risposte invece non sono così ovvie perché vengono, una volta tanto, non dai teorici dell’istruzione ma da persone che di istruzione si occupano quotidianamente, concretamente, a scuola.

Cosa insegnare a scuola, a cura di Amedeo Savoia e Claudio Giunta, Trento, Provincia autonoma di Trento – IPRASE 2013.

Con contributi di Umberto Fiori, Mauro Piras, Marco Bellabarba, Silva Filosi, Luca Barbieri, Mariangela Caprara, Girolamo De Michele, Michele Ruele, Federica Lucchesini, Daniele Lo Vetere, Christian Raimo, Eliana Petrolli, Amedeo Savoia, Claudio Giunta.

Scarica il libro dal sito dell’IPRASE:
http://www.iprase.tn.it/iprase/content?type=documentazione&lan=IT&noderef=workspace://SpacesStore/aa19dd74-6389-47da-a099-7039b3bd7a40&contentType=documentazione


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Requiem per la scuola?

  di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 31 marzo 2013]

«La storia – dice un verso di Fortini – ha un modo di ridere che è ripugnante». Tra le smorfie più interessanti c’è questa: le belle idee libertarie degli anni Sessanta che accennano a realizzarsi oggi ma in un modo stravolto, come in una parodia. La metamorfosi della parola stessa libertà, da una brutta poesia di Éluard al nome di un partito di estrema destra, è il primo esempio che viene in mente, e non si può fare a meno di chiedersi se questa metamorfosi corrisponda a uno snaturamento, a una trappola verbale simile a quelle fabbricate dalla neolingua di Orwell, o se invece la metamorfosi non abbia fatto che adempiere, che tradurre in atto tutto ciò che in potenza era racchiuso nella concezione originaria. Le due cose insieme, probabilmente.

Alle parole scuola e istruzione è successo – o meglio sta succedendo o sta per succedere – qualcosa di ancora più traumatico e complicato, e anche di più interessante.

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Su “Gente indipendente” di Halldór Laxness

  di Claudio Giunta


[Between (www.Between-journal.it), II 4 (2012)]

«I romantici europei possono anche lodare l’incanto dei luoghi deserti e selvaggi, ma sanno che per loro si tratta al massimo di una passeggiata di poche ore fino a una comoda osteria: possono celebrare le gioie della solitudine, ma sanno che in qualunque momento possono far ritorno al tetto familiare o in città, e che laggiù, nel frattempo, cugini, nipoti zii e zie, club e salotti continuano la solita vita esattamente come quando li hanno lasciati. Il vero deserto, la solitudine che non conosce rapporti duraturi da coltivare o da respingere, non riescono nemmeno a concepirlo».

(W.H. Auden, «Lo scudo di Perseo»)

1. Tra gli ingredienti che formano la vita umana, Michael Oakeshott distingueva i processi dalle pratiche. I processi li governa la natura: la nascita, l’invecchiamento, le malattie, la morte, i terremoti, la pioggia, la forza di gravità. Gli esseri umani possono cercare di influenzarli, di difendersi da loro, ma per lo più li subiscono, e nessuno ne è esente. Le pratiche risultano dalle decisioni e dalle azioni degli esseri umani: l’amore, l’amicizia, l’odio, l’invidia, la vendetta, il perdono. Posta questa distinzione di massima, è chiaro che il romanzo è soprattutto una riflessione sulle pratiche, cioè su ciò che è proprio di un particolare essere umano o gruppo umano, distinto da ogni altro, e sulle relazioni che tra gli umani si intrecciano: i processi naturali fanno da sfondo. Nella Morte di Ivan Il’ic di Tolstoj, poniamo, lo sfondo – la naturalissima morte di Ivan Il’ic, uguale a tutte le altre morti – è importante, ma lo è di più il modo in cui Ivan Il’ic ha vissuto la sua vita insieme agli altri uomini, e quel modo rimanda a un insieme di pratiche.

Gente indipendente di Halldór Laxness (traduzione di Silvia Cosimini, Milano, Iperborea 2004) è un’eccezione. In Gente indipendente, infatti, la forza dei processi naturali è preponderante, imparagonabile a quella che ha in qualsiasi altro romanzo moderno; e quelle pratiche che risultano dall’interazione fra gli esseri umani, e che formano di solito l’impalcatura dei romanzi, hanno un ruolo secondario. Gente indipendente non è tanto la storia della vita del povero allevatore di pecore Bjartur, quanto la storia della sua sopravvivenza al freddo, alla fame e alle malattie. La storia di una vita presuppone cambiamento, crescita. Mastro-don Gesualdo, un anti-eroe letterario che nella sua abnegazione e nel suo morboso attaccamento alla roba ha più di una somiglianza con Bjartur, nasce povero ma diventa ricco: evolve. La storia di una sopravvivenza invece è statica: in sostanza si tratta di tenere duro, e basta. Le seicento pagine di Gente indipendente parlano soprattutto di questo, di come Bjartur tiene duro. Se uno cerca un libro che preservi in sé, secondo il precetto di Adorno, «la memoria del dolore accumulato», può smettere di cercare.

