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Su “I vagabondi efficaci” di Fernand Deligny (con una risposta a C. Raimo)

di Claudio Giunta

Il Foglio, 5 dicembre 2020

Alle scuole elementari avevo in classe un bambino problematico. Un po’ più grosso degli altri, impacciato nei movimenti, rissoso, lentissimo nell’imparare. Erano anni in cui non ci si curava molto dei bambini problematici: stavano lì. Massimo stette lì un paio d’anni, tra la terza e la quarta, poi sparì, finì da qualche altra parte, non saprei dire dove, e non ricordo che nessuno se lo chiese, tolse semplicemente l’incomodo, e la vita in classe, rimosso quell’ostacolo, continuò più spedita di prima. In quel libro bellissimo che è Nati due volte, Pontiggia racconta dell’atmosfera di solidarietà tra i compagni di scuola che si crea attorno a una ragazza ‘che soffre di un disturbo’ (la ragazza non riesce ad articolare bene le parole, non le esce la voce). Ma la ragazza è un’adolescente con lunghi capelli biondi, il suo difetto è quasi impercettibile, i compagni sono ragazzi ormai grandi, che fanno a gara – non importa se per bontà di cuore o per sfoggio di virtù – per mostrarsi gentili e comprensivi. Massimo era diverso: brutto, aggressivo, sgraziato, tonto; e noi otto-novenni non avevamo nessuna vocazione alla gentilezza. Non vederlo più fu un piacere per tutti (l’ho ritrovato anni dopo, per caso, in treno, accompagnato dal padre anziano, imbambolato davanti al finestrino, già senile anche lui, e solo allora ho capito che Massimo era handicappato: di handicap si parlava spesso, in classe e fuori, ma non avevamo mai fatto il collegamento, pensavamo che la formula fosse quella che aveva pronunciato un giorno la maestra, «molto caratteriale»).

Alle medie invece avevo in classe un paio di delinquenti in erba, Giacomo e… forse Gianluca, piccoli spacciatori, rampolli di generazioni di spacciatori, pluribocciati e quindi noti anche nel quartiere per gesta che si tramandavano dai fratelli maggiori ai fratelli minori. Anche loro a un certo punto li perdemmo di vista, forse perché, bocciatura dopo bocciatura, avevano raggiunto finalmente l’età della fabbrica o dello spaccio professionale, o forse perché erano andati a fare ‘tre anni in uno’ in una di quelle fantastiche scuole private che cominciavano a spuntare in certi pianterreni del centro. Sta di fatto che un giorno vennero a scuola e il giorno dopo non vennero più, dopodiché solo di tanto in tanto ci arrivava l’eco di qualche impresa criminale che suonava plausibile, anche se non era proprio vera, e che accoglievamo con l’orrore e il sollievo di chi, ormai sicuro sulla riva, contempla lo spettacolo di un naufragio.

Massimo e Giacomo erano delle eccezioni, piccoli strappi in un tessuto sociale relativamente compatto. Ma cosa succede quando Massimo e Giacomo, il ritardato e il delinquente in erba, sono l’unica cosa che c’è, quando il tessuto, l’ambiente, è fatto soltanto di ragazzi come loro? Ragazzini problematici, sottodotati, devianti, delinquenti: sono difficili da gestire anche singolarmente, diluiti in mezzo ad altri venti ragazzini della loro età. Ma tutti insieme? Cos’è una classe in cui tutti i ragazzini sono problematici sottodotati, devianti? E soprattutto: chi, potendo scegliere, vorrebbe finire in un simile ambiente come educatore, insegnante, chi vorrebbe avere a che fare per ore, anni, con esseri umani del genere?

