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I misteri di Alleghe, sessant’anni dopo

di Claudio Giunta

Il Foglio, 22 agosto 2020

 

La non-fiction criminale ha una tradizione illustre che di solito si fa rimontare a A sangue freddo di Capote (1966) e di solito si fa culminare nell’Avversario di Carrère. Il lettore italiano oggi pensa a Gomorra, ma dovrebbe pensare invece a L’erede di Gianfranco Bettin o al capolavoro che è il memoir-inchiesta L’abusivo di Antonio Franchini, o… Molto prima che la non-fiction andasse di moda, prima anche che il New Journalism somministrasse ai giornalisti-scrittori la sua contaminazione di oggettività e arbitrio narrativo («L’idea – spiegava Tom Wolfe – era di fornire una piena descrizione oggettiva, con in più qualcosa per cui i lettori si erano sempre dovuti rivolgere a romanzi e racconti: vale a dire, la vita soggettiva o emotiva dei personaggi»), Sergio Saviane pubblicò I misteri di Alleghe.

Saviane (1923-2001) si ricorda oggi soprattutto come giornalista di costume e come uno dei primi critici televisivi italiani (i meno giovani ricordano la sua rubrica sull’«Espresso», i non più giovani ricordano «Il Male», di cui era co-fondatore e redattore), ma era nato come narratore (col romanzo Festa di laurea nel 1960 vince il premio Viareggio per l’opera prima) e critico letterario. Quanto al libro in questione, e alla vicenda raccontata nel libro, conviene partire da più lontano.

Sessant’anni fa esatti al tribunale di Belluno si chiudeva una storia criminale che di anni ne era durati ventisette. Nel maggio del 1933 una cameriera dell’albergo Centrale di Alleghe, Emma De Ventura, era stata trovata morta con la gola tagliata da un colpo di rasoio. Suicidio, secondo il medico del paese e secondo la polizia. «Emilio caro, è trascorso già quattro settimane da che qui più non si vediamo…» – così cominciava una lettera che gli inquirenti avevano trovato nella sua stanza, interrotta dopo le prime righe. Abbandonata da Emilio, scontenta del suo lavoro di cameriera, Emma non aveva resistito e si era tolta la vita. Passa però qualche mese, e a dicembre, in riva al lago semi-ghiacciato, a poche decine di metri dall’albergo, viene trovato il cadavere di Carolina Finazzer, giovane moglie di Aldo Da Tos, uno dei figli del proprietario del Centrale, Fiore Da Tos (i due, Carolina e Aldo, erano appena tornati dal viaggio di nozze nelle città d’arte). Breve indagine, e anche questa morte viene archiviata come suicidio. Il medico condotto conferma, il segretario del Fascio locale, il commendator Raniero Massi, trova il modo di zittire i genitori di Carolina che chiedono indagini più accurate. Arriva e passa la guerra, e in una notte di novembre del 1946 muoiono ammazzati con due colpi di pistola i fornai del paese, Luigi e Luigina Del Monego.

Quattro morti misteriose in poco più di dieci anni, in un paese di qualche centinaio di anime. La voce corre. Alleghe si merita il nomignolo di «Montelepre del Nord» (a Montelepre, vicino Palermo, in quegli anni imperversava il bandito Giuliano), i turisti cominciano a stare alla larga; Giovanni Comisso scrive un racconto intitolato La piccola valle, liberamente ispirato alla vicenda. Per l’assassinio dei Del Monego s’incrimina un balordo del luogo, che però viene presto rimesso in libertà. Più che brancolare nel buio, come nei film, la polizia sembra essersi dimenticata del caso: e del resto è il dopoguerra, le armi che circolano sono tante, e con la guerra e la guerra civile si è fatto il callo alla violenza e alle vendette.

