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Libri

Vampiri. A proposito di “Prima di Dracula” di Tommaso Braccini

  di Claudio Giunta

[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 5 febbraio 2012]

Il vampiro di Murnau è uno spilungone scheletrico che si nutre del sangue delle sue vittime. Il vampiro di Intervista col vampiro è Brad Pitt: e anche lui è un emaciato, ancorché piacente, succhiatore di sangue. Una delle cose interessanti che s’imparano leggendo il saggio di Tommaso Braccini Prima di Dracula (Il Mulino) è che questi vampiri letterari e cinematografici non hanno quasi niente da spartire con i vampiri della tradizione folklorica.

La credenza nei vampiri nasce soprattutto da un equivoco. Bisogna sapere (e mi scuso coi patologi e coi necrofili, che queste cose le sanno, e coi deboli di stomaco, che è meglio se smettono di leggere qui) che quando un cadavere viene sotterrato non si decompone subito e, soprattutto, non sta fermo. Il corpo si disidrata, e da questo dipende l’impressione che le unghie, i capelli, i denti si siano allungati: è solo un’impressione, perché non sono loro ad allungarsi, sono i tessuti che si ritirano. I gas derivati dalla putrefazione gonfiano le cavità corporee, tanto che il cadavere può, in meno di un giorno, raddoppiare di volume (!), spostarsi dentro il sepolcro, avere (solo se maschio) un’erezione (!!). Batteri luminescenti possono colonizzare i tessuti e dare al defunto un bell’aspetto fosforescente (!!!). In passato poteva capitare addirittura che i fluidi fuoriusciti dalla bocca del cadavere impregnassero il sudario e che, in una successiva fase di disidratazione, il tessuto venisse risucchiato e si riducesse a brandelli, «assumendo tutta l’apparenza di un tessuto bucato proprio a causa della masticazione»: onde la leggenda dei morti masticatori (!!!!), l’usanza di chiuder loro la bocca con un mattone e mille altre variazioni splatter.

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Istruzione

Tre anni in uno, scarso. Intervista con Andrea Fogato

  di Claudio Giunta

[www.leparoleelecose.it]

Laureato in Lettere all’Università di Trento, nel 2010 e nel 2011 Andrea Fogato ha lavorato in uno di quegli istituti a cui ci s’iscrive per recuperare gli anni scolastici, prima come insegnante di italiano e storia, poi come impiegato. Si tratta, a tutti gli effetti, di una scuola: ci sono le aule, gli insegnanti, una segreteria, una direzione. Sono attivi vari corsi di studio: liceo, ragioneria, geometri e ITAS (Istituto Tecnico Attività Sociali). Le lezioni si svolgono per lo più al mattino, talvolta al pomeriggio. Gli insegnanti spiegano e fanno sostenere verifiche. A metà anno viene anche rilasciata una pagella. Si possono fare due o tre anni in uno. L’anno della maturità fa caso a sé per le ragioni che si vedranno. Da ottobre a maggio l’istituto prepara lo studente a sostenere l’esame di idoneità (alla classe terza se per esempio si frequentano la prima e la seconda) o l’esame di maturità presso una scuola paritaria con la quale l’istituto ha stretto un accordo di collaborazione.

Cos’è un centro per il recupero degli anni scolastici? Come funziona? Chi ci lavora?

È un’azienda come un’altra. Un’azienda che, per sopravvivere, deve assicurare ai suoi clienti un certo risultato. Nel contratto che viene stipulato si garantisce al cliente, nel caso di bocciatura, la gratuità del successivo anno di studi: di fatto, il rischio è minimo, la promozione è quasi assicurata. Il corpo docenti è formato da laureati che non hanno trovato spazio nella scuola pubblica. Di solito vengono assunti con contratti a tempo determinato o a progetto; l’azienda preferisce che abbiano la partita IVA. Sono quindi dei collaboratori pagati a ore. La maggior parte di loro ha un’altra attività, anche se la direzione tende a dare l’orario pieno a tutti, in modo da avere un corpo insegnanti ridotto. Succede così che un laureato in Lettere insegni italiano, storia, geografia, filosofia e storia dell’arte per classi di liceo scientifico o geometri, che vanno dalla prima alla quinta. Nella scuola pubblica una cosa del genere è impossibile: qui invece si può, dato il livello generalmente basso delle lezioni.