La storia della pedagogia non manca di personaggi eccentrici, ma Fernand Deligny era di un’altra categoria. Nato a Bergues, a un passo da Dunkerque, nel 1913, perde subito il padre, ucciso in battaglia, e viene allevato con molti sacrifici dalla madre e dal nonno materno. Studia filosofia e psicologia a Lille, ma più che ai libri s’interessa al cinema, al giornalismo, e ai metodi della pedagogia attiva (niente quaderni, uscite all’aperto, apprendimento attraverso il gioco e il lavoro manuale). Si iscrive alla Gioventù comunista (più tardi prenderà la tessera del partito), partecipa a scaramucce contro le Croci di fuoco, inizia la carriera di insegnante. Nel 1939, ventiseienne, accetta un posto di istitutore al manicomio di Armentières, vicino Lille. Da quel momento in poi, per mezzo secolo, Deligny non smetterà più di occuparsi dell’educazione degli ineducabili, o perché gravemente ritardati o perché socialmente devianti o perché autistici. Il verbo occuparsi però non rende l’idea. La sera, Deligny non stacca. Vive con gli internati, prima, coi giovani delinquenti poi, infine – in una specie di comune nella campagna delle Cevennes – con gli autistici. Gira in lungo e in largo il nord della Francia, apre e chiude scuole e centri di recupero, o meglio lui li apre e qualcuno periodicamente glieli chiude, allarmato dai suoi metodi educativi eccentrici: Deligny non punisce, non costringe, non dà ordini, antepone il lavoro allo studio, piuttosto che far leggere libri preferisce far girare cortometraggi, arruola come istitutori e sorveglianti gente del posto che non ha alcuna esperienza pedagogica, fa casino. Quando gli echi del casino si sentono anche fuori dall’istituto, le autorità lo chiudono disperdendo gli allievi-pazienti; e allora lui se ne prende tre o quattro in casa, gli dà da mangiare, gli trova lavoretti. Sperimenta, fallisce, ci riprova, risorge.

Osteggiato a lungo in gioventù, nella seconda parte della sua vita s’innamora di lui un pezzo dell’intellighenzia francese: conosce Guattari, conosce André Bazin, collabora con lo psichiatra Henri Wallon, entra in contatto con François Truffaut, che gli chiede una consulenza per i 400 colpi e per Il ragazzo selvaggio – e gliela paga in questo modo delizioso: «È quindi in qualità di collaboratore dei Quattrocento colpi che troverete in allegato un assegno di 25.000 franchi, che vi chiedo di accettare semplicemente come abbiamo detto. Non è molto, ma se ricordo bene è il prezzo di una capra di discreta qualità» (29 ottobre 1958).

Adesso Luigi Monti ha curato per le Edizioni dell’asino un bel volume che contiene i suoi scritti più importanti, tradotti da Chiara Scorzoni, ed è l’occasione per fare la conoscenza con un uomo strano ed eroico, un uomo che ha scelto di vivere nel modo opposto a quello in cui quasi tutti noi scegliamo di vivere, compresi quasi tutti gli educatori democratici a mezzo servizio, cioè senza mettere una parete tra sé e i Massimo e i Giacomo difettati che io ho evitato con tanta cura. Un uomo, anche, simpaticissimo, i cui suggerimenti pedagogici, anche se testati su un pubblico un po’ borderline, suonano infinitamente più ragionevoli di quelli somministrati dalla pedagogia universitaria che negli ultimi decenni ha invaso il discorso sull’istruzione. Chi ha nelle orecchie anche solo un po’ di questo gibberish trapuntato di «competenze interpersonali e interculturali», di «implementazione dei percorsi educativi», di «processi relazionali globali», apprezzerà la scabra semplicità di questo buonsenso delignyano: «Educatori… ? Chi siete? Formati, come si suole dire, in tirocini o in corsi nazionali o internazionali, istruiti senza esservi posti il problema di sapere se avete nella pancia un minimo di intuizione, di immaginazione creativa e di simpatia verso l’uomo, imbevuti di terminologia medico-scientifica e di tecniche superficiali, vi si abbandona, in molti casi figli immaturi della borghesia, ancora tutti inconchigliati in voi stessi, in piena miseria umana». Ecco: al posto di questi piccolo-borghesi inconchigliati Deligny preferiva reclutare, per i suoi esperimenti educativi, operai tessili disoccupati, artigiani, e anche qualche ex detenuto. Non ci si può meravigliare se gli inconchigliati a un certo punto hanno cercato di vendicarsi.