È a questo punto che entra in scena Saviane, che ad Alleghe villeggiava da ragazzo, e aveva ascoltato le chiacchiere dei paesani sulle morti del 1933, e i sospetti intorno agli albergatori del Centrale. Conosceva bene i Del Monego, e la notizia della loro morte lo mette in sospetto: che sia legata a quelle di Emma e di Carolina, tredici anni prima? Che i due fornai avessero visto o sapessero qualcosa che non dovevano vedere o sapere? Torna ad Alleghe, discretamente interroga, indaga. Ci torna ancora negli anni successivi, e nell’aprile del 1952 pensa di saperne abbastanza da poter pubblicare un lungo articolo sul settimanale «Il lavoro illustrato» che riassume la vicenda insinuando il dubbio, o più di un dubbio, circa la ricostruzione degli inquirenti, e parlando di omertà e di testimoni intimiditi: «Se volessimo, pertanto, fare quel passo indietro, non potremmo certo concludere che Emma si sia data la morte con le proprie mani […]; né, d’altro canto, potremmo concludere che la Finazzer si sia buttata da sola nel lago: infatti fu ritrovata col ventre completamente vuoto, i denti stretti, e proprio a due passi dal Centrale, da casa sua cioè». Inoltre, riferisce Saviane, la notte della morte di Carolina Finazzer i coniugi Del Monego sentirono i passi pesanti di qualcuno che andava verso il lago, al buio: e quel qualcuno, sentendosi minacciato, potrebbe aver voluto togliere di mezzo questi testimoni.

L’articolo viene letto ad Alleghe. Piace a coloro che avevano parlato con Saviane, e che tra mille esitazioni lo avevano incitato a scrivere per far sì che il caso venisse riaperto; non piace a Fiore e ad Aldo Da Tos, che citano in giudizio Saviane per diffamazione e vincono la causa: condanna a otto mesi di reclusione con la condizionale e 700.000 lire ai Da Tos per danni morali.

È il febbraio del 1953 e la questione sembra chiusa, ma non lo è. L’articolo di Saviane ha smosso le acque, i carabinieri non archiviano l’indagine e in capo a qualche anno (i tempi non sono strettissimi, qualche indiziato e qualche testimone nel frattempo muore per conto suo, nel suo letto) incriminano la famiglia Da Tos quasi al completo. Il processo si apre nel marzo del 1960 davanti a un folto pubblico di curiosi e di giornalisti («Il Gazzettino», annota Saviane, manda addirittura due inviati, con paginate di aggiornamenti e pezzi di contorno, in un’epoca in cui le cronache di nera, se non proprio asciutte, non erano nemmeno soapizzate come sono oggi), e nel corso del dibattimento viene fuori una storia da film horror che conferma nella sostanza i sospetti di Saviane: i Del Monego uccisi perché testimoni dell’assassinio di Carolina; Carolina uccisa perché testimone dell’assassinio della cameriera Emma (il neo-marito Aldo glielo confessa in un momento di tenerezza); e la povera Emma uccisa perché… E qui si apre un prequel raccapricciante, con un figlio illegittimo della signora Da Tos che un giorno forse va a trovare la madre e reclama i suoi diritti sull’albergo, sull’eredità, ma non fa i conti con Fiore Da Tos, che forse lo uccide e lo fa a pezzi (una mano umana viene forse vista da un paio di clienti inorriditi in mezzo alle frattaglie, nella macelleria di famiglia); i pezzi vengono forse trovati per caso da Emma, che parla o vorrebbe parlare, e per questo motivo… Forse: perché è passato un quarto di secolo, e chi c’era allora non sa o non ricorda bene, o è morto.

E nel 1964 Saviane racconta tutta la storia nei Misteri di Alleghe, Mondadori (copertina memorabile coi primi piani degli imputati a processo), un po’ ricamando, da romanziere, sulle parole e i pensieri dei personaggi, ma su una trama di dati oggettivi, verificati con scrupolo di cronista: la ricetta del new journalism secondo Wolfe, appunto.