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La quarta cultura non farà prigionieri. Su Jerome Kagan, “Le tre culture”

  di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 10 marzo 2013]

È difficile pensare a un saggio meno attuale di Le due culture di Charles Snow, che alla fine degli anni Cinquanta accese una discussione infinita mettendo l’uno contro l’altro due tipi umani che sino ad allora avevano abbastanza pacificamente convissuto, a volte addirittura collaborato: quelli che leggono Amleto e quelli che sanno qual è il secondo principio della termodinamica. Rileggendo il libretto si constata che la distinzione non era granché più sottile: da un lato la genia degli scienziati, che «ha il futuro nel sangue», dall’altro quella degli umanisti, i quali «pretendono che la cultura tradizionale costituisca la totalità della ‘cultura’, come se l’ordine naturale non esistesse» e, «per natura luddisti», «nutrono un particolare disinteresse per gli uomini loro fratelli» (sic). E si respira l’aria di certi vecchi film in bianco e nero: con la guerra fredda, la paura che gli ingegneri sovietici facciano le cose più in fretta degli ingegneri americani, le high tables dei college inglesi in cui i letterati (teste Snow) trattano con una certa sufficienza i loro colleghi scienziati. Oggi sono rimaste solo le high tables, ed è molto probabile che qui il rapporto si sia invertito, e che siano gli scienziati a guardare con sufficienza i loro sotto-finanziati, non-attrattivi, obsoleti colleghi umanisti. Ma al di là di queste un po’ oziose questioni di prestigio, è il tema in sé che mi pare abbia perso centralità. La mia copia del libro di Snow ha una bella prefazione di Ludovico Geymonat che avverte: «Nessuno può essere, oggi, così cieco da non rendersi conto che l’esistenza di due culture, tanto diverse e lontane una dall’altra quanto la cultura letterario-umanistica e quella scientifico-tecnica, costituisce un grave motivo di crisi della nostra civiltà». Felice l’epoca – verrebbe da commentare – in cui erano questi i problemi che potevano mettere in crisi «la nostra civiltà».

Le due culture di Snow apparteneva al genere difficilissimo del pamphlet, un genere in cui per cento pagine si fanno considerazioni ordinate tutte a un medesimo obiettivo. L’obiettivo di Snow era sintetizzabile nella frase ‘Le scienze dure sono più importanti delle scienze umane’; o nella frase ‘La cultura scientifica dovrebbe essere apprezzata più di quanto non si faccia di solito’; o nella frase ‘Solo le scienze applicate ci possono salvare’. Il rischio di ogni pamphlet, come di ogni ragionamento a tesi, è duplice. Da un lato una visione caricaturale degli avversari (Snow non aveva in mente degli umanisti, aveva in mente degli idioti); dall’altro la cecità rispetto a tutto ciò che potrebbe mettere in discussione l’assunto che s’intende provare, e quella fiducia smodata nelle proprie idee che porta ad essere incautamente ottimisti («La disparità tra ricchi e poveri [...] non durerà a lungo. Qualunque cosa, nel mondo che conosciamo, sia destinata a sopravvivere fino all’anno 2000, certo non sarà questa disparità. Una volta che l’espediente per diventare ricchi è conosciuto, come lo è ora, il mondo non può più continuare a vivere mezzo ricco e mezzo povero. Non può proprio andare avanti così». Dove l’espediente sarebbe il buon uso della tecnica: mai fare previsioni, mai).

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Humboldt!

  di Claudio Giunta


C’è una nuova casa editrice (perché bisogna avere fiducia nella carta): si chiama Humboldt, da Alexander von H. l’esploratore, sta a Milano e pubblica libri di viaggio fatti di testo + fotografie. Il primo libro, appena uscito, s’intitola Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia: il reportage è di Vincenzo Latronico, le foto di Armin Linke. È decisamente bello (grafica, testo, foto, tutto), e lo direi anche se nel progetto non fossi coinvolto anch’io (a titolo gratuito). Costa diciotto euro.

Qui il sito dell’editore, che contiene il micro-programma delle pubblicazioni (fiducia nella carta sì, ma con giudizio) e altre cose interessanti (nella sezione ‘Reportage’ anche una doppia intervista sulla musica islandese che ho raccolto io).

Qui il link al libro di Latronico/Linke.

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Tutta la verità sulla quarquonia

  di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 17 febbraio 2013]

A proposito di Alessandro Parenti, Parole e storie. Studi di etimologia italiana, Firenze, Le Monnier Università 2012.