«Per Deligny – osserva Monti – si è sempre trattato di evitare ai ragazzini la prigione e il manicomio; di adottare il loro punto di vista piuttosto che quello delle pedagogie o delle terapie, anche progressiste, che si sforzavano di formare o che pretendevano di curare; di farsi guidare dall’invenzione e dalla sperimentazione piuttosto che dalla compassione filantropica: “intendo soltanto creare circostanze favorevoli perché loro ne traggano beneficio e perché vivano”». In questo orizzonte, l’attività che salva, se li salva, i ragazzi di Deligny non è lo studio ma il lavoro, il fare qualcosa con le mani, guadagnandosi la pagnotta. Di qui l’alleanza con gli artigiani del circondario, di qui la rete di contatti con generosi datori di lavoro di mezza Francia; ma di qui anche le frizioni con chi non capisce più bene il confine tra un istituto di cura e rieducazione (la Grande Cordata) e un ufficio di collocamento, e vuole mettere le cose a posto: «Al ministero di non so bene cosa – scrive Deligny – avevano scoperto un cortocircuito:   dato che la Grande Cordata percepiva una retta giornaliera, non era ammissibile che i ragazzi lavorassero in determinati luoghi e venissero remunerati, stipendiati, dichiarati lavoratori quando invece erano ‘malati’. Molti soggiorni di prova fallivano per il semplice fatto che qualcuno si occupava in prima persona della rieducazione di un ragazzo che, improvvisamente, diventava un parassita di quei luoghi».

Forse è questa la cosa che fa più riflettere e fa meglio percepire il passaggio del tempo, i decenni che separano noi oggi dagli esperimenti di Deligny. Ragazzi problematici – cioè con deficit intellettivi, o delinquenti, o psicotici, o autistici – continuano ad essercene, ma ora la cura prevede la scuola, lo studio: devono avere tutto ciò che hanno gli altri. Ma avere tutto ciò che hanno gli altri significa educarli alla norma alla quale i ‘normali’ sono assoggettati, cioè assegnare all’istituzione il compito di correggere la loro anormalità, un po’ nello spirito di questo terribile motto di Droysen, anch’esso riferito da Pontiggia in Nati due volte: «Tu devi essere come io ti voglio, perché solo così io posso avere un rapporto con te». La risposta di Deligny era diversa, ed era una risposta a cui non sconverrebbe troppo la qualifica di liberale.

Deligny era comunista, perché in quegli anni solo i comunisti osavano mettere in discussione la pedagogia tradizionale, ma il suo metodo – lo spiega molto bene Monti – non aveva niente a che fare con quelli dell’educatore sovietico Makarenko, al quale Deligny è stato spesso avvicinato. In lui nessun culto della produttività, della vita comunitaria, nessun proposito di forgiare il buon cittadino, men che meno il buon comunista. «Non ho mai avuto gusto, né talento – scrive Deligny – per modellare dei caratteri. So bene che, in giro per il mondo, degli educatori si ingegnano a modellare questo ‘uomo nuovo’ secondo la richiesta o il comando dello Stato…». In tutto ciò che ha scritto (e presumibilmente in tutto ciò che ha fatto) si avverte sempre che l’ideale al quale era più devoto non era né l’eguaglianza né la fraternità bensì la libertà, e che per lui ogni astratta norma di metodo, ogni collaudato protocollo educativo doveva piegarsi all’infinita varietà delle indoli umane. Non credo che abbia mai letto Mill, non era un autore particolarmente apprezzato nei circoli dei quali Deligny entrò a far parte nella seconda parte della sua vita, ma Sulla libertà gli sarebbe sicuramente piaciuto. E insomma, lettore del «Foglio», questo comunista era uno di noi.

Fernand Deligny, I vagabondi efficaci e altri scritti, a cura di Luigi Monti, Edizioni dell’Asino 2020.

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Le osservazioni che Christian Raimo ha fatto in un lungo post su Facebook a proposito della mia recensione a I vagabondi efficaci di Fernand Deligny mi paiono piuttosto scentrate, cioè poco attinenti a ciò che ho scritto, ma sono utili se aiutano a mettere a fuoco quella che mi pare essere una caratteristica del dibattito corrente, del nostro modo di discutere di libri e di idee soprattutto in rete. Settarismo è il termine che si usa di solito. Ma ‘spirito della setta’ rende meglio l’idea.

C’è uno spirito della setta che riguarda la forma dell’argomentazione e uno spirito della setta che riguarda la sostanza.

