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Dante profeta?

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 12 luglio 2020

«Dante, io credo, aveva avuto esperienze che egli riteneva di una certa importanza». Dopo tanto leggere e meditare, questa frase sempliciotta di un amatore, non di uno studioso, T.S. Eliot, finisce per essere quella che ancora definisce meglio, cioè con minor coefficiente di arbitrio, la singolare personalità artistica di Dante Alighieri.

Quali furono queste esperienze «di una certa importanza»? Ci fu l’innamoramento per una ragazza morta giovane, Beatrice Portinari, un innamoramento che Dante trasfigurò in una vicenda di miracolo e di redenzione; ci fu la condanna all’esilio, e vent’anni di contumacia con i pericoli e la miseria che questa portava con sé, dal 1301 alla morte nel 1321; e ci fu… Qui le cose si complicano, perché la terza esperienza è quella che si trova raccontata nella Commedia, e mentre le prime due sono state certamente reali, radicate nella biografia, questa è un’opera dell’immaginazione, benché il protagonista si chiami Dante e presenti la sua avventura ultraterrena non come un sogno ma come un avvenimento verificatosi nel mezzo del cammino della sua vita.

Non basta: all’interno di quest’opera d’immaginazione che si presenta come referto di un’esperienza reale Dante dissemina una serie di profezie che riguardano sia il destino del mondo dopo l’anno 1300, quando il viaggio ultraterreno ha luogo, sia il suo proprio destino. Non basta ancora: queste profezie appartengono in parte alla categoria che si definisce post eventum, vale a dire che il poeta annuncia o meglio fa annunciare a un suo personaggio, adoperando un verbo al futuro, eventi che si sono già verificati nel lasso di tempo che intercorre tra la data del viaggio di Dante e la scrittura del poema (per esempio: «Dopo lunga tencione / verranno al sangue e la parte selvaggia / caccerà l’altra con molta offensione»: questa resa dei conti tra Bianchi e Neri, vaticinata da Ciacco, ha già avuto luogo quando Dante scrive); ma in parte sono profezie reali, affidate a un futuro che Dante può solo immaginare, o meglio sperare, come quella relativa al riscatto della Chiesa dalla cattività avignonese e alla prossima vendetta di un «cinquecento diece e cinque», cioè di un imperatore, che Dante fa pronunciare a Beatrice nell’ultimo canto del Purgatorio.

A questo aspetto cruciale e complesso della Commedia, la sua dimensione profetica, è dedicato questo bel volume curato da Giuseppe Ledda. Il tema ha alcuni snodi quasi obbligatori, e tra l’altro, dal lato storico, il rapporto tra il profetismo dantesco e la predicazione di Gioacchino da Fiore, con i suoi riflessi sul pensiero di francescani spirituali (Pietro di Giovanni Olivi, Ubertino da Casale) che a Dante poterono essere familiari; dal lato storiografico, la verifica delle tesi di Bruno Nardi, il cui saggio Dante profeta, pubblicato nei primi anni Quaranta, ha riaperto la moderna discussione critica sull’argomento. Il saggio di Sergio Cristaldi che apre il volume è una guida eccellente sotto entrambi gli aspetti (e in realtà molto di più perché la questione del profetismo viene calata da Cristaldi in una storia dell’interpretazione della Commedia dal Trecento ai giorni nostri dalla quale può imparare qualcosa anche il lettore esperto: tanto è vero che anche il riepilogo di cose note può riuscire illuminante, se il punto di vista dal quale si guarda è originale). I saggi successivi si possono riunire in due famiglie, a seconda che studino la questione sotto il profilo generale, storico (Anna Rodolfi, che illustra i trattati profetologici del secolo XIII, con particolare riguardo per Tommaso d’Aquino), o approfondiscano il tale o talaltro aspetto del profetismo dantesco, con proposte inedite sulle possibili fonti (la Vita Mariae di Giacomo da Vitry, studiata da Francesco Santi), approfondimenti su intertesti già esplorati ma ancora potenzialmente ricchi di spunti (Niccolò Maldina e Paola Nasti sulla Bibbia, Giuseppe Ledda sui classici latini, Luca Azzetta sull’Epistola a Cangrande).

Il libro è pieno di dati e riflessioni interessanti, ed è un libro che parla di Dante – precisazione che può sembrare superflua, ma che superflua non è dal momento che gli studi danteschi degli ultimi anni, o decenni, sono spesso studi intorno a più che studi su: se ne esce dottissimi, ma sulle idee o sui versi di Dante non si è imparato granché. Qui no; e, tra tante questioni sottili che vi si discutono (a volte anche troppo sottili, a volte contro i dantisti bisognerebbe ritorcere Dante «Per apparer ciascun s’ingegna e face / sue invenzioni; e quelle son trascorse / da’ predicanti e ’l Vangelo si tace»), ne indico una che tanto sottile non è, e alla quale – lo dico con un po’ di vergogna – non avevo mai veramente pensato, o solo distrattamente: che, nella Commedia, Beatrice o Cacciaguida profetizzino si spiega, perché l’una e l’altro vedono il futuro nel «punto / a cui tutti li tempi son presenti» (Pd XVII 17-18); ma il dannato Ciacco? Il dannato Farinata? Perché mai, con quale giustificazione Dante fa loro dono della facoltà di prevedere il futuro? Rimando il lettore interessato al saggio di Anna Rodolfi (e naturalmente non conta, non conta mai, che la spiegazione sia del tutto convincente, conta aver posto bene il problema).

Poesia e profezia nell’opera di Dante, a cura di Giuseppe Ledda, Ravenna, Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali 2019.