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Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca

di Claudio Giunta

Esce per Il Mulino questo libro su Tommaso Labranca. Comincia così:

All’inizio dell’Uomo col megafono George Saunders fa un esperimento. Prova a immaginare com’era la vita mentale di un essere umano del 1200 e la paragona alla vita mentale di un essere umano del 2000. I due esseri umani non sono diversi: pensano entrambi per gran parte del tempo a «genitori, mogli, figli, vicini di casa». Ma l’essere umano del 2000 è soggetto a influenze che non sono dirette, che non provengono dal mondo al quale fisicamente appartiene ma arrivano da fuori: «c’è una categoria di persone con cui io converso mentalmente e lui no; quelle lontane, che arrivano alla mia mente, con intenti diversi, per mezzo delle fonti ad alta tecnologia». Saunders ha in mente soprattutto voci invasive e moleste, le voci, potenziate dal megafono, dei persuasori che abitano i giornali, la TV, la rete, e aggravano i nostri malumori, le nostre nevrosi. È giusto, ma dispersi in questo coro di nemici o di falsi amici ci sono anche degli alleati preziosi: quelle voci remote sono anche le voci dei nostri scrittori preferiti, dei film che amiamo, dei cantanti con cui siamo cresciuti e che ci sono cari. Chiunque abbia una vita intellettuale degna di questo nome porta con sé un piccolo o grande patrimonio di questa natura, un gruzzolo di esseri umani lontani, nel tempo o nello spazio, con cui conversare.

Negli ultimi anni, tra le voci remote che mi giungevano dai giornali, dai libri o dalla rete, poche sono state tanto importanti per me quanto quella di Tommaso Labranca: importante non solo per le cose intelligenti che diceva ma anche e forse soprattutto per le sue note false, le sue incrinature, che mostravano come la vita lo stesse cambiando, o più precisamente – questa era la parola che mi sembrava più appropriata – come lo stesse sconfiggendo.

Labranca è morto il 29 agosto 2016 nel suo appartamento di Pantigliate, cintura di Milano. Aveva 54 anni. Un paio di giorni prima era uscita sul magazine del «Sole 24 ore» una mia recensione del suo ultimo libro, Vraghinaroda. Viaggio allucinante fra creatori, mediatori e fruitori dell’arte. Ero uno dei primi recensori del libro, se non il primo. Pochissimi lo avevano letto o lo stavano leggendo, pochi lo avrebbero letto dopo la sua morte, perché non era in vendita nelle librerie: se l’era autoprodotto lui, stampandoselo praticamente in casa. Di fatto, il nome della casa editrice, Ventizeronovanta, corrisponde al codice postale di Pantigliate. «Ventizeronovanta – ha scritto Luca Rossi nell’homepage del sito dopo la morte di Labranca – è una microcasa editrice nata nell’ottobre del 2013 da un’idea di Tommaso Labranca e Luca Rossi. È micro per statuto perché ci lavoravamo in due, con l’idea di stampare un numero limitato di libri all’anno in tirature molto ridotte e molto curate».

Qualcuno mi aveva detto che era uscito un nuovo libro di Labranca, e io l’avevo comprato sul sito. Una settimana dopo mi era arrivato il pacchetto.

Non avevo mai conosciuto Labranca, nonostante fosse uno scrittore che ammiravo, e speravo che questa recensione, elogiativa con alcune riserve, potesse essere la buona occasione: mi aspettavo un’email di ringraziamento o – dato che sapevo bene quanto Labranca fosse suscettibile – di ringraziamento e puntualizzazioni. Quando nel pomeriggio del 30 è arrivata la notizia della sua morte, il «Sole 24 ore» (il quotidiano, non il magazine) mi ha chiesto di scrivere in fretta un necrologio per l’edizione online. Ho fatto qualche domanda in giro, e un’amica giornalista mi ha detto che Labranca si era suicidato.

La notizia ha raddoppiato il dispiacere, ma non mi ha sorpreso troppo. Una vena di dolore, pessimismo, disperazione attraversa quasi tutti i libri di Labranca. In sé non vuol dire molto: dolore, pessimismo e disperazione sono le muse di molti scrittori. C’è questa bella risposta di Philip Larkin a chi gli domandava come mai le sue poesie fossero sempre così tristi: «Ma è l’infelicità che genera una poesia. Essere felici non genera poesie»[1]. È quasi sempre vero. Ma leggendo gli ultimi libri di Labranca, vedendo le sue rare interviste su YouTube (mai più di qualche centinaio di visualizzazioni), mi era sembrato che la sua non fosse la normale infelicità degli intellettuali, e neppure l’infelicità intermittente che provano tutte le persone coscienti, ma una specie di basso continuo di amarezza e prostrazione, e che amarezza e prostrazione non fossero una posa, che tra il suo sé reale e il sé depresso dei suoi personaggi non ci fosse in pratica alcun filtro, che quelle dei suoi libri, anche i suoi libri più o meno contaminati con la fiction, fossero quasi tutte pagine di diario. E poi mi ricordavo di tutte le volte in cui, nei suoi scritti degli ultimi anni, aveva lasciato cadere un’allusione al suicidio: un’intervista in cui gli avevano domandato «Come vorrebbe morire?», e lui aveva risposto «Presto»; una poesia che s’intitola Cupio dissolvi e che comincia così:

Nei giorni disadorni di questo agosto oscuro
Lo specchio sopra il muro non riflette alcun futuro

e finisce così:

Al buio la vita diventa un fastidio
E il lifting ideale rimane il suicidio.

