Author Archive

Non-fiction

Il paese più stupido del mondo

Ho scritto un libretto sul Giappone, l’Italia e altre cose che si chiama “Il paese più stupido del mondo” (Il Mulino, 14 euro). Il paese più stupido del mondo non è il Giappone, naturalmente. Comincia così:

     Nell’inverno del 2008 mi hanno invitato ad andare per due mesi a Tokyo, aprile-maggio 2009, per fare due corsi all’università, la prestigiosa The University of Tokyo. «Mettiamo l’articolo per distinguerla dalle altre che ci sono in città», mi spiegano il giorno del mio arrivo. Ho accettato subito non per il prestigio (non c’è nessun prestigio, il prestigio è un’idiozia) e non per i soldi (pochi) ma perché (1) starci due mesi è l’unico modo per capire qualcosa del Giappone, cosa che probabilmente si può dire e si dice di qualsiasi luogo del pianeta, ma per il Giappone di più; e perché (2) volevo prendermi una vacanza dall’Italia, un paese in cui sembra che tutti quanti si siano messi d’accordo per fare ogni cosa alla cazzo di cane.
    
Q
uesto non piacevole aspetto dell’«identità nazionale» (non c’è nessuna identità nazionale, l’identità nazionale è un’idiozia) mi aveva spinto, negli ultimi anni, su posizioni non destrorse, oh no, ma diciamo di conservazione intelligente, posizioni fraintese da qualcuno dei miei amici meno benevoli come segno di involuzione, passatismo, misoneismo, e da qualcun altro addirittura come segno di stronzaggine. E insomma volevo, voglio un paese in cui al posto della sacrosanta libertà individuale non ci sia la licenza di fare tutto quel che viene in mente di fare, in cui il bene pubblico conti più del piacere privato, un paese con meno furbizia e più lealtà, più regole e meno illegalità, la repressione degli istinti al posto della loro mobilitazione da parte dei demagoghi, le buone maniere al posto della scortesia, le gonne sotto il ginocchio e via dicendo.
    
Insomma, la civiltà: una bella civiltà repressiva e funzionante. Non potendo tornare nella Vienna di fine Ottocento, il Giappone sembrava la realtà più prossima al mio sogno. E dunque.

     Metterei anche il resto, ma l’editore non sarebbe contento.

Cultura e società

Pierluigi Battista preso sul serio

Nel 1989 avevo diciott’anni e ricordo molto bene un articolo scritto da Fortini per «Cuore», il supplemento satirico de «L’Unità», a proposito della caduta del comunismo nei paesi dell’Est europeo. «Sappiamo tutti – scriveva Fortini – che cosa significa quel che accade all’Est» (11 settembre 1989). Fortini non diceva che cosa, esattamente, tutti sapevamo, ma a me pareva chiaro che «quel che accadeva all’Est» fosse, soprattutto, una lastra tombale per il comunismo e l’idea del comunismo…

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P. Battista preso sul serio (a proposito di “I conformisti. L’estinzione degli intellettuali d’Italia”)

Università

Quanto (ci) costa l’editoria accademica. Sei mesi dopo

Nell’inverno scorso ho scritto un articolo intitolato Quanto (ci) costa la cultura accademica che è uscito su «La rivista dei libri» (febbraio 2010) e sul sito www.italianisti.it (lo trovate anche in questo sito, un po’ più in basso). In queste pagine - uscite sulla rivista www.menodizero.eu, che si occupa di scuola e università - ribadisco il concetto, do conto in breve di alcune delle reazioni che l’articolo ha suscitato e concludo con alcune Considerazioni Morali.

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L’editoria accademica sei mesi dopo

Traduzioni

Philip Larkin, “The Whitsun Weddings”

Quella Pentecoste, ero partito in ritardo:

Soltanto verso

L’una e venti di quel sabato di sole

Il mio treno, vuoto per tre quarti, si era mosso,

I finestrini giù, i cuscini caldi, ogni sensazione

Di aver fretta spenta [...]

 

Probabilmente la più bella poesia di Philip Larkin (1922-1985), e una delle più belle che conosco. Traduzione mia, solo di servizio.

 

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Larkin, The Whitsun Weddings

Storia letteraria

Poesia popolare, poesia d’arte

Riflettere sul rapporto tra poesia d’arte e poesia popolare o tradizionale è interessante, oggi, per due ragioni. La prima è che anche se il problema è vecchio, trito, risaputo, la discussione non è affatto chiusa. La seconda ragione è che quello del rapporto tra poesia d’arte e poesia popolare, o più in generale tra cultura d’élite e cultura popolare, rappresenta un problema fondamentale anche nell’attuale sistema delle arti. Per la gran parte, le opere che tutti quanti oggi leggono, vedono, ascoltano, appartengono a quella che si chiama appunto cultura pop o cultura di massa. Queste opere sono numerose e sono anche, spesso, di alta qualità, perciò è legittimo il sospetto che l’etichetta non dica ormai più la verità né sulla loro origine né sul loro valore: dato che non è soltanto il popolo degli incolti che le crea e non è soltanto al popolo degli incolti che esse s’indirizzano, viene meno ogni ragione per separare con una linea artificiale due mondi che sono, e sempre più saranno in futuro, strettamente legati. Vale la pena di domandarsi se l’esperienza di questo mutamento rivoluzionario nella nostra esperienza dell’arte non possa aiutarci a comprendere meglio anche gli equilibri del passato, per analogia o per contrasto.

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Poesia popolare, poesia d’arte

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