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Su “Dante” di Alessandro Barbero

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 6 dicembre 2020

Non è mai male cominciare dall’autobiografia. Una ventina d’anni fa Marco Santagata mi chiese di commentare le Rime di Dante per l’edizione delle opere minori che lui dirigeva per i Meridiani Mondadori. Commentare Dante è una meraviglia, sia perché è Dante sia perché i suoi testi – le liriche non meno della Commedia – obbligano a pronunciarsi su un’enorme quantità di questioni che attengono alla letteratura, alla filologia, alla storia delle idee, e quindi obbligano a studiarle, queste questioni, e non c’è forse modo migliore di passare il proprio tempo. Tutto bene? Non tutto, perché commentare Dante significa anche fare i conti con una bibliografia sterminata, e inevitabilmente piena di argomentazioni e ‘scoperte’ anche improbabili o assurde. A fine giornata, avevo spesso l’impressione di aver imparato tante cose, ma anche di aver perso un mucchio di tempo a maneggiare ectoplasmi. Poi un giorno mi è successo di leggere il commento di un (ottimo) studioso al passo della Vita nuova in cui Dante racconta di aver visto Beatrice in chiesa e, tra lui e Beatrice, un’altra donna: «nel mezzo di lei e di me per la retta linea sedea una gentil donna di molto piacevole aspetto». Il commento diceva: «la precisazione per la retta linea potreb­be alludere al nome della donna, Fioretta (protagonista di Per una ghirlandetta), che suona fio-recta, cioè ‘mi trovo in linea retta’». Il vaso, la goccia. Io non potevo passare la mia vita in mezzo a queste follie, dovevo fare altro.

E altro ho fatto, soprattutto, negli anni successivi, sempre però leggendo molto su Dante, e un po’ scrivendone: come quando da due pacchetti al giorno si passa a una, due sigarette dopo i pasti. In questo razionamento, ho particolarmente apprezzato le ricerche degli storici medievali, che hanno cercato di illuminare i testi e il contesto di Dante frugando tra i documenti d’archivio, o valorizzando dati e relazioni a cui gli studiosi precedenti non avevano prestato sufficiente attenzione. Così mi sono molto rallegrato quando mi hanno detto che Alessandro Barbero stava lavorando a una nuova biografia di Dante: il punto di vista di uno storico così bravo avrebbe portato sicuramente qualcosa di nuovo e di interessante, e senza le sciocchezze che infestano troppo spesso l’esegesi dantesca. Il collega che mi ha dato la notizia si aspettava un libro un po’ romanzato ad uso del grande pubblico, un libro senza note, perché uno che negli ultimi cinque o sei anni ha pubblicato saggi di centinaia di pagine su argomenti tanto diversi quanto la battaglia di Lepanto, l’impero di Costantino, la disfatta di Caporetto, e in più racconti e romanzi, e una pioggia di podcast fatti benissimo, uno così indaffarato non poteva certo trovare il tempo di scrivere un saggio scientifico su Dante Alighieri. «Cioè, speriamo di no…», non ha detto il collega, ma lo ha pensato.

E invece.

E invece questo Dante di Barbero è un documentatissimo saggio scientifico. La cosa può sorprendere chi conosca soltanto il narratore o il divulgatore. Non sorprende chi sa che il Medioevo è il campo nel quale Barbero è più preparato; e che durante tutta la sua carriera ha studiato in maniera molto originale e intelligente le intersezioni tra storia e letteratura, a partire da un libro pubblicato a poco più di vent’anni, Il mito angioino nella cultura italiana e provenzale fra Duecento e Trecento, sino a saggi più recenti tra i quali va citato almeno, perché non abbastanza noto, La società trecentesca nelle novelle di Boccaccio («Levia Gravia», 8, 2006), nel quale Barbero fa a pezzettini la tesi così cara agli italianisti del Decameron come manifesto borghese anti-aristocratico, epopea dei mercatanti eccetera.

