Archivio della sezione ' Cose che riguardano l’Italia'

Cose che riguardano l'Italia

Davvero pochi soldi, ben spesi. E ora?

  di Riccardo Viriglio


[Il Mulino online, 13 maggio 2013]

L’11 aprile 2013 il M5S ha reso noto su Internet di aver raccolto € 774.208,05 e speso € 348.506,49 per l’ultima campagna elettorale. Mi pare così provata la tesi di un mio precedente articolo: questo partito ha condotto una campagna efficace, poco dispendiosa, basata solo su donazioni e volontariato, sebbene nelle democrazie occidentali i costi per le campagne elettorali degli ultimi anni abbiano raggiunto cifre iperboliche.

Sennonché questa diffusione di dati rappresenta un miscuglio di autonomia ed eteronomia, ma capace al contempo di svelare una realtà sorprendente: oggi la legge non garantisce a tutti di conoscere facilmente (in Internet, da unica fonte) chi e quanto abbia finanziato un partito o un candidato per l’elezione a Camera e Senato, né prima, né durante, né dopo la campagna elettorale.

Nessuna norma imponeva al M5S questa diffusione.

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Cose che riguardano l'Italia

Pare che le biblioteche abbiano ancora senso

  di Guido Guerzoni


[Domenicale del Sole 24 ore, 17 marzo 2013]

1973: il 4 gennaio nasce a Bari Mister X, il 26 marzo a East Lansing Mister Y. 1993: Mister X studia giurisprudenza all’Università di Siena, Mister Y computer engineering all’Università del Michigan. 1997: Mister X presiede la commissione per lo studio della dipendenza dalla droga del Comune di Orvieto, Mister Y una confraternita di graduate students di Stanford. 2002: Mister X è responsabile delle relazioni pubbliche e istituzionali per l’Italia nord-orientale dell’Istituto Nazionale Previdenza Dipendenti Amministrazione Pubblica; Mister Y incontra Mary Sue Coleman, presidente della University of Michigan. Lei dichiara che per scansire i 7 milioni di volumi della biblioteca ci vogliono 1000 anni,  l’alumno che il suo Library Project è in grado di farlo in 6. 2011: Mister X diviene consulente del Ministro italiano per i Beni e le Attività Culturali (si prenderà cura del futuro delle biblioteche e delle biblioteche del futuro); Mister Y il ventesimo uomo più ricco del pianeta. 2012: Mister X è arrestato con l’accusa di aver rubato, esportato e venduto illegalmente oltre 3.500 tra manoscritti, volumi e altri beni, grazie a una fitta rete di complici internazionali; Mister Y comunica che Google Books ha digitalizzato 20 milioni di libri – grazie alla collaborazione di 21 partner internazionali – e intende acquisirne altri 110 entro la fine del decennio.

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Pochi soldi, ben spesi

  di Riccardo Viriglio


Il Movimento 5 Stelle m’incuriosisce da tempo, perché pone – talvolta a sua insaputa – questioni formidabili sul modo d’intendere oggi il funzionamento della democrazia e quindi la nozione stessa di democrazia o, se si vuole, attuare e dare un senso a quella disposizione della Costituzione secondo cui «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49, Cost.).

La citazione non è casuale, perché credo (nel vero senso di credenza, forse ingenua, vista la lotta per la Costituzione degli ultimi vent’anni in Italia) che ogni discussione su questioni rilevanti per la vita pubblica debba essere ricondotta ai principi e alle regole poste dalla Costituzione repubblicana, che può avere un fondamento sicuro solo in questo modo, cioè grazie a questa consuetudine – quanto più possibile condivisa – o norma di riconoscimento secondo MacCormick, la quale orienta, anzi è essa stessa giudizio di ragion pratica.

