Posted on

Cloruro d’ammonio (sempre sull’esame di maturità)

di Claudio Giunta

Il Foglio, 17 giugno 2020

C’è un racconto del Sistema periodico, Cromo, in cui Levi racconta un caso bizzarro della sua vita di chimico. Un giorno un collega gli dice di aver trovato nella formula di un antiruggine prodotto dalla sua ditta un componente che non avrebbe dovuto esserci, il cloruro d’ammonio. Stupito dalla cosa, il collega era andato dai capireparto a chiederne ragione, ma loro l’avevano liquidato: «Se il cloruro d’ammonio era in formula, era segno che serviva a qualcosa; a cosa servisse, nessuno sapeva più, ma che si guardasse bene dal toglierlo, perché “non si sa mai”». Il racconto ha poi una bella svolta inaspettata, che il lettore interessato potrà scoprire se vorrà. Qui interessa particolarmente la risposta dei capireparto, che non sanno a cosa serve il cloruro d’ammonio ma che a toglierlo non ci pensano nemmeno, perché se è lì vuol dire che a qualcosa serve.

Il cloruro d’ammonio di Levi mi è sempre sembrato, infatti, una perfetta metafora della scuola, dell’istruzione scolastica. I programmi scolastici sono pieni di cose che «stanno lì» perché qualcuno ce li ha messi tanti anni fa, e sulla cui funzione o utilità non solo si è smesso di interrogarsi, ma interrogarsi pare quasi indelicato: se ci sono, serviranno a qualcosa. Credo che i colleghi matematici o fisici potrebbero fare parecchi esempi più convincenti, e anche comici, ma poniamo: perché generazioni di studenti italiani hanno letto e leggono I promessi sposi di Alessandro Manzoni al secondo anno della scuola superiore? Perché così ha deciso il ministro Cesare Correnti nell’anno 1870: «Tra le cose dei moderni – scrive – stimiamo la più utile a leggere nelle scuole i Promessi Sposi, libro in cui la sincerità del pensiero la naturalezza delle imagini e la piana collocazione delle parole ottennero il pregio singolarissimo dell’evidenza e della singolarità». Ora, facendo notare che da allora sono passati centocinquant’anni non si vuole suggerire che I promessi sposi non andrebbero letti, o andrebbero letti quando gli studenti sono un po’ più grandi (Carducci, inascoltato, aveva proposto il quinto anno): può darsi che le cose vadano benissimo così, può darsi che il cloruro d’ammonio serva sempre a qualcosa. Per questa come per tante altre cose, però, a distanza di tanto tempo, si sentirebbe il bisogno di una riflessione, di una rimotivazione, magari partendo dal dato banale che I promessi sposi entrano nei programmi in ragione dell’essere «l’opera di un contemporaneo», da affiancare a Boccaccio o a Bembo o al Casa, e insomma un grande romanzo appena uscito dalla tipografia.

Mi pare che analoga riflessione e rimotivazione sarebbe opportuna in merito all’esame di maturità. In questo caso, il cloruro d’ammonio nella formula ce l’ha messo Giovanni Gentile, come tante altre cose. Solo che negli anni di Gentile l’esame di maturità era un esame-soglia che serviva a selezionare, entro una platea già molto selezionata, gli studenti destinati ad andare all’università. I bocciati erano più dei promossi. Col tempo, mille cose sono cambiate nella scuola italiana (per fortuna, la più parte) ma l’esame di maturità è rimasto al suo posto, solo con periodici maquillage che lo hanno reso sempre più facile, tanto che negli ultimi anni il numero dei promossi ha toccato o superato il 99% dei candidati. Serve ancora? Non certo a selezionare, non solo perché ‘scremare’ l’1% non vuol dire fare una selezione, ma perché il voto di maturità non ha alcun peso e valore nella successiva carriera studentesca o lavorativa degli interessati. E insomma, come il cloruro d’ammonio, la maturità è lì perché qualcuno, circa un secolo fa, ce l’ha messa: vanificata la funzione, è rimasta la cosa, ovvero la cosa rifunzionalizzata – non più esame vero e proprio ma rito del coming of age.

La mia opinione è che sarebbe saggio sbarazzarsi anche della cosa. Non solo perché non risponde più da tempo allo scopo per la quale è stata creata, essendosi dissolta insomma in retorica come tante cose italiane, ma anche perché costa un sacco di soldi. Quest’anno poteva essere l’anno buono, l’anno dell’inizio di un progressivo distacco dal rito: esami online (come si è fatto alle medie), senza commissari esterni puramente simbolici, senza assembramenti di studenti nelle scuole, senza convocazione di docenti già emigrati al paese natale per proteggersi dal virus, senza spese pazze per le mascherine, i gel, la sanificazione…  Invece no, esame in presenza, con sprezzo del pericolo e del risparmio, e gaudio dei sanificatori. E il 100% degli ‘esaminati’ promossi (con che faccia si potrà bocciare, con la scuola chiusa da più di tre mesi?). Perché, si è detto, non si voleva togliere ai ragazzi quest’emozione e questo ricordo, in un anno tanto amaro. Ma in realtà perché cancellare una cosa così grossa come l’esame di maturità costringe a riflettere davvero sul da farsi, a prospettare e studiare altre modalità di giudizio e selezione (alla fine delle superiori? All’inizio dell’università? Mai?), e insomma a ripensare e, dicevo, a rimotivare l’idea stessa di istruzione scolastica. E questo ormai – non per la povera ministra Azzolina ma per l’Italia, per gli italiani – è troppo difficile.