Archivio della sezione ' Critica letteraria'

Critica letteraria

La filologia d’autore non andrebbe incoraggiata

  di Claudio Giunta

[In una versione più estesa in "Ecdotica", 8 (2011), pp. 104-17]

1.

È uscito da poco negli Stati Uniti il romanzo The Pale King di David Foster Wallace. Il libro esce postumo, perché Wallace si è suicidato tre anni fa. Sul suo tavolo di lavoro è stata trovata una redazione provvisoria della prima parte del romanzo, e alcune altre scene sparse. Si tratta pressappoco di un terzo di quello che avrebbe dovuto essere il libro se Wallace l’avesse terminato. Intervistato dal New York Times (Charles McGrath, Piecing Together Wallace’s Posthumous Novel, 9 aprile 2001), il curatore di The Pale King Michael Pietsch osserva: «Alla fine tutti i materiali manoscritti andranno allo Harry Ransom Center dell’Università del Texas, e gli studiosi avranno la loro giornata campale. Sono sicuro che si stanno già affilando i denti».

L’immagine degli studiosi-scoiattoli che affilano i denti preparandosi a scovare gioielli nascosti tra le carte inedite ma anche, evidentemente, a cogliere in fallo l’editore del romanzo, mi ha fatto tornare in mente un passo molto intelligente e molto cattivo di un saggio di Gore Vidal a proposito di un’edizione dell’epistolario di Mark Twain: «Ci sono note su note. Niente non è spiegato. Twain incontra un tale che pretende di appartenere alla famiglia dei Plantageneti: la storia, del tutto irrilevante, di quella famiglia è scaraventata addosso al lettore. La scholarship americana è oggi una specie di gigantesco programma di make-work per persone convenzionalmente istruite. In un caso del genere, studiosi-scoiattoli mettono insieme qualsiasi scarabocchio trovino e riempiono volumi su volumi di questi pezzi di carta, con note che dilagano come una metastasi [...]. Si tratta di puri collezionisti. Per loro, un ‘fatto’ è uguale a qualsiasi altro ‘fatto’» (Gore Vidal, Twain’s Letters, in The Last Empire. Essays 1992-2001, London, Abacus 2001, p. 28).

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Critica letteraria

Recensione a “Cosa volete sentire”, minimum fax 2011.

  di Claudio Giunta

[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 18 dicembre 2011]

Cosa volete sentire è un libro multimediale, nel senso che dopo averlo letto passerete una parte della vostra giornata o serata su YouTube ad ascoltare le canzoni scritte dagli autori del libro. Non sarà tempo sprecato: né la lettura né l’ascolto. Farete delle scoperte.

Antefatto. Chiara Baffa di minimum fax ha chiesto a tredici cantautori italiani di «raccontare, inventare, romanzare le loro esperienze musicali», e i tredici l’hanno fatto, in tredici racconti brevi. L’invito a parlare delle proprie «esperienze musicali» è vago, ma la vaghezza aiuta. L’alternativa era dare uno o più temi fissi: racconta i tuoi esordi, parla della tua canzone preferita, spiega quale ruolo ha la musica nella tua vita. Sarebbe stato un questionario. Ma ai tredici non è stata data nemmeno carta bianca (‘scrivi quel che vuoi’). Perciò non è molto pertinente, nell’introduzione al volume, il paragone coi libri di Nick Cave o Leonard Cohen e, in Italia, di Capossela, Jovanotti, Bianconi dei Baustelle: i loro sono racconti e romanzi che non c’entrano con la loro attività di cantanti/musicisti; qui il tema dei racconti è precisamente l’attività del cantante/musicista. Sono anche e soprattutto dei documenti.
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Critica letteraria

Il sottosuolo. Su “Elizabeth” di Paolo Sortino (e sul romanzo contemporaneo)

  di Gianluigi Simonetti

[www.leparoleelecose.it]

La cosa da non fare con Elisabeth, notevolissimo romanzo d’esordio di Paolo Sortino (Einaudi, Torino 2011) è annetterlo seccamente al filone del non fiction novel, o peggio ancora alla vasta area del neo-neorealismo alla moda: nonostante le apparenze, e comunque lo si giudichi, questo libro va nella direzione opposta, che è quella della visionarietà e dell’ambiguità. Certo, personaggi e vicende narrate sono autentiche – e rimandano al celebre caso di Josef Fritzl, padre di famiglia austriaco capace di sequestrare la figlia diciottenne Elisabeth, di imprigionarla per ventiquattro anni nel bunker antiatomico costruito nel sottosuolo della sua villetta, di violentarla un numero imprecisato di volte, di generare con lei sette figli, fino all’irruzione della polizia, nell’aprile del 2009. Ma intanto questo storia vera non ha nulla di verosimile, e ben poco di spettacolare: è talmente brutale e malata da consegnarsi al lettore senza cedere, al glamour del “fatto veramente accaduto”, nemmeno un centimetro del suo mistero. Se per parlare del presente Sortino ha scelto la storia di Elisabeth, lo ha fatto per gli strati di senso che comprime, e insieme per la sua inossidabile enigmaticità (“Poi tornava seria e piangeva, perché niente aveva senso”); quindi per la potenziale ricchezza strutturale del disegno, per la sua disponibilità a farsi apologo e mito. Il libro si allontana subito dallo stile del referto, per affidarsi invece alla mescolanza tra realismo e fantastico, nel registro della favola nera assai più che dell’horror o del thriller, a cui solo molto superficialmente può essere avvicinato. Nel romanzo gesti sordidi o selvaggi producono conseguenze irrazionali, che ci abituano molto presto all’idea che in questa storia vera le cose accadano come per magìa. Dopo le prime violenze, il corpo di Elisabeth “invecchia di mesi ogni ora”; presto arriva a mimetizzarsi con il cemento grezzo del bunker: “lei e la prigione erano fatti della stessa sostanza” (71). Anni dopo il rapimento, l’identificazione tra la ragazza e la cella sarà completa e soprannaturale: “D’inverno poteva persino veder incupire il soffitto a causa del passaggio di nubi, cogliere col palmo della mano l’abbassamento della temperatura esterna a causa della pioggia. Di ogni ombra proiettata contro il giardino avvertiva lo spessore; le sentiva filtrare attraverso la terra fino a lei” (81).
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