Tutte le democrazie occidentali stanno attraversando un momento storico in cui i costi per le campagne elettorali hanno raggiunto cifre iperboliche, imbarazzanti, anzitutto negli Stati Uniti perché (è il caso più noto ed eclatante) nelle ultime elezioni presidenziali 2012 la cifra «overall spending» per Obama è stata pari a «$1,112,041,699», per Romney «$1,246,902,432» (fonte www.opensecrets.org dove potrete soddisfare le vostre più recondite curiosità sul finanziamento della politica americana). Proprio negli Stati Uniti la discussione addirittura infuria sui cosiddetti superpack, cioè organizzazioni indipendenti dai partiti per la raccolta di denari a sostegno di iniziative politiche dei partiti stessi (leggete J. Bennet, The New Price of American Politics, su The Atlantic on line, dove digitando la parola «superpack» sarete travolti da una fresca ondata di articoli, commenti, video). Quella discussione si svolge per definire regole più stringenti (maggiore trasparenza) o per accrescere la portata di fuoco di pack e superpack (più denari), ma anche per mettere in discussione sotto un profilo di etica pubblica il fatto stesso che così tanti denari – non importa se provenienti da privati e per cosa impiegati – debbano essere spesi per far eleggere un candidato o appoggiare una decisione pubblica.

In Italia – tranquilli, paciosamente seduti sui binari di un treno in arrivo – il fenomeno resta poco studiato e conosciuto, soprattutto perché è difficile da analizzare. Anzitutto la divulgazione dei contributi dai privati ai partiti (entità, nomi dei donatori) è rara, spesso rimessa al buon cuore degli interessati, cioè dei donatori e dei partiti stessi che spesso non indicano i dati per ragioni di riservatezza (sì, la privacy) dei donatori, i quali – appunto – non danno il proprio consenso alla divulgazione di questi dati. Vale poi per i contributi pubblici ai partiti soprattutto la regola dei rimborsi elettorali (un tanto al chilo, cioè al voto, bono et aequo), che – oltre la questione se i partiti debbano ricevere denari dall’Erario per la propria organizzazione – lascia in bocca il retrogusto amaro di un criterio da mercato ittico all’ingrosso (per norme e dati si veda questo dossier dell’Ufficio studi del Senato dove è riprodotto anche in traduzione italiana il Rapporto 2012 sull’Italia del Groupe d’Etats contre la corruption).

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Le eliminatorie

  di Bartolomeo Pinasco


Entrare in una scuola mi dà sempre disagio, come entrare in un ospedale. Oggi c’è il test di ammissione al concorso a cattedra: una ragione di più. Sono in una zona di Genova, in cui non ero mai capitato: la collina davanti al terminal traghetti. Marciapiedi stretti, curve in salita, palazzoni popolari. La scuola occupa tutto un lato di una piazza ordinata: è un edificio vecchio, ma rinfrescato di recente. Fa una bella impressione. Salgo i gradini di marmo, spingo il portone. Tante voci, rumore. Assiepate davanti a un banchetto, solo donne. Sono almeno una trentina: candidate, mie simili, mie sorelle. L’organizzazione è impeccabile. Vengo indirizzato nell’aula giusta. Entro, mi registro, mi siedo alla postazione. Sono appena le undici: mezz’ora di anticipo, perché l’ansia non mi dà scampo. Ora posso guardarmi intorno.

Ognuno crede di essere più intelligente e di sembrare più giovane (e più magro) di quanto non sia. Nell’aula, oltre a me, quattordici donne. Ho trentacinque anni e mi pare di essere il più giovane. Siamo vestiti tutti in modo abbastanza sciatto. Tutti meno una signora di quarantacinque anni. Parrucchiere fresco, trucco leggero, cosce sottili (dieta e palestra costante), stivali, jeans eleganti, golfino blu. Al dito porta una vera spessa e brillante: o si è sposata il mese scorso o se l’è fatta lucidare da poco. Siccome amo gli stereotipi, sono sicuro che abiti ad Albaro o a Castelletto (se siete di Genova mi capite) e che il marito guadagni mica male. Magari, invece, è solo meno sbulinata di me, che non mi faccio la barba da quattro giorni con la scusa che mi si irrita la pelle. Il mio piumino con il cappuccio a penzoloni scivola dallo schienale della sedia e spazza per terra. Dopo una decina di minuti arriva un altro candidato: calvo, con la barba corta e rossa. Anche lui ha qualche anno più di me.

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Vieni a ballare anche tu alla Biblioteca Nazionale

  di Claudio Giunta


Secondo me, la Biblioteca Nazionale di Firenze non dovrebbe essere usata come discoteca, per farci delle feste notturne con centinaia di persone paganti che ballano e bevono.