Quanto alla forma, lo spirito della setta si riconosce perché il comune confronto di opinioni, quello per cui le idee dell’uno possono essere diverse da quelle dell’altro, viene proiettato su un piano etico, e il confronto diventa opposizione tra giusto e sbagliato, corretto e scorretto, progressivo e regressivo, morale e immorale. Lo spirito della setta si accomoda sempre, naturalmente, sul primo dei due stalli. Così, nelle parole di Raimo, io non ho semplicemente torto, ma sono ‘intellettualmente disonesto’ (non un piccolo difetto per uno che con l’intelletto ci lavora: ma è una di quelle formule di cui si pretende che l’usura abbia attutito la violenza); le mie idee sono ‘revisioniste’ (rispetto a una versione che lo spirito della setta ha già assodato); o – e lasciamo serenamente il piano dell’argomentazione razionale – “francamente mettono i brividi”.

Una volta deciso chi sono gli onesti e chi i disonesti, questo approccio manicheo alla discussione si ciba di tutto. Scrivo “Cos’è una classe in cui tutti i ragazzini sono problematici sottodotati, devianti? E soprattutto: chi, potendo scegliere, vorrebbe finire in un simile ambiente come educatore, insegnante, chi vorrebbe avere a che fare per ore, anni, con esseri umani del genere?”. Commenta Raimo: “È un interrogativo che per me è davvero incommentabile. Per me è il senso stesso della vocazione dell’educatore questo incubo che sta descrivendo Giunta”. Ma è esattamente ciò che intendevo dire io. Deligny non era uno dei tanti, non era uno di quelli che lavorano mezza giornata a scuola o all’università e poi tornano a casa a farsi i fatti propri. Nella recensione lo definisco “strano ed eroico” (un aggettivo che non userei a proposito di molti) proprio perché i fatti suoi sono stati sempre, per anni, la cura e l’educazione di ragazzi devianti: Deligny non staccava. Non era un impegno che lasciasse spazio a molto altro, e non è un impegno che molti dei miei conoscenti e colleghi abbiano preso su di sé; io certamente no, perciò nella frase “chi vorrebbe finire in un simile ambiente…” c’è l’ammirazione per chi ha saputo fare una scelta simile e c’è (senza esagerare: nessuno vuol essere un santo) il biasimo nei confronti di chi, come me, a scuola mal sopportava la presenza anche solo di un ragazzo ‘non conforme’, e ha lasciato che fra sé e questi non conformi la vita erigesse un muro. Per impancarsi a “educatori” bisogna averne il diritto, e io quel diritto non credo di averlo: non faccio quella professione, né saprei farla.

Ma l’esibizione della virtù ha bisogno del vizio, e nella caccia al vizio occorre anzitutto liberarsi dell’idea che coloro che non appartengono alla nostra setta possano non essere delle persone abiette – uno dei riflessi del fanatismo di ogni colore politico: che è la ragione per cui il tono esagitato e il modo di argomentare di Raimo sono indistinguibili dal tono esagitato e dal modo di argomentare di un attivista di CasaPound. Nella prima parte della mia recensione evoco un mondo, quello della mia infanzia e prima adolescenza, nel quale il problema dei ‘devianti dalla norma’ per ragioni fisiche o psicologiche o sociali veniva risolto attraverso la semplice espulsione dal sistema scolastico, o dal rifiuto di riconoscere il problema (i bambini problematici, i bambini caratteriali). A un certo punto, come scrivo, i non adeguati al sistema toglievano l’incomodo, regalando agli adeguati rimasti in classe il sollievo vile di chi contempla un naufragio dalla spiaggia (secondo – aggiungerebbe Raimo – la celebre immagine lucreziana). L’io che rievoca quel mondo era uno di quegli ‘adeguati’: espressioni come «non vederlo più fu un piacere per tutti» e «esseri umani del genere» sono (sembra incredibile doverlo esplicitare a lettori italofoni) usate contro di lui, cioè contro un mondo che per i ragazzini non conformi alla norma aveva la stessa sensibilità che si ha per i vestiti fallati, nonché per introdurre nel discorso (seconda parte della recensione) la figura di chi invece ai ‘difettati’ ha dedicato la vita: «un uomo che ha scelto di vivere nel modo opposto a quello in cui quasi tutti noi scegliamo di vivere, compresi quasi tutti gli educatori democratici a mezzo servizio, cioè senza mettere una parete tra sé e i Massimo e i Giacomo difettati che io ho evitato con tanta cura» (un uomo, aggiungo, che aveva la buona sorte di vivere in un contesto comunicativo in cui era possibile scrivere – pesco da I vagabondi efficaci – una frase come «una vera e propria feccia di ragazzini devianti» senza che lettori scriteriati la estrapolassero dal contesto per ritorcergliela contro).

