La poesia medievale presenta due caratteristiche che non si trovano se non di rado nella poesia moderna. La prima è che la poesia medievale attinge al linguaggio della prosa ‘tecnica’ come a un repertorio di formule o modi discorsivi. Mi spiego subito con due esempi. (1) Nella ballata Perch’i’ no spero di tornar giammai Guido Cavalcanti si rivolge con una preghiera al suo stesso testo: «se mi vuoi servire, / mena l’anima teco / (molto di ciò ti preco) / quando uscirà del core» (23-26); ma lo fa adoperando una formula di cortesia caratteristica dell’uso epistolare: se mi vuoi servire, se lo vuoi servire e simili . (2) Nella canzone Amor, nova ed antica vanitate, Lapo Gianni apre la sirma di ciascuna stanza con una formula fissa, «Provo ciò» o «Provol»: formula che ricalca l’analoga modo probo quod (e simili) che veniva adoperata nelle quaestiones e nei sofismi scolastici . Ecco dunque in che modo va intesa, a quest’altezza cronologica, la contaminazione tra poesia e prosa; nell’età in cui questi testi venivano scritti i due linguaggi non erano ancora, come sono oggi, separati da un confine invalicabile: e il primo poteva ancora sfruttare il secondo come una risorsa.
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Lingua e generi nella “Commedia” [PDF]