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Togliatti. La fabbrica della Fiat

di Claudio Giunta

Linkiesta, 10 ottobre 2020

Cinquant’anni fa veniva inaugurato a Togliatti, mille km a sud-est di Mosca, uno stabilimento automobilistico costruito dalla Fiat. È una storia Italo-sovietica molto interessante, e anche piuttosto allegra, il che è raro. Giovanna Silva e io siamo andati a Togliatti e abbiamo intervistato chi c’era. E poi abbiamo fatto lo stesso a Torino e dintorni. Io ho scritto il testo, lei ha fatto le foto, che sono bellissime. Il libro si trova in libreria, e nel sito di Humboldt Books. Eccone un pezzettino: 

… Ed eccoci qui, una bella mattina di luglio, in una scuola della città di Togliatti con davanti, seduti a semicerchio, dodici «veterani dell’Autovaz», nove uomini e tre donne tra i settanta e gli ottant’anni, qualcuno vestito casual, qualcuno con l’abito scuro e una panoplia di medaglie sul petto (la più ambita e rara, quella di «Eroe del lavoro socialista», ce l’hanno solo in due), tutti molto sorridenti, curiosi di noi quanto noi di loro.

Il vago senso di irrealtà che proviamo, l’impressione di essere dentro una sceneggiatura, dipende dal fatto che quella in cui ci troviamo non è una scuola qualsiasi: è la scuola statale numero 23 «Palmiro Togliatti», e l’aula è la biblioteca-museo a lui dedicata, una bella sala ampia piena di cimeli togliattiani: un busto in gesso, foto di Nilde Iotti e della figlia adottiva Marisa in visita alla scuola durante il viaggio di nozze di Marisa, altre foto in bianco e nero di varie autorità sovietiche e italiane, le pizze di un film su Togliatti che annualmente si proietta a beneficio dei nuovi scolari, bandierine, gagliardetti, poesie.

Sulla parete in fondo, un Togliatti anziano saluta col pugno chiuso, con alle spalle un drappo rosso e lo stendardo dell’«Unità». È uno straniante ritorno agli anni Cinquanta, ma quando domandiamo alle professoresse della scuola come ha fatto, tutto questo apparato, a reggere l’assalto del tempo, come mai la scuola non ha cambiato nome dopo il 1989, liquidando i cimeli – come mai non l’ha cambiato la città! – le professoresse ci spiegano che onorando Togliatti loro non onorano il capo del Partito comunista italiano ma l’antifascista. Come De Gaulle. Come Stalin. Quanto alla città, in effetti dopo l’89 alcuni liberi pensatori hanno cominciato a farsi delle domande, e nel 1996 sono anche riusciti a organizzare un referendum che mirava a restituire alla città il suo nome storico, Stavropol-sul-Volga. Ma più del 70% degli abitanti ha votato contro, e Togliatti è rimasta Togliatti.

Ricapitolando: siamo nella città di Togliatti, nella scuola Togliatti, nella biblioteca-museo intitolata a Togliatti e, mancava l’ultimo anello, uno dei nostri ospiti ci ha appena mostrato il modellino di un monumento a Togliatti che si progetta di sistemare nell’erigendo «Parco Italiano di Togliatti» (in mezzo a due valve in cristallo un podio anch’esso in cristallo, e sopra il podio un busto di Togliatti giovane, quasi imberbe, con cappello da alpino: forse persino troppo giovane dato che risulta irriconoscibile a noi, figuriamoci agli abitanti della città, «ma è per dare un’idea di freschezza»).

A noi, adesso. Intervistare dodici ottuagenari russi mai visti prima ignorando il russo non è un’impresa da poco, nonostante la puntuale traduzione di Julia. Bisognerebbe prenderli uno a uno, lasciarli parlare a lungo a ruota libera, senza fare domande. Ma non basterebbe ancora. Non siamo abbastanza esperti di russo e di cose russo-sovietiche per sapere se è un tratto caratteristico del popolo o se è una cosa legata all’età, alla vecchiaia, fatto sta che tutti i nostri interlocutori qui sono terribilmente formali, o diciamo pure ingessati, restii a parlare di sé: ma neanche restii, proprio non abituati a farlo, educati più ancora che al riserbo all’oblio dei propri pensieri e delle proprie emozioni.

Vorremmo da loro dei ricordi personali, degli aneddoti, vorremmo parlare di cose concrete come il cibo, il freddo, la fatica, i soldi, il sesso, ma otteniamo solo dei complimenti, dei saluti da trasmettere «ai valorosi colleghi della Comau», come se la retorica dei discorsi ufficiali ascoltati nell’età sovietica, dei filmini di propaganda visti a scuola o in TV gli fosse entrata a tal punto sottopelle da informare anche le loro libere conversazioni, specie quelle con gli stranieri.

Questo non vuol dire che i complimenti non siano sinceri, anzi; ma dopo quasi due ore di conversazione sul taccuino ho quasi solo espressioni di gratitudine e stima per gli italiani, e nostalgia per la bella collaborazione con quelli che ormai sono puri nomi: «il signor Bardella», «il signor Amoroso», «il signor Franco Albertone», che abbiamo già incontrato, «il cavalier Cremonini». A parte questo, resta in tutti l’orgoglio di aver partecipato a quella cosa in fondo rarissima, per uomini e donne vissuti nel secondo Novecento, che è una fondazione:

«Quanto lavoravate?».
«Quanto serviva».
«E quanto serviva?».
«Almeno otto, dieci ore al giorno».
«E dopo il lavoro cosa facevate?».
«Altro lavoro».
«Come altro lavoro?».
«Smontavamo dalla fabbrica e andavamo a dare una mano ai muratori che costruivano le case, i negozi, gli asili, la biblioteca».
«E dopo il secondo lavoro?».
«Costruivamo casa nostra. O se era bel tempo andavamo sul Volga a piantare gli alberi. Perché tutto era da fare, e abbiamo fatto tutto. Un giorno, doveva essere il 1970, sono venuti in visita dagli Stati Uniti il figlio di Henry Ford e Lee Iacocca, che allora era il presidente della Ford, e non credevano ai loro occhi, non riuscivano a credere che avessimo costruito una fabbrica e una città in così poco tempo».

Alla fine provo anche a scandire il nome di mio zio, Ar-nal-do La-va-gna. Oggi avrebbe più o meno l’età dei dodici veterani dell’AutoVAZ riuniti in questa stanza: sicuramente li ha incrociati, nel suo semestre di operaio a Togliatti. Ma nessuno l’ha mai sentito nominare. «La fabbrica era grande, gli italiani erano centinaia, e ormai i nomi chi se li ricorda più… Magari vedendo una foto…». Ma la foto non ho pensato di portarla. Azzardo una descrizione sommaria che Julia traduce sommariamente, ma mi sento come Gassman in quella scena sublime del Gaucho in cui incontra uno di Testaccio in mezzo alla pampa argentina e gli domanda se per caso conosce Armando. «Armando chi?», fa l’altro. «Armando Gentilini, unoooo…», e con le braccia mima la stazza di un tipo corpulento.

Ma Giovanna scatta le foto più belle dell’intero viaggio.