Sembra una di quelle affermazioni troppo ovvie perché valga la pena di enunciarle, anzi una specie di non-senso da Edward Lear, da fratelli Marx (tipo «Le corsie degli ospedali non dovrebbero essere usate per le gare di slittino», o «Non bisognerebbe giocare a tennis nelle stazioni ferroviarie»), ma il fatto è che la Biblioteca Nazionale di Firenze è stata usata come discoteca, per farci una festa notturna in cui centinaia di persone (paganti) hanno ballato, bevuto e messo a rischio i mobili e le suppellettili. Documentazione fotografica qui.

Documentazione video qui.

E documentazione, come dire, testuale qui

(verso la fine di questo documento, prezioso anche per l’antropologo, da parte degli organizzatori della serata danzante, un ringraziamento alla Direttrice, «rigorosa ma illuminata: lasciateci dire che se altri fossero come Lei, i luoghi più belli del nostro straordinario Paese sarebbero conosciuti e fruiti da tante tante tante persone in più»: come dubitarne?).

Alcuni studiosi, che hanno a cuore la Biblioteca Nazionale di Firenze e, in generale, le biblioteche italiane, hanno scritto questo appello, che mi auguro venga letto e condiviso:

Appello per le biblioteche italiane

Corrono tempi duri, si sa, per i beni culturali del nostro paese. La crisi  è particolarmente acuta nel settore più debole e indifeso, eppure indispensabile per la ricerca scientifica, quello delle biblioteche. Come se non bastasse l’endemica scarsità di finanziamenti, che da tempo sta strangolando le biblioteche statali, anche il terremoto ha dato una mano: le biblioteche di Modena, Parma e Pisa sono state danneggiate e chiuse per qualche tempo, a seguito degli eventi sismici, che hanno nuociuto alla statica o compromesso il sistema elettrico degli edifici. Non stanno meglio le biblioteche comunali: è di questi giorni la notizia del crollo di un’ala della Biblioteca Saffi di Forlì, che custodisce il prezioso Fondo Piancastelli, ora chiuso a tempo indeterminato.

In questo quadro improntato al pessimismo, ha suscitato sorpresa qualche giorno addietro una notizia di segno positivo: il ministro Ornaghi ha predisposto un finanziamento di oltre sei milioni di euro a favore delle biblioteche statali. Non è molto e tuttavia va apprezzato il segnale in controtendenza, se il Ministero intende dare un seguito all’impegno economico finalmente preannunciato.

In alternativa, c’è il rischio di una ricerca spasmodica di fondi per la sopravvivenza, all’insegna del “costi quello che costi”, ricorrendo anche a scelte improprie e rischiose. Sembra rientrare in questa deriva l’iniziativa della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze che, il 10 novembre scorso, ha appaltato la sua sede alla società “I Love Disco” per una festa che ha trasformato la maggiore biblioteca di conservazione italiana in una discoteca. Al camuffamento di occasione nulla è mancato: luci colorate sulla facciata e all’interno, buttafuori all’ingresso per difendere la festa di sei-settecento invitati che si sono stipati nell’atrio e nei corridoi per danze e intrattenimenti vari, dalle nove alle tre di notte. Largo il consumo di alcool, numerose le foto scattate sui tavoli della biblioteca adibiti a piedistalli di occasione, inevitabili gli episodi incresciosi: come le deiezioni corporali scovate dagli addetti alle pulizie in luogo non deputato, accanto a vetri rotti e ad altri residuati della notte brava. Si è infine sfiorata la tragedia come conseguenza perché un operaio, salito sul lucernario del primo piano per smontare un’istallazione, ha rischiato di precipitare da un’altezza considerevole, a seguito della rottura della vetrata di sostegno.