I primi capitoli di questa biografia, che sono anche i più appassionanti, ricordano l’impostazione di quel saggio su Boccaccio, perché Barbero torna sull’annosa questione della nobiltà di Dante, anzi per citare Petrocchi della «piccola nobiltà» alla quale Dante sarebbe appartenuto, e la nega con dovizia di argomenti e osservazioni acute. Non nobile, Dante era un borghese relativamente benestante, che grazie alle rendite familiari non doveva lavorare per vivere, e che migliorò il suo status grazie a un’intelligenza e un talento fuori del comune e, soprattutto, grazie al matrimonio con una Donati. Non nobile, partecipò però, con cavallo e armatura, alla battaglia di Campaldino, e forse non solo a quella, insieme a cavalieri addobbati. Vale a dire che – si tende a dimenticarlo, quando si ragiona del giovane Dante – l’uomo che verso la fine della sua vita scriverà questi versi meravigliosamente pacificati, fingendo di contemplare da un punto remoto dello spazio la Terra, «L’aiuola che ci fa tanto feroci, / volgendom’io con li etterni Gemelli, / tutta m’apparve da’ colli a le foci», quest’uomo, quando aveva poco più di vent’anni, aveva forse ucciso, e sicuramente aveva visto uccidere: non quello che ci si aspetta da un così raffinato poeta lirico…

Dopo questo inizio anche narrativamente molto felice, Barbero entra nei dettagli, in tutti i dettagli della vita di Dante. Il lettore abituato ai suoi saggi divulgativi farà fatica a seguirlo: ma questo libro non è per lui. Il lettore specialista ammirerà la larghezza d’informazione e la sicurezza di giudizio, e anche il modo in cui Barbero sa passare dalla fredda analisi dei dati, per esempio la rassegna delle proprietà e delle rendite della famiglia Alighieri, a considerazioni suggestive: «La proprietà terriera, per questa gente, era carica di valenze affettive e identitarie […]. Quando pensiamo a Dante, dovremmo ricordarci che i nomi di Pagnolle, di Camerata, della Piagentina molto probabilmente facevano vibrare una corda della sua anima» (non lo si può dire anche di alcuni dei tanti toponimi che s’incontrano nella Commedia?). Quanto a me, gioisco soprattutto per la cautela con cui Barbero tiene distinti i pochi fatti accertabili a partire dai documenti dalle tante ipotesi; per la sobrietà che lo porta a scrivere cose come «Chi scrive mentirebbe se affermasse d’aver capito tutto» o, più di una volta, «è inutile chiederselo, perché non lo sappiamo»; e per l’estrema discrezione con cui si serve delle fonti poetiche per illuminare la biografia di Dante, una discrezione che mi pare ignota alla gran parte dei dantisti.

E può darsi addirittura che nei pochi casi in cui Barbero legge i versi di Dante per capire qualcosa di Dante-uomo o dei suoi amici il giudizio avrebbe dovuto essere ancora più circospetto. Non credo ad esempio che sia opportuno riferire a Brunetto Latini il sospetto di pedofilia che Boccaccio, nelle Esposizioni, solleva a proposito di Prisciano e degli altri maestri di grammatica (pp. 87-88). Non credo che il sonetto cavalcantiano I’ vegno ’l giorno a te infinite volte possa sopportare l’interpretazione politica – Dante ‘passato al governo del popolo’, dopo una giovinezza a contatto coi magnati – che Barbero propone, in larga compagnia di dantisti (pp. 127-28). E non direi che, nel dialogo con Cacciaguida a metà del Paradiso, il timore di offendere qualcuno con i suoi versi («a molti fia sapor di forte agrume») vada riferito agli Scaligeri (pp. 250-51): Dante pensa qui a tutti quelli che ha incontrato, e ai tanti di cui ha sparlato, attraverso l’intero suo viaggio ultraterreno. Minuzie: che non tolgono niente a questo bellissimo libro, destinato a restare.

Alessandro Barbero, Dante, Laterza 2020, pp. 353, 20 euro.