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Antonio Gurrado su cosa fare dopo la riapertura delle scuole

di Antonio Gurrado

Il Foglio, 26 marzo 2021

Riaprire le scuole va benissimo. Il problema è cosa ci troveremo dentro: il solito sistema bloccato e stantio, sindacalizzato allo stremo, impiccato al formalismo, colto di sorpresa all’inizio di ogni anno scolastico. Propongo cinque innovazioni drastiche per far seguire alla riapertura un’effettiva ripartenza, evitando che la pandemia diventi tempo sprecato.

Allungare l’anno scolastico. L’idea di anticipare l’inizio delle lezioni o di posticiparne la fine è circolata solo in termini emergenziali. Diventerà la norma: lo svolgimento ordinario delle lezioni resterà da metà settembre a inizio giugno ma nelle settimane estive si sperimenterà la scuola liquida: non solo sporadici corsi di recupero ma uno spazio per approfondire, esplorare, scoprire nuovi campi del sapere. Consentirà di comprendere che la cultura non è ciò che uniforma tutti ma ciò che distingue ciascuno dagli altri, e che il programma è solo la base di conoscenze minime necessarie, non il paradigma massimo da conseguire a fatica. Ogni scuola differenzierà la propria offerta estiva in base alle capacità specifiche dei docenti, e a ogni studente verranno certificate competenze diverse. Crollerà l’ideale ipocrita su cui si regge il sistema dell’istruzione: che un istituto valga l’altro e che gli studenti siano tutti uguali.

Favorire la chiamata diretta. Lo hanno visto i dirigenti scolastici durante l’emergenza: l’autonomia è effettiva quando ci sono rogne, solo nominale per l’ordinaria amministrazione. Basta pensare ai lacciuoli che ogni santo anno mettono in moto il valzer delle cattedre vacanti. Ogni dirigente disporrà di una percentuale di insegnanti da scritturare direttamente, tramite colloquio. Per evitare arbitrii satrapici, le chiamate dovranno essere coerenti coi contenuti del Piano dell’Offerta Formativa che ogni scuola stila ogni tre anni. Se un Piano prevede l’insegnamento della chimica in inglese, il preside potrà convocare docenti che sappiano praticarlo, anche se a rigor di graduatoria il posto spetterebbe a un insegnante di chimica che non sa l’inglese. Gli insegnanti saranno fidelizzati alla scuola, garantendo la continuità didattica e minimizzando l’imbarazzo delle cattedre vuote fino a ottobre. Le scuole potranno articolare la propria specificità didattica anziché brancolare ogni anno nel buio.

Normalizzare la didattica a distanza. Avete capito bene. L’odio montante per la Dad è dovuto alla sua identificazione con la didattica di emergenza, surrogato delle abituali lezioni rivelatosi insostenibile alla lunga. Col ritorno alla normalità la Dad sarà inoculata pacificamente nel sistema scuola: ore asincrone in cui l’insegnante fornirà materiale su cui gli studenti lavoreranno quando vorranno/potranno; giorni (tipo il sabato) in cui si farà lezione ciascuno da dove gli pare; partecipazione di docenti guest star, specialisti in un determinato campo, che interverranno in forma virtuale direttamente sugli smartphone degli allievi. Gli studenti verranno preparati a un mondo in cui, qualsiasi lavoro faranno, non sarà né tutto in presenza né tutto a distanza.

Uniformare gli esami. Due anni di emergenza hanno squarciato il velo di Maya: gli esami di Stato (alle medie e alle superiori) non esaminano nessuno, sono un evento sociale a metà strada fra il ballo dei debuttanti e un’amnistia giubilare. Per rimettere al centro il sapere, la scuola renderà altrettanto centrale la credibilità della verifica rassegnandosi alla crudeltà della selezione, prima che gli studenti la scoprano sulla propria pelle nel mondo reale. Gli esami delle medie fungeranno da prova d’ingresso per le superiori, con commissioni composte da insegnanti di liceo, vincolando i candidati alla scelta successiva in base a inclinazioni e capacità comprovate. La maturità si svolgerà interamente per iscritto e sarà valutata anonimamente durante l’estate da una megacommissione centralizzata che assegnerà voti in modo univoco. Gli studenti faranno un bagno di realtà e ciascuna scuola capirà davvero se funziona o se non prepara in modo adeguato.

Interagire con l’Università. In molte grandi società di calcio le giovanili, dai pulcini alla primavera, giocano con lo stesso schema della squadra di Serie A. La scuola invece è un mondo a sé stante fino alla quinta liceo e il salto verso l’Università è abissale. Per favorire l’interazione in modo pragmatico le Università segnaleranno ai presidi i propri laureati eccellenti, i dottorandi, gli assegnisti, i ricercatori temporaneamente senza contratto, mandandoli a scuola per tenere lezioni ordinarie o corsi estivi straordinari. Sarà un’ottima palestra per entrambe le parti.

Diranno che sono proposte irrealizzabili e irricevibili ma vi svelo un segreto: sono necessarie proprio perché la mentalità che ingabbia la scuola le rende irricevibili e quindi irrealizzabili. Lo ha spiegato Draghi stesso: quando l’emergenza passerà, non sarà come se tornasse la luce dopo un blackout. Nulla sarà più come prima, bisogna prenderne atto e trasformarsi. Perché non dovrebbe valere anche per la scuola?