L’uso sconveniente di un edificio storico ci pare intollerabile e nulla ha a che vedere con l’esigenza di allargare la fruizione dei beni culturali, secondo l’inadeguata tesi della Direzione. Il degrado di immagine che si riflette sulla Biblioteca non ha prezzo e supera di gran lunga il vantaggio per gli eventuali introiti. Non solo perché la Biblioteca si avvia così a una mercificazione dell’edificio, ridotto a capovolgere la finalità d’uso, ma soprattutto per i pericoli di deterioramento e di incendio in una struttura fragilissima, che ospita al suo interno milioni di volumi. Nella quale gli arredi e le strumentazioni elettroniche, come pure i cataloghi e i magazzini, che non sono chiusi all’interno, sono rimasti per una notte alla mercé di estranei, del tutto ignari del valore e del significato della Biblioteca di cui erano fruitori inconsapevoli. Si deve a un caso fortunato se nulla è accaduto di irreparabile. La consapevolezza acquisita deve mettere sull’avviso, sollecitando una duplice richiesta. Alla Direzione della Nazionale perché non ripeta in futuro un azzardo così avventuroso, contrario alla tradizione ed estraneo al regolamento interno; al Ministero responsabile e agli Enti locali preposti per le comunali perché sostengano la struttura portante del sistema bibliotecario e archivistico del paese con la certezza dei finanziamenti necessari. È questo il solo modo per togliere ogni tentazione di replicare anche altrove, in nome dell’emergenza, uno scempio che può avere conseguenze imprevedibili.

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Su “Stil novo” di Matteo Renzi

  di Claudio Giunta

[In una versione più breve sul supplemento domenicale del Sole 24 ore, 12 agosto 2012]

Stil novo. La rivoluzione della bellezza da Dante a Twitter è un libro così complesso e sfaccettato che si fa fatica a credere che Matteo Renzi abbia potuto scriverlo tutto da solo, senza neanche un aiuto, qualcuno da ringraziare. Eppure è così: persino la scherzosa cronologia fiorentina che chiude il libro, dal 59 a.C. (nascita di Firenze) al 2012 (cinquecentenario della morte di Vespucci), sembra essere farina del suo sacco. Sindaco di Firenze, padre di tre figli, presenza ormai famigliare nei talk-show televisivi – uno si domanda, tra ammirato e perplesso, di quante ore sia fatta la giornata di Matteo Renzi.

Stil novo è complesso perché Renzi si muove su due piani. Da un lato, illustra episodi eroici della storia fiorentina – i guelfi e i ghibellini, il tumulto dei Ciompi, i banchieri medievali che finanziano i re inglesi – e soprattutto ragguaglia su personaggi esemplari come Dante, Michelangelo, Brunelleschi. Dall’altro, mostra al lettore come un’adeguata riflessione su quegli eventi e su quei personaggi lo abbia guidato nella sua attività politica, e possa tutti guidarci verso un avvenire prospero e felice. Un nodo virtuoso stringe insieme il passato e il futuro, basta saperlo vedere: «L’uomo può ciò che vuole, scriveva Leon Battista Alberti, in una frase citata anche da Steve Jobs mentre si accingeva a rivoluzionare il mondo presentando l’iPhone». Nella visione di Renzi, la storia è maestra di vita non nel senso che se uno la conosce sarà poi meno propenso a dire o a fare delle sciocchezze, e che insomma non essere ignoranti è sempre meglio che esserlo, ma nel senso preciso secondo cui la virtù degli antichi è la pietra di paragone a cui va saggiata l’esperienza dei moderni.

Questa ingenuità un po’ scolastica porta a idealizzare il passato, e l’idealizzazione produce simpatici sfondoni del tipo: «Secondo i Medici, la qualità dei governanti si misura dalla cultura dei cittadini … Il Rinascimento si sviluppa a Firenze anche perché i trovatelli degli Innocenti ricevono la stessa educazione dei figli delle famiglie ricche». E siamo solo a pagina 14. Per il migliore bisogna arrivare a p. 138: «Allora [secolo XIII] il sistema delle borse di studio premiava il merito davvero». A commento delle idee di Renzi circa la dialettica tra passato e presente si potrebbero citare le pagine di Guicciardini sui Discorsi di Machiavelli, quelle in cui Guicciardini dice che, per capire quel che ci succede intorno, la «lezione delle cose antiche» non serve poi a molto. Oppure, più breve ed icastico, questo dialogo tra la dottoressa Melfi, analista, e il suo paziente, e capomafia, Tony Soprano. Melfi: «So, you want to be a better gang leader? Read Sun Tzu!». Tony Soprano: «You know what? Fuck you».

