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“L’America dimenticata” di Lucio Russo/2

di Stefano Isola

Ho avuto il piacere, e l’onore, di poter seguire almeno le ultime fasi della stesura di questo libro, che ho trovato immediatamente entusiasmante, per varie ragioni.

Innanzitutto, per quella che l’autore chiama la soluzione di un «problema particolare»: la ricostruzione dell’origine di un vistoso duplice errore contenuto nella Geografia di Tolomeo come conseguenza di un drammatico collasso culturale avvenuto nel II sec a.C. [1], cosicché nei pochi secoli che separano i grandi geografi ellenistici – in particolare Eratostene e Ipparco – da Tolomeo, il mondo conosciuto, l’ecumene, si trovò notevolmente rimpicciolito, al punto che i resoconti di antichi viaggi e traversate apparvero come fantasiose leggende. In particolare, tale ricostruzione consente di identificare le leggendarie Isole Fortunate, estremità occidentale dell’ecumene, invece che con le Canarie (come pensava Tolomeo e ancora Cristoforo Colombo) con le Piccole Antille del continente americano, gettando nuova luce su una moltitudine di questioni storiografiche di fondamentale importanza.

Questa ricostruzione richiama per molti aspetti quella effettuata dallo stesso autore nel testo Flussi e riflussi, dove l’antica teoria delle maree (risalente in particolare a Seleuco di Babilonia e alla base della sua “prova” dell’eliocentrismo, secondo un brano di Plutarco) viene ricostruita “pezzo per pezzo” a partire da alcuni suoi frammenti ripresi da vari autori all’inizio dell’età moderna – come la teoria cinetica di Galileo e la teoria luni-solare di Marco Antonio de Dominis. La ricostruzione di Flussi e riflussi è fatta sostanzialmente su basi filologiche, nel quadro della generale rivitalizzazione storica di quella Rivoluzione dimenticata che ha visto la nascita e il pieno sviluppo del «metodo scientifico» nel mondo ellenistico, e che è stata oggetto di un altro lavoro fondamentale, probabilmente il più noto, di Lucio Russo.

Nel caso de L’America dimenticata, però, vi è un elemento in più: insieme al metodo storico e filologico si utilizzano esplicitamente alcuni strumenti concettuali tipici delle scienze esatte – nell’accezione “originale” del termine – e ciò consente all’autore non solo di ottenere risultati di natura quantitativa [2], ma anche di sottoporre tali risultati alla prova di una loro possibile «falsificazione» sulla base delle conoscenze attestate dalle fonti.

Se si accoglie la prospettiva metodologica unitaria concretamente adottata in questo libro – e si conviene che le acquisizioni della conoscenza non sono certezze assolute o credenze di vario tipo, ma rappresentazioni accettabilmente “stabili” del nostro rapporto con i fenomeni – allora un’ipotesi semplice e coerente con il quadro teorico esistente, dalla quale discendono conseguenze che spiegano, cioè collegano a quanto già noto, aspetti di un fenomeno rimasti finora incomprensibili, dovrà essere accolta come base di una teoria condivisa.

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