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Cultura e società

Enlarge Your Penis

  di Claudio Giunta

[Supplemento culturale del Sole 24 ore, 29 gennaio 2012]

Qualche giorno fa a Radio Deejay Nicola Savino ha detto qualcosa come «Senza Elio e le Storie Tese la vita sarebbe un po’ meno bella». Radio Deejay non è campo neutro, dato che gli EelST ci fanno un programma ogni lunedì sera da quasi vent’anni (già solo il titolo del programma, Cordialmente, richiederebbe righe e righe di spiegazioni, perché per quello slittamento linguistico che coinvolge molte delle parole usate dagli EelST – e i loro stessi nomi: Elio non si chiama Elio, Rocco Tanica non si chiama Rocco Tanica – al titolo si sono aggiunte, negli anni, infinite irrazionali sconce appendici, impossibili da registrare qui, e il risultato è che oggi il programma si chiama Cardialmente [con la a] gigioneggiamo, ma domani cambierà ancora). Radio Deejay non è campo neutro, ma la verità, detta molto in breve, è questa: la vita sarebbe un po’ meno bella senza gli EelST.

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Cose che riguardano l'Italia

Perché mai un laureato in storia o in filosofia non può tentare il concorso diplomatico?

  di Claudio Giunta

Totò, ambasciatore del Catonga

[Supplemento domenicale del "Sole 24 ore", 8 gennaio 2011]

C’è un’idea caratteristica del liberalismo che dovrebbe piacere a tutti, anche ai non liberali: l’idea che ogni cittadino abbia il diritto di adempiere le sue attitudini e di mostrare le sue capacità competendo con gli altri cittadini su un piano di parità. Una formulazione celebre è quella di Croce nella sua polemica con Luigi Einaudi: l’atteggiamento liberale esprime «fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni» (Benedetto Croce – Luigi Einaudi, Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli 1957, p. 4).

Anche sotto questo aspetto, come sotto tanti altri, l’Italia è una terra di estremi. Iperliberale a volte, più spesso illiberale; liberale mai.

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Critica letteraria

Recensione a “Cosa volete sentire”, minimum fax 2011.

  di Claudio Giunta

[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 18 dicembre 2011]

Cosa volete sentire è un libro multimediale, nel senso che dopo averlo letto passerete una parte della vostra giornata o serata su YouTube ad ascoltare le canzoni scritte dagli autori del libro. Non sarà tempo sprecato: né la lettura né l’ascolto. Farete delle scoperte.

Antefatto. Chiara Baffa di minimum fax ha chiesto a tredici cantautori italiani di «raccontare, inventare, romanzare le loro esperienze musicali», e i tredici l’hanno fatto, in tredici racconti brevi. L’invito a parlare delle proprie «esperienze musicali» è vago, ma la vaghezza aiuta. L’alternativa era dare uno o più temi fissi: racconta i tuoi esordi, parla della tua canzone preferita, spiega quale ruolo ha la musica nella tua vita. Sarebbe stato un questionario. Ma ai tredici non è stata data nemmeno carta bianca (‘scrivi quel che vuoi’). Perciò non è molto pertinente, nell’introduzione al volume, il paragone coi libri di Nick Cave o Leonard Cohen e, in Italia, di Capossela, Jovanotti, Bianconi dei Baustelle: i loro sono racconti e romanzi che non c’entrano con la loro attività di cantanti/musicisti; qui il tema dei racconti è precisamente l’attività del cantante/musicista. Sono anche e soprattutto dei documenti.
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Cose che riguardano l'Italia

Creatività 1, 2, 3 (sugli anni Ottanta)

  di Claudio Giunta

[in Unicità d'Italia 1961-2011. Made in Italy e identità nazionale, a cura di Enrico Morteo, Venezia, Marsilio 2011]

Tra le cose che si dovrebbero festeggiare quest’anno c’è il cinquantenario di quella meraviglia che è il dizionario Battaglia. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana diretto da Salvatore Battaglia cominciò a uscire infatti esattamente cinquant’anni fa, nel 1961, dopo una gestazione di quasi un decennio: primo volume, A-BALB. Il ventunesimo e ultimo volume è uscito nel 2002, TOI-Z. Quarant’anni ben spesi.