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L’università italiana spiegata ai bambini

  di Claudio Giunta

Pubblico qui di seguito la lettera che tre dei candidati a un recente concorso universitario hanno mandato ai giornali e al Ministro Francesco Profumo. Della vicenda hanno parlato i giornali:

www.roma.repubblica.it/cronaca/2012/07/20/news/concorso_farsa_a_roma_tre_la_denuncia_dei_professori-39365518/

Chi lavora nell’università non ha bisogno di molte spiegazioni. Chi non lavora nell’università può farsi un’idea di come, nell’università italiana, vadano le cose. Un concorso bandito tre anni fa. Un anno di attesa per la prima convocazione. Un primo rinvio, dovuto alle dimissioni di uno dei commissari. Un altro anno di attesa per la seconda convocazione. Un secondo rinvio, dovuto alle dimissioni di un altro commissario. Un anno dopo, l’annullamento del concorso: anni buttati via, soldi buttati via. Non conosco nessuno dei candidati e nessuno dei commissari. Le informazioni che ho raccolto tra colleghi collimano con la ricostruzione fatta nella lettera. La quale lettera – al di là delle considerazioni di merito: chi doveva vincere meritava davvero di vincere? È lecito pensare di no – suggerisce almeno due domande: ma com’è possibile che un concorso duri tre anni? E soprattutto: com’è possibile, com’è moralmente accettabile che una persona designata a far parte di una commissione di concorso si dimetta? Perché è tutto abbastanza semplice. La commissione è formata da tre persone. Io sono in minoranza (cioè: il candidato che io sostengo è in minoranza). E allora, invece di mettere agli atti il mio dissenso, boicotto la procedura: mi dimetto e mando a monte il concorso. Ripeto: al di là delle considerazioni di merito, com’è possibile che dei docenti universitari che dovrebbero far funzionare correttamente la macchina s’ingegnino, invece, per sabotarla? E che, alla fine, ci riescano?

La lettera:

C’era una volta il ricercatore universitario a tempo indeterminato; uno degli ultimi posti per Letteratura Francese era quello bandito dalla Facoltà di Scienze Politiche di Roma 3, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 04/09/2009. Parliamo all’imperfetto e mai tempo verbale fu più azzeccato visto lo svolgimento della storia.

Convocati più di un anno dopo per la discussione dei titoli e delle pubblicazioni da svolgersi in data 13/12/2010, ci viene comunicato meno di una settimana prima che la discussione è “rinviata a data da destinarsi”: biglietti e prenotazioni alberghiere ovviamente in molti casi sono già state effettuate e non sempre sono rimborsabili. Si scopre che il commissario designato, prof.ssa Maria Gaetana Di Maio, si è dimesso per motivi di salute. Nuovamente convocati quasi un anno dopo per il 27/10/2011, ci presentiamo in nove per la discussione. Il giorno dopo gira voce che il secondo commissario designato, prof.ssa Liana Nissim, si è a sua volta dimessa. Questa volta abbiamo raggiunto la capitale, quindi di rimborsi evidentemente non si parla nemmeno. La conferma ufficiale di tale dimissione avviene solo nell’aprile dell’anno successivo, dopo due lettere inviate da quattro candidati al Rettore e al Responsabile della Procedura, quest’ultimo scrive che “le decisioni relative all’ulteriore corso della valutazione comparativa sono all’esame degli organi di governo dell’Ateneo” e conclude dichiarando: “sarà nostra cura darvi tempestiva comunicazione delle determinazioni che saranno assunte”. La revoca definitiva del concorso è datata 26/06/2012 e viene pubblicata sulla Gazzetta il 3 luglio: ai candidati ne arriva notizia con modalità diverse e ad alcuni solo indirettamente diversi giorni dopo.