Quanto alla sostanza, lo spirito della setta si riconosce facilmente perché ciò che gli sta a cuore non sono le idee ma i nomi, e i nomi in quanto sineddochi di appartenenza. Raimo sembra davvero pensare che non solo i pedagogisti ma tutti gli esseri umani si dividano in freinetiani, milliani, foucaultiani, cioè che ci si ispiri all’opera di un altro studioso o intellettuale col medesimo spirito (di setta, appunto) con cui ci si iscrive a un partito politico. Ma non è così. Le persone serie, quelle che hanno qualcosa da dire (e Deligny certamente di cose da dire ne aveva) non sono né freinetiane né milliane né foucaultiane. La bibliografia che Raimo allinea con lo zelo del dottorando in trance agonistica non illumina in nessun modo il libro del quale stiamo parlando. Che Deligny appartenga a una genealogia di studi pedagogici è un fatto scontato. Ma risolvere la sua opera e la sua scrittura in questa genealogia – lo dice molto bene Luigi Monti nelle note ai Vagabondi efficaci – significa non coglierne la specificità, e anche l’esigenza di autonomia rispetto alla cosiddetta educazione progressiva.

Quanto a quest’ultima, non si tratta di un’invenzione di quel ‘comunismo democratico’ che Raimo rimpiange (e che io rimpiango di meno solo perché a me pare di vedermelo continuamente attorno). Quando si dice, come dico nella mia recensione, che Deligny adotta i princìpi e le pratiche della pedagogia attiva, il rinvio al comunista Freinet è ovvio per chiunque si occupi di queste cose; ma è altrettanto ovvio quello a Dewey, che comunista non era, o ad altre analoghe esperienze di inizio secolo, anche in Italia, anche in ambito cattolico. Si tratta di un fascio di influenze nel quale è difficile sceverare, specie nello spazio di una recensione su un quotidiano, anche perché (forse conviene dirlo, perché chi non ha letto Deligny a questo punto si aspetta un trattatista alla Dewey, appunto, ciò che Deligny ovviamente non è) di tutto questo apparato teorico-pedagogico non c’è la più pallida traccia negli scritti raccolti in questo libro: c’è solo il resoconto – divertente, caotico, beffardo, spesso anche retorico e autocelebrativo – di un lavoro di cura e di educazione a beneficio di coloro che è più difficile educare.

In questo quadro, è ininfluente il fatto che Deligny fosse iscritto al partito comunista? Ma certo che non lo è, e perciò lo esplicito (quattro volte) nella mia recensione: perché da lì, da quell’area politica, ha preso le mosse molta della pedagogia più intelligente del ventesimo secolo. Raimo mi rimprovera di averne fatto invece un liberale “contro lui stesso”, e “un anticomunista senza saperlo” (cosa che non ho mai né pensato né scritto: ma evidentemente va tutto bene contro i disonesti, anche la disonestà). Ma questo è, un’altra volta, il contrario rispetto a ciò che sostengo, è un’altra volta un caso di scambio tra i nomi e le idee. Io non credo e non dico che Deligny sia stato un liberale. Nel finale della recensione io dico che i liberali dovrebbero imparare da Deligny perché la sua visione della vita e dell’istruzione – liberare i bambini e i ragazzini dalle prigioni e dai manicomi, assecondare i loro talenti senza volerli coartare in un modello educativo astratto e senza legarli al banco di scuola: “Se vuoi fare il tuo mestiere, falli giocare, giocare, giocare” – è una visione che essi dovrebbero trovare congeniale: se hanno letto bene il loro Mill, sanno che devono tenere sempre aperte le orecchie per captare idee nuove e interessanti, da qualsiasi parte vengano, sanno che devono, sì, appropriarsene – per loro, avere forti opinioni è quasi sempre un altro nome del conformismo, o della stupidità.