Nel Dizionario Battaglia il sostantivo creativo, nel senso di ‘copywriter, ideatore di campagne pubblicitarie’, non c’è ancora. C’è creatività, sobriamente definita come ‘capacità, facoltà, attitudine a creare’, con rimandi a passi di Croce e di Pavese. Chiamerò la sobria creatività del Dizionario Battaglia Creatività 1.
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Non-fiction

Lobbisti sotto la pioggia

  di Claudio Giunta

[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 27 novembre 2011]

Atterrate, e all’aeroporto vi accoglie lo slogan dello shuttle per il centro: «Puntuale come la pioggia belga». E fuori, infatti, piove. Pioverà, a spizzichi, a sprazzi, copiosamente, per i tre quarti del vostro soggiorno, quale che sia la lunghezza del vostro soggiorno. E anche quando non pioverà, quei rari attimi, tutto vi sembrerà, se non proprio bagnato, umido. Il simbolo di Bruxelles è un bamboccio che piscia, e non riuscirete a dimenticarvene nemmeno per un attimo. Nel chiaroscuro del tardo pomeriggio la luce giallastra del logo della Metro, una M con la prima gambetta verticale obesa, vi metterà addosso una strana, irrazionale tristezza. Il vostro albergo è solenne ma un po’ délabré; a cento metri ce n’è uno meglio che costa solo qualche euro di più.

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Cose che riguardano l'Italia

Sull’immigrazione. Intervista a Giuseppe Sciortino

  di Claudio Giunta

[www.tamtamdemocratico.it]

Giuseppe Sciortino (Palermo, 1963) insegna Sociologia del mutamento nella Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. Ha studiato a Bologna e alla Yale University; ha insegnato, oltre che a Trento, a Phnom Penh (sa il cambogiano) e alla Yale University. Insieme ad Asher Colombo ha curato la serie di volumi Stranieri in Italia per Il Mulino; è membro, tra l’altro, dell’Istituto Cattaneo di Bologna e del board delle riviste «Polis» e «Sociological Theory». Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con Gianfranco Poggi, è Great Minds. Encounters with Social Theory (Stanford University Press). Quelle che seguono sono sei domande ‘telefonate’ sull’immigrazione. Nel senso che ho cercato di far dire a Sciortino le cose che gli premeva dire, senza contraddirlo: anche perché non avrei la competenza per farlo; e anche perché sono d’accordo con lui praticamente su tutto.

1. Prima di dire quello che non va nell’approccio della sinistra all’immigrazione, vediamo quello che non va nell’approccio della destra. Possibile che l’unica  policy a cui si riesca a pensare, su quel versante, sia la repressione? Possibile che l’idea-guida sia quella di «essere cattivi coi clandestini» (Maroni)?

Ma la destra in questi anni è stata tutto salvo che repressiva e crudele. La crudeltà la si ritrova, in modo per altro piuttosto trito, nei disegni di legge e nelle interviste. E la sinistra regolarmente ci casca, si mobilita, s’indigna, evoca spettri epocali, poi perde e dimentica, regalando così alla destra una patente di rigore del tutto virtuale. I fatti stanno diversamente. È stata la destra a promuovere le sanatorie e i decreti flussi più generosi, a tagliare le spese per le espulsioni (che infatti non aumentano), a costringere i poliziotti a stare chiusi negli uffici a fare i travet di un’anagrafe parallela invece che a pattugliare le strade, a riconoscere lo status di protezione umanitaria ai giovani tunisini sbarcati a Lampedusa soltanto per toglierseli di torno. I fatti sono che nessuna delle misure repressive della Bossi-Fini ha mai prodotto gli effetti desiderati: alcune norme sono state rapidamente dichiarate incostituzionali (ed era praticamente certo sin dall’inizio che lo sarebbero state), altre sono risultate impraticabili (e si sapeva anche questo), altre ancora troppo costose (ed era addirittura scritto nella relazione tecnica che accompagnava la legge). Se oggi ci sono in Italia un po’ meno irregolari di qualche anno fa è solo per effetto della crisi economica e dell’allargamento ad est dell’Unione Europea. Non sicuramente per le politiche della destra, che si sono limitate solo a qualche dispetto, generalmente rivolto agli immigrati onesti. La realtà è che la destra non ha una politica per l’immigrazione, ma tira solo a campare facendo la voce grossa, senza  sapere nemmeno approntare un centro di detenzione decente. Più che la repressione, è la loro improvvisazione che fa paura.