Il Rettore prof. Guido Fabiani revoca il posto bandito quasi tre anni prima accettando il 15/11/2011 le dimissioni del secondo componente designato e avallando la delibera del Consiglio della facoltà di Scienze Politiche che decide il 23/02/2012 di non procedere alla sostituzione del membro designato. Le dimissioni della prof.ssa Nissim vengono motivate col “totale disaccordo” e l’“insanabile incomprensione sulle modalità” della valutazione; nel verbale della commissione a termine della valutazione si legge però “il commissario Liana Nissim, avendo preso atto che gli altri due Commissari non sono d’accordo con lei, invitata a passare ai voti, sceglie di rassegnare le proprie dimissioni”. Il Preside prof. Francesco Guida propone la revoca per “il prolungarsi dei lavori della Commissione oltre ogni limite accettabile e opportuno” e affermando che le risorse finanziarie destinate per tale posto “potrebbero essere più proficuamente destinate ad altri scopi”. A nostra conoscenza il dissenso di un membro di una Commissione può essere espresso con una relazione di minoranza. Viene da chiedersi a chi vadano imputate le lungaggini inaccettabili e inopportune, soprattutto dato che i candidati si sono visti convocare due volte per discutere titoli e pubblicazioni precedenti alla chiusura del bando, e quindi relativi a quasi tre anni prima, per poi leggere che la situazione e le priorità della Facoltà sono nel frattempo cambiate.

Persino gli altri due membri della Commissione, prof. Francesco Fiorentino e prof.ssa Gabriella Violato, hanno scritto una lettera ai giornali per denunciare questo concorso farsa che viene a scrivere “un’altra bella pagina dell’Università italiana”.

Si parla di moralizzazione dei concorsi e di nuove opportunità per i giovani, si deplora la ‘fuga dei cervelli’. Di fronte a tali fin troppo comprensibili, ma non per questo accettabili, manovre chiediamo quale dovrebbe essere la nostra posizione. Per lo più in balia di contratti e borse di studio, abbiamo pagato per l’invio di titoli e pubblicazioni, ci siamo per due volte organizzati per essere valutati coprendo le spese della trasferta e ufficialmente viene detto che non c’è più bisogno del posto in cui speriamo da quasi tre anni. La morale? Non saremo biasimabili se ci viene da pensare che chi ha un cervello necessariamente fugge per cercare realtà dove le dimissioni sono un obbligo quando avvengono scandali come questi e non sono un mezzo per mandare a monte un concorso quando non va come è stato preordinato.

Federico Corradi
Susi Pietri
Marika Piva

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Tutti a Ferrara sabato 7 luglio!

  di Claudio Giunta


IO VADO A FERRARA

CITTA’ DI CULTURA – CITTA’ DI LETTURA

Siamo librai nella splendida Ferrara, colpita, con gran parte della sua provincia, dai recenti eventi sismici.

Come tutti, stiamo scoprendo in questi giorni una verità sepolta dal tempo e dalla memoria: dal 1570 Ferrara visse lunghi anni di continui terremoti, che provocarono un disastro da cui gli Estensi non si ripresero più e seminarono un generale senso di disorientamento e sfiducia. Anche oggi, come allora, abbiamo la sensazione che quel disorientamento si stia riaffacciando: parlando con i nostri cari lettori cogliamo, e a volte condividiamo, i segni di un’incertezza che ci preoccupa, come troppo spesso registriamo assenze che denotano paura e sfiducia.

Siamo all’interno di Palazzo San Crispino, uno dei monumenti storici più antichi di Ferrara, che sta fieramente resistendo alla lunga attività tellurica in corso, quasi a ergersi a difesa del patrimonio storico, architettonico e culturale della città. Inevitabile che di questa resistenza ci sentiamo  un po’ partecipi e responsabili.

Lanciamo dunque un appello agli scrittori, editori, librai e a chi lavora nel mondo della comunicazione e dell’ editoria, invitandoli tutti sabato  7 luglio dalle 16.30 alle 19.30 per una maratona di lettura di libri. Sarà un modo per esprimere la loro solidarietà, aiutandoci a tenere accesa la luce della fiducia, dell’ottimismo e della speranza.