Il lavoro dell’etimologista è, si potrebbe dire, un po’ come il genio: per il 10% ispirazione e per il 90% traspirazione. Ci vuole fantasia, ci vuole inventiva, ma ciò che è veramente necessario è sapere le lingue, il maggior numero possibile, e leggere un’infinità di documenti. Nei tempi pre-scientifici, diciamo fino all’Ottocento, la fantasia prevaleva, anche perché non c’era una comunità di studiosi che aiutava, sorvegliava, correggeva; onde la sentenza, attribuita a Voltaire, secondo cui «l’étymologie est une science où les voyelles ne sont rien, et les consonnes fort peu de chose». Di fatto, i primi dizionari etimologici del francese e dell’italiano, opera dell’abate Gilles Ménage (o Egidio Menagio), sono il risultato di sforzi solitari e perciò eroici, ma sono anche pieni di etimologie campate in aria. Tutto cambia all’inizio del secolo XIX, quando gli indoeuropeisti introducono negli studi linguistici il metodo storico-comparativo. Collaudato in origine sulle lingue classiche, verrà adattato alle lingue neolatine da Friedrich Diez, autore di un Dizionario etimologico delle lingue romanze che fonda, in sostanza, l’etimologia moderna e apre la strada ai dizionari etimologici delle varie lingue nazionali.

Per quanto riguarda la nostra lingua, nelle biblioteche c’è l’imbarazzo della scelta, perché la linguistica italiana del Novecento ha lavorato molto e molto bene: ci sono, in ordine cronologico, il Migliorini-Duro, il Battisti-Alessio, il Cortelazzo-Zolli; e c’è il LEI (Lessico Etimologico Italiano), che è lo splendido frutto del lavoro d’équipe coordinato da Max Pfister, ma che è arrivato, per ora, soltanto alla lettera C. Data tanta abbondanza, spiace un po’ che il dizionario etimologico disponibile in rete (dunque senz’altro il più usato dall’utente medio: www.etimo.it), sia il Pianigiani, anno 1907, a inquadrare il quale è sufficiente l’opinione di Giuliano Bonfante: quanto all’«esecrando Vocabolario etimologico del Pianigiani [...], è inutile osservare che contiene sciocchezze, perché non contiene altro». Ecco un bel caso, anzi un brutto caso in cui il web non sostituisce la biblioteca, o non dovrebbe.

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Il secolo di Contini

  di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 30 dicembre 2012]

Da studente, quando leggevo Contini, il primo sentimento che provavo era la paura.

Alla Scuola Normale si faceva la gara a chi era più blasé (cioè più spaventato), e ricordo ancora il pomeriggio di tarda primavera in cui uno dei miei compagni di corso ammise che «sì, Contini a volte è criptico». A volte criptico? Io capivo una riga sì e due no di quello che scriveva, e a prezzo di infiniti sforzi. A volte criptico? Uno che scrive un periodo così: «Motore del sistema è la Logica, cioè una dottrina che, serbando la pluralità in qualche modo herbartiana dei ‘valori’ irriducibili e autonomi, non li lasci irrelati ma, riconoscendo in ognuno di essi l’integrità del soggetto trascendentale, li articoli idealmente»? O così: «L’imitazione nel senso rinascimentale è infatti programmaticamente postuma, si muove nell’àmbito del già accaduto, inserendovi una serie di variazioni, dove si ammira la perizia retrospettiva nella riproduzione dei rapporti formali e si vedono elaborati paralipomeni collocativi»?

Non era, come si vede, solo un fatto di linguaggio, era un fatto di linguaggio e di conoscenze. Contini scriveva difficile, soprattutto perché saltava un mucchio di passaggi e dava per scontato (o meglio: si disinteressava del fatto) che il lettore lo seguisse nelle sue scorciatoie, e afferrasse senza troppi problemi i concetti a cui rimandano, allusivamente, sintagmi come «pluralità herbartiana» e «paralipomeni collocativi». Ma era soprattutto un esperto, un esperto settoriale di ogni singolo settore nel quale decideva di esprimersi, dalla filologia alla filosofia, dalla linguistica alla critica letteraria: «un tecnico dagli infiniti scrupoli», dice di sé in una lettera. Anche molti poeti e molti filosofi sono difficili da capire, ma dopo un po’ si trova la chiave del loro linguaggio, si trovano i fuochi dai quali s’irradia il loro pensiero, s’intuisce un centro. Contini non ha un centro, non esiste un sistema-Contini: il suo centro era trasferito nell’oggetto del quale volta a volta decideva di occuparsi: Michelangelo, Proust, l’ecdotica dei poeti delle origini, la fonetica dell’antico lombardo. Leggerlo significava dunque colmare gli spazi lasciati vuoti nel suo ragionamento, ma per colmare questi spazi bisognava conoscere almeno un po’ delle cose che lui conosceva così bene. Mi ci sarebbero voluti anni. Non per capire tutto, ma per capire almeno quei saggi suoi che rientrano nel mio campo di ricerca, filologia e letteratura medievale: il saggio su Croce, per dire, che ho letto e riletto, mi è ancora per vari tratti impraticabile.

