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Su “Dante popolare” di Lino Pertile

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 12 settembre 2021

L’altro giorno, leggendo per diletto le opere minori di Tommaso d’Aquino (in spiaggia, sì), mi è capitato di trovare quella che ha l’aria d’essere la fonte diretta del passo del Purgatorio in cui Dante parla del libero arbitrio. Dice Dante (per bocca di Marco Lombardo) nel canto XVI:

Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.

Cioè: voi dite che è il cielo, sono le stelle a determinare le cose umane, ma se le cose stessero così non esisterebbe il libero arbitrio, e non avrebbe senso premiare i buoni e punire i cattivi. Nel De iudiciis astrorum, Tommaso dice esattamente la stessa cosa quasi con le stesse parole:

Hoc autem omnino tenere oportet, quod voluntas hominis non est subiecta necessitati astrorum; alioquin periret liberum arbitrium, quo sublato non deputarentur homini neque bona opera ad meritum, neque mala ad culpam.

Ora, la bibliografia dantesca è così sterminata che sinceramente non so se qualcun altro ha già notato questa analogia. Quello che però è certo è che questa analogia non è in nessun modo sorprendente: Dante si nutre di libri: poesia, filosofia, teologia, astronomia… Non c’è opera antica o moderna che più della Commedia adoperi l’erudizione come carburante della poesia: parliamo di un uomo che poteva dedicare un centinaio di versi alla discussione intorno alla causa delle macchie lunari. Perciò, che in una questione così tecnica come il libero arbitrio abbia ripreso pari pari le parole di Tommaso è interessante, ma non è strano. Ma, come osserva Lino Pertile in questo suo ultimo libro dantesco, Dante non era un chierico, né uno studioso di professione, né certamente un intellettuale appartato, e nella sua formazione deve aver contato, tanto quanto lo studio, la condivisione di una cospicua quantità di nozioni, idee, immagini, pregiudizi, forme del pensiero che si possono molto approssimativamente rubricare sotto l’etichetta del ‘popolare’. Tale formazione, tale naturale adesione alla mentalità del proprio tempo ha certamente lasciato tracce nelle sue opere, segnatamente nella Commedia, e Pertile cerca qui di raccoglierle e valorizzarle.

L’idea non è nuova, nessuna idea è nuova, in un campo aratissimo come quello degli studi danteschi. L’aveva avuta per esempio il maggiore degli studiosi di letteratura popolare del secondo Novecento, Pietro Camporesi. Dante – osservava nel Paese della fame – «non può talvolta non essere contagiato dalla demonologia ‘bassa’ elaborata dalle plebi delle campagne, dalla mitologia folklorica […]. Inutile ricordare il diavolo cogo [cuoco] o Belzebù in veste di magister cocorum di fra Giacomino da Verona, la fornace ardente, la grattugia infuocata e le anime colate come cera o come strutto della Visione di Tugdalo o i dannati arsi e fritti in padelle di fuoco del Purgatorio di San Patrizio». Solo che qui Camporesi limita la sua osservazione al tratto più chiaramente demotico dell’Inferno: il viaggio nell’aldilà e, per entro questo viaggio, l’episodio dei buffi diavoli di Malebolge. Nel solco soprattutto di uno studioso un po’ dimenticato dai dantisti, Giovanni Battista Bronzini, Pertile tenta di ampliare il raggio della ricerca, e prova a domandarsi se anche in altri episodi della Commedia non affiori, a saperlo vedere, il retaggio di una cultura che, piuttosto che popolare, si potrebbe definire non libresca, o non scolastica, e forse ancora più precisamente mediata non tanto dalla lettura e dallo studio quanto dall’ascolto.

Si pongono allora, preliminarmente, due problemi. Il primo è che – come mostrano le mie stesse esitazioni nel definire la categoria d’analisi – non è per niente facile tracciare una linea netta tra colto e popolare, letto e ascoltato, libresco ed esperienziale. I primi capitoli di Dante popolare, quelli scritti appositamente per il libro (gli altri sono per lo più articoli già pubblicati), riflettono in maniera molto equilibrata e molto documentata sulla questione (Pertile è uno dei decani degli studi danteschi nel mondo, ma ha conservato l’eccellente abitudine di aggiornarsi: la puntualità e la ricchezza delle note è uno dei pregi del libro; un altro è la prassi di tradurre in italiano le citazioni latine: di solito lo studioso blasé, cioè pigro, lascia l’incombenza al lettore). Il secondo problema è che quando si studiano i rapporti di Dante con la cultura alta (da Virgilio a Tommaso, da Boezio ad Alberto Magno) si sa sempre dove cercare: le fonti si trovano sugli scaffali delle biblioteche. Ma se si studia la traccia, in Dante, della cultura popolare o ‘tradizionale’, dove mai si può andare a cercare? Le fonti dove sono? Le testimonianze relative alla ‘vera voce del popolo’, si capisce, non esistono più, o ci giungono mediate: attraverso le parole dei predicatori, o i testi paraliturgici, o i registri dei tribunali, o le pagine degli statuti cittadini, o le scritture esposte (iscrizioni, lapidi, scongiuri); ma anche attraverso quelle opere che oggi chiameremmo ‘di divulgazione’ che nell’ordine del sapere stanno un gradino più in basso dei trattati dei filosofi e dei teologi, come le Meditationes vitae Christi che Pertile valorizza nel capitolo dedicato al canto XXIII del Purgatorio, o come quei repertori, quelle enciclopedie, quei trattati di etica spicciola, anche in volgare, che negli ultimi anni si è cominciato a studiare per mettere meglio a fuoco quella che doveva essere la cultura diffusa nell’Italia centrale tra Due e Trecento (penso per esempio al volume Dante e la cultura fiorentina. Bono Giamboni, Brunetto Latini e la formazione intellettuale dei laici uscito un paio d’anni fa per la Salerno). Il lavoro di Pertile su queste peculiari fonti è spesso convincente, e sempre interessante, anche e soprattutto là dove non si presume di modificare l’interpretazione di un passo della Commedia ma solo (ma è un solo che vale molto) di farlo meglio risaltare, di renderne più nitidi i contorni sullo sfondo della mentalità contemporanea ricostruita attraverso i documenti.

E chissà che in qualche caso fortunato non si riesca a superare la mediazione di questi testi e di avvicinarsi davvero alle voci autentiche, alla Umgangssprache che Dante doveva avere nelle orecchie e di cui è forse dato trovare traccia nel poema: come quando fa parlare i penitenti del Purgatorio con le parole che poteva leggere sulle lapidi dei cimiteri («Eus tu viator, veni hoc et queiesce pusilu» > «O anima che vai per esser lieta / con quelle membra con le quai nascesti / – venian gridando – un poco il passo queta»); o come quando in Inf. II scrive «Sè savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono», adoperando una formula che s’incontra in una coeva lettera sangimignanese («Voi siete savi: in questo e ne l’altre cose che avete a fare vi dea Idio»); o come quando in Inf. XXXIII mette in bocca a Ugolino una formula patetica («e se non piangi, di che pianger suoli?») che arieggia quella che si legge proprio in un passo delle Meditationes volgarizzate: «E se tu qui non gli hai compassione, reputati d’avere cuore di pietra». Solo per dire che lo scavo non è finito, e una rilettura in questa chiave – anche da parte di studiosi che abbiano in mente vocabolari diversi da quelli che ha in mente il filologo – potrebbe dare altri risultati interessanti.

Lino Pertile, Dante popolare, Ravenna, Longo 2021.