Contestualmente invitiamo ad aderire alla racconta fondi destinata alla Fondazione Teatro Comunale di Ferrara che ha attivato un conto corrente per raccogliere le donazioni di persone e di istituzioni private e pubbliche interessate a sostenere gli interventi che si renderanno necessari per la ripresa delle attività:

UNICREDIT – Agenzia Ferrara Martiri
Codice IBAN: IT57Y0200813000000100863895
Codice BIC SWIFT: UNCRITM1045 (per donazioni provenienti dall’estero)

I librai di Palazzo S.Crispino: Patrizia Ricci, Francesca Rosestolato, Luca Bonaccorsi, Stefania Taddia, Mannì Romeo, Ilaria Lambertini, Stefano Padovani, Daniela Magri, Ilaria Cazzola, Simona Bergamini, Luca Rizzatello, Monica Minì

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Un ordinario stato d’eccezione

  di Claudio Giunta


[In una versione più breve sul Domenicale del Sole 24 ore, 17 giugno 2012]

Come tutti sanno, l’Italia non dà il suo meglio nell’ordinaria amministrazione (dove son buoni tutti) ma nelle emergenze, quando invece di una grigia, insapore affidabilità occorre il nostro garibaldino Eroismo. Come nel caso della Costa Concordia, per fare un esempio. O come nel caso del penultimo terremoto, quando L’Aquila 1 non era ancora crollata e già si lavorava, nottetempo, alla costruzione di L’Aquila 2. I problemi cominciano quando lo stato di emergenza s’incancrenisce a tal punto da diventare ordinaria amministrazione. Molte delle biblioteche italiane, e quasi tutte le biblioteche universitarie che conosco, si trovano in questa non piacevole situazione.

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Mio figlio dottore

  di Giuseppe Sciortino


[Corriere di Bologna, 24 maggio 2012]

Dei gusti non si discute. Qualcuno dovrebbe riuscire a spiegarlo alle mie figlie, che non perdono occasione per sottolineare che i miei sono scadenti. Non apprezzo l’uso costante delle scarpe da ginnastica rigorosamente slacciate e risulto insensibile alla profondità culturale di No puede ser, la serie TV venezuelana che costituisce il metro di tutto ciò che nella vita è buono e giusto.

Ogni tanto, ho il sospetto che abbiano ragione loro. Come spiegare altrimenti il fascino che provo per le vicende di Renzo Bossi, detto dai suoi stessi familiari (con la crudeltà che solo un familiare può avere) il Trota? Non bisogna essere Manzoni per sapere che gli italiani adorano deridere i potenti solo quando questi sono caduti in disgrazia. Io sono invece sensibile al fascino tragico della sua vita, dove scorgo un’epifania dei complessi rapporti tra società italiana e sistema universitario.

Vediamola così. Il fondatore di una ditta di grande successo si rende conto che il figlio non è particolarmente sveglio né versato per qualunque professione a base cognitiva. Decide quindi, cosa c’è di più italico?, di inserirlo nell’organico aziendale, forse a malincuore, forse speranzoso. Nel mio fantasticare, immagino la madre insistere cena dopo cena, sino a sfinirlo, affinché non sia troppo duro e conceda al figlio sfortunato quei simboli di status – la macchina, le ragazze, la visibilità televisiva – senza i quali si sentirebbe umiliato. I dirigenti dell’azienda, per non irritare il proprietario, abbozzano. Poi tutto crolla, perché il destino non è solo virtù, ma anche fortuna. Meno furbo dei tanti altri, il poveretto è persino costretto a dimettersi.

Il dettaglio affascinante è la spasmodica ricerca da parte del Trota di un titolo universitario, a qualunque condizione. Aveva già tutto ciò che i miei studenti ritengono costituire il successo, eppure sentiva la mancanza della laurea. Cosa vale conquistare il mondo se non si può essere chiamati dottore? E questo nonostante l’azienda familiare fosse specializzata nella produzione di populismo, un bene perfettamente compatibile con l’assenza di titoli di studio elevati. Nel resto del mondo, il Trota avrebbe rivendicato tale assenza come un titolo d’orgoglio, prova della sua natura popolana e popolare. Il Trota invece ha inseguito una laurea sino a uno sconosciuto ateneo  albanese.

Dal che si imparano tre cose. Che le famiglie italiane attribuiscono un peso spropositato e quasi fanatico alla laurea; che quello che identificano con la laurea non sono le competenze, ma il pezzo di carta. E che le tanto disprezzate università italiane, persino le più scalcinate, comunque un po’ di rigore evidentemente lo mantengono. Forse è poco per conferire al Trota una laurea ad honorem, ma almeno abbastanza per guardarlo con tenerezza.

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