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Libri

Vite non esattamente smart

  di Claudio Giunta


[Domenicale del Sole 24 ore, 9 dicembre 2012]

Giorni fa mi è capitato di assistere a una conferenza dal titolo Ambienti smart. L’ingegnere informatico che la teneva ha mostrato per un’ora certi prodigi tecnologici che – ha spiegato – sono disponibili già adesso, questione di mesi e verranno commercializzati anche a prezzi ragionevoli. Nel video di presentazione c’era una casa con vetrate che si oscurano a seconda delle ore del giorno, e fornelli della cucina su cui è possibile proiettare delle foto, «perché nella casa del futuro ogni superficie potrà essere uno schermo». E su uno di questi schermi casalinghi potremo vedere la faccia dei nostri parenti in America, quasi come averli nella stanza. E il frigorifero scarterà automaticamente i prodotti scaduti, e la lavatrice riconoscerà i tessuti impostando automaticamente la temperatura, la dose di detersivo, il timer. È stato uno spettacolo affascinante, euforizzante, e alla fine tutti i presenti, me compreso, erano contagiati dalla solare joie de vivre dei protagonisti del video, i fortunati abitanti di una casa con i vetri auto-oscuranti e il videotelefono sulla tazza del water. Soltanto ore più tardi, da solo (perché la folla trascina), ho pensato che non per essere luddisti, davvero no, ma cose del genere non è che abbiano questa grande importanza, non è che c’entrino poi molto con la felicità o col benessere, e che i veri problemi sono di una natura completamente diversa, e soprattutto sono più semplici, e perciò più difficili da risolvere, e che tutto questo scialo di smartness alla fine è anche (non solo, ma anche) una distrazione, un parlare d’altro. Io, faccio per dire, non ho neanche il microonde, e sto da papa.

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Su “La via della dottrina” di Annalisa Andreoni

  di Claudio Giunta


[Sul Domenicale del Sole 24 ore, 28 ottobre 2012]

Commentare Petrarca, leggere Dante in pubblico, tradurre la Poetica di Aristotele: si può immaginare una vita più riposata, un modo più placido di passare il tempo? Invece no. Chi oggi resta allibito di fronte alla violenza delle liti tra intellettuali, sui giornali e nei blog culturali, impara con un certo sollievo che questi sono sempre stati i costumi della categoria, e che le stesse cose succedevano, o peggio, nella Firenze di metà Cinquecento.

Per più di vent’anni, Benedetto Varchi ebbe un ruolo di grande rilievo all’interno dell’Accademia Fiorentina, vi lesse Dante e Petrarca, ne fu console per un semestre, come usava, nel 1545. Il bel libro di Annalisa Andreoni La via della dottrina ripercorre questa parte centrale della vita di Varchi concentrandosi sulle sue lezioni accademiche, sul contesto nel quale queste lezioni cadevano e sui tormentati rapporti che Varchi intrattenne coi suoi colleghi in Accademia.

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Su Philip Larkin, “The Complete Poems”

  di Claudio Giunta



[In una versione più breve sul Domenicale del Sole 24 ore, 16 settembre 2012. Qui trovate una delle più belle poesie di Larkin, tradotta]

Nella conferenza-saggio che s’intitola Questa è l’acqua, David Foster Wallace spiega che la lettura e l’esperienza dovrebbero aiutarci ad essere meno autocentrati, cioè a rinunciare all’idea di essere, ciascuno di noi, «il centro assoluto dell’universo, la persona più reale, più vivida e importante che esista». Buona parte delle poesie di Philip Larkin dice esattamente il contrario. Noi, sostiene Larkin, non siamo apparentemente delle monadi: noi siamo delle monadi. E l’errore capitale non è pensare che esistiamo soltanto noi; l’errore capitale è pensare che qualcosa della nostra vita s’irradi al di fuori di noi, e possa durare e fecondare altre vite, essere condiviso:

E dopo che hai attraversato la tua mente intera, ciò
che vedi è più chiaro di una bolla di carico.
Nient’altro tu devi mai pensare
che esista.

E qual è il vantaggio? Solo che, col tempo,
noi intravediamo l’impronta cieca
che tutti i nostri atti contengono, la riportiamo a casa.
Ma confessare,

in quella verde sera in cui comincia la nostra morte,
cosa essa era, non è davvero abbastanza,
perché si è impressa su un uomo solo, una sola volta,
e quell’uomo muore.

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