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Università

Alcune considerazioni sulle facoltà umanistiche

  di Claudio Giunta

[In una versione più breve sul supplemento domenicale del Sole 24, 16 ottobre 2011]

I.

Dato che le facoltà umanistiche offrono pochi sbocchi lavorativi, sarebbe il caso che alle facoltà umanistiche si iscrivessero in pochi, e non in tantissimi come succede oggi.

Questo è più o meno tutto ciò che c’è da dire sull’argomento, se non fosse che questa ragionevole conclusione va contro gli interessi, o i supposti interessi, di tutti i soggetti coinvolti in quello che nell’antilingua della burocrazia si chiama ‘processo formativo’. Vale a dire che, per motivi diversi, questa ragionevole conclusione è serenamente ignorata dallo Stato, dalle università e dagli studenti.

Che lo Stato voglia ignorarla è comprensibile. Che altra possibilità c’è, infatti? Da un lato, vogliamo aumentare il numero dei laureati per colmare il nostro divario rispetto agli altri paesi europei, e un laureato in Filologia romanza pesa quanto un laureato in Ingegneria. Dall’altro, nonostante la riforma, in Italia l’università resta in sostanza l’unico canale di formazione post-secondaria. I ragazzi devono pur fare qualcosa. La scuola superiore non li ha preparati a un lavoro, e non l’ha fatto scientemente, in ossequio a un progetto: «Mai, in nessun momento storico, la nostra istruzione secondaria superiore è stata così integralisticamente preparatoria all’Università [...]. Dal nostro vigente sistema scolastico si sprigiona una forza spesso irresistibile che spinge i giovani verso le scuole che portano all’Università e comunque permettono loro di fuggire il mondo del lavoro» (S. Valitutti e G. Gozzer, La riforma assurda, Roma 1978 [sic!], pp. 96-97). Inoltre, un relativo benessere permette a quasi tutti i diciottenni di non doverlo cercare, un lavoro: c’è tempo. Resta lo studio. E dato che le altre facoltà sono più difficili, o hanno dei test d’ingresso selettivi, bisogna che almeno le porte delle facoltà umanistiche restino spalancate (a questo esplicitamente esortava il ministro dell’Istruzione di un precedente governo di centro-sinistra). Che s’iscrivano tutti, dunque, indipendentemente dalle proprie soggettive capacità e dalle oggettive possibilità d’assorbimento nel mondo del lavoro. Poi qualche santo sarà.
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Università

A proposito di “Maestri e amici”, di Alfredo Stussi

  di Claudio Giunta

[Supplemento domenicale del Sole 24 ore, 9 ottobre 2011]

Nel dibattito recente (nel dibattito perenne) sull’università si sono dette cose giuste e interessanti su questioni come i finanziamenti pubblici, il reclutamento dei docenti, il governo degli atenei; e a dirle sono stati anche e soprattutto i professori delle facoltà umanistiche (da fronti diversi, per esempio, Andrea Graziosi nel suo libro L’Università per tutti e Filippo Pontani nei suoi interventi su «Il Post»). Ma ho l’impressione che, a parte quelli che ci insegnano o ci studiano, pochi abbiano idea di ciò che nelle facoltà umanistiche effettivamente s’insegna e si studia; e che chi non sa ne pensi male piuttosto che bene.

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