C’è una poesia famosa di Sereni, Intervista a un suicida, che ha questo finale memorabile: «Pensare … cosa può essere un uomo in un paese, / sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante / e dopo / dentro una polvere di archivi / nulla nessuno in nessun luogo mai». Ecco, leggendo I misteri di Alleghe si trema non tanto per la storia sanguinosa dei Da Tos (Saviane è bravo, ma né la costruzione del racconto né la scrittura sono all’altezza di una vicenda che avrebbe meritato un Simenon o uno Stephen King) quanto perché si ricava, fortissima, l’impressione di cosa volesse dire vivere in un paesino isolato fino alla metà del Novecento, cioè prima dell’automazione di massa, della TV, della lavatrice, degli impianti sciistici, uno di quei borghi che si ravvivavano per poche settimane d’estate, per l’arrivo di una manciata di villeggianti, e poi per il resto dell’anno si addormentavano nel gelo. Ci si ricorda di quanto fosse facile morire bambini, soprattutto se indigenti, con nidiate di cinque, sei fratelli dei quali solo un paio arrivavano alla maggiore età. Ci si ricorda di quanto fosse grama la vita delle ragazze povere in età da marito, costrette a servire o a fare da balia, e come unica via d’uscita il matrimonio con un semi-sconosciuto oppure l’adulterio e l’infamia. E delle malattie nervose si diffidava, si aveva paura, perché nessuno sapeva bene che cosa fossero. Aldo da Tos, forse omicida forse solo correo o testimone, macellaio di professione, soffre chiaramente di mal caduco o epilessia o narcolessia, o comunque precisamente si chiami la malattia che ha queste spaventose manifestazioni: «in paese dicevano che era affetto da mal caduco, quando lo vedevano saltare per terra o perdere i sensi, lasciarsi cadere d’un tratto, abbandonando il bicchiere o le carte da gioco, con lo sguardo nel vuoto». Ma il medico condotto dice che non c’è da preoccuparsi, e la famiglia è d’accordo, e Aldo viene trattato come il figlio scemo da mettere sotto tutela.

E la semplice impossibilità di sapere, di informarsi. Gli articoli, stampati un certo giorno, già il giorno dopo non si trovano più. Il carabiniere che indaga sugli omicidi ha saputo per caso dell’articolo di un giornalista passato da Alleghe, nessuno si ricorda bene il nome. Il carabiniere cerca di recuperare l’articolo, ma invano. «Le poche persone che glielo potevano far leggere avevano bruciato il giornale e non era facile trovarlo. Erano rimasti con la curiosità per molto tempo. Finché, pochi mesi prima dell’arresto di Gasperin, Ermanno De Toni gliel’aveva fatto leggere». E così il carabiniere Ezio Cesca capisce che lui e Saviane hanno seguito la stessa traccia, «fatto le stesse supposizioni, legando i delitti tra di loro». Mancando la memoria dei giornali e della TV, i contatti essendo radi e difficili, fioriscono le fake news, proprio come oggi, ma più di oggi ardue da confutare. Così qualcuno dice che Sergio Saviane è morto e non può più parlare dei fatti di Alleghe, e nessuno lo cerca più: ma in realtà il morto è un cugino di Saviane.

In più, tutto comincia nei primi anni Trenta, col fascismo in piena salute, e, come s’è accennato, un qualche ruolo nella vicenda ce l’ha, tra gli altri, il segretario del Fascio, che quasi certamente copre i colpevoli e intimidisce i testimoni, o dà man forte agli intimidatori, e poi la fa franca, uscendo pulito anche dal processo del 1960, bell’esempio di continuità tra fascismo e post-fascismo: «il commendator Raniero Massi, dopo aver rischiato di essere incriminato per reticenza e per le contraddizioni in cui cadeva di continuo […] è tornato alla sua esistenza di vecchio pensionato».

Ma soprattutto, chi oggi è turbato dalla violenza dei social network può fare un’utile gita d’istruzione in un mondo nemmeno così remoto in cui, un po’ come nel vecchio West, il tutore della legge, il prete e i maggiorenti locali decidevano per il bene o per il male della vita di tutta una comunità, e poteva accadere che un villain da romanzo come Fiore Da Tos – uomo avido, dispotico, maritato alla figlia dei padroni dell’albergo Centrale, ossessionato dal pensiero che un figlio non suo potesse mettere le mani su un pezzo del suo patrimonio, su un frammento della sua roba – per un quarto di secolo tenesse in ostaggio dell’omertà un intero paese e trasformasse in criminali tutti i suoi familiari: «Fiore era lucido nelle sue supposizioni. Ora che aveva coinvolto i figli, era sicuro di averli completamente in mano. Li aveva messi tutti alla pari. Elvira ci aveva impiegato parecchi anni a capire il marito e s’era sottomessa con fatica, ma i figli e il genero, abituati sempre ad obbedire, a non giudicarlo, a non discutere i suoi voleri, s’erano piegati senza sforzo ad ogni suo desiderio».

Storia tremenda e affascinante, in America sarebbe già una serie TV; ma intanto si potrebbe ristampare il libro, che merita, e avrebbe un pubblico.