E mi ricordavo dei suoi sogni di reclusione, di una specie di congedo dolce dal mondo: «Io ho da sempre un solo progetto. Fare i soldi necessari a cancellare la dimensione pubblica dalla mia vita. Niente più treni, cinema e pizzerie. Villa isolata sul lago di Zurigo». Sapevo anche che faticava a sbarcare il lunario, lo aveva scritto in un articolo sul settimanale «FilmTV»:

Mentre uscivo dal locale ho molto invidiato quel gruppo di fortunati dipendenti con tredici mensilità fisse, i ticket restaurant, malattie e ferie pagate. Concupivo quasi il loro caldo nido climatizzato, io che a ogni risveglio mi domando con angoscia: «Mi chiamerà qualcuno oggi per offrirmi un lavoro?». E ho risentito i moniti di mia mamma che non ho mai ascoltato: «Trovati un lavoro fisso. Altrimenti non avrai mai la pensione e ti toccherà scrivere Collateral per “FilmTv” anche quando sarai vecchio e malato. E non potrai mai permetterti un capodanno a Bahia».

E lo aveva ripetuto in una intervista che avevo trovato su YouTube, anche se qui con una riserva di speranza: «Ho un pensiero che nei momenti più difficili mi aiuta: “Se ce l’hai fatta finora puoi farcela ancora”».

Si era forse domandato perché, dopotutto, impegnarsi a farcela ancora, negli anni a venire, anni in cui farcela sarebbe diventato sempre più difficile? L’ipotesi del suicidio, anche se era soltanto una voce, sembrava sensata. Ho iniziato il mio necrologio così:

È appena arrivata la notizia della morte di Tommaso Labranca, a 54 anni, e non è ancora chiaro se si sia trattato di malattia o di suicidio. Ma del suicidio nessuno si stupirebbe: un po’ per il tipo di vita che ha fatto e un po’ per ciò che ha scritto soprattutto negli ultimi anni…

Qualche giorno più tardi ho provato a contattare un’amica di Labranca che lavora al «Sole 24 ore» per sapere se pensavano di fare una commemorazione, di scrivere qualcosa in memoria: nel caso, avrei partecipato volentieri. Non ho ricevuto risposta, e più tardi ho saputo che quell’articolo, l’inizio di quell’articolo aveva infastidito sia lei sia altri amici di Labranca, perché non era vero che si era suicidato, e comunque non si capiva bene perché uno che non l’aveva mai visto (io) si fosse preso la libertà di parlare del «tipo di vita che aveva fatto» e di presentarlo come un naturale candidato al suicidio. «E del resto che importa?», mi ha scritto uno dei conoscenti di Labranca che ho contattato nelle settimane successive per capire meglio che cos’era successo: «che differenza fa se è morto d’infarto o si è ammazzato?».

Ma un po’ di differenza veramente la fa. C’è questa frase attribuita a uno scrittore tedesco, Moritz Heimann, che mi ha sempre fatto pensare: «Un uomo che muore a trentacinque anni è, in ciascun punto della sua vita, un uomo che muore a trentacinque anni». Una morte precoce – e morire a 54 anni vuol dire morire precocemente – significa l’interruzione di un progetto, di una vita che deve ancora maturare e compiersi, soprattutto se è la vita di uno scrittore. Ma una morte precoce autoinflitta porta a considerare i libri di quello scrittore sotto una luce diversa: si cercano le tracce di quel destino, di quella vocazione al suicidio. Il racconto di David Foster Wallace Caro vecchio neon, che parla di un suicida, ha un suono diverso dal giorno in cui Wallace si è impiccato: a torto o a ragione lo si legge con un altro spirito, non solo come letteratura ma come un pezzo di autobiografia. Ma la questione se Labranca era morto di morte naturale o si era ucciso mi interessava soprattutto per un motivo meno filosofico, più legato ai rapporti tra il morto e la sua, la nostra epoca. Labranca ha vissuto tutta la vita… Qual è la parola giusta? Controcorrente è quella che si adopera di solito per definire gli intellettuali che stanno fuori dal coro, i censori dei costumi correnti, i difensori delle cause perse. Ma in realtà gli intellettuali di questo genere sono quasi sempre integrati al campo accademico e giornalistico: sono i sedicenti avversari dell’establishment che aspirano a farne parte, e che di solito prima o dopo la spuntano. Labranca non era uno di loro, in nessun modo. Inoltre, i suoi anatemi e le sue ironie non servivano nessuna causa; non aveva cause da difendere, perciò non cercava alleati. La politica non gli interessava. Qualcuno dei suoi conoscenti mi ha accennato a un mezzo impegno nella sezione del PD di Pantigliate, all’iscrizione al Partito Radicale nei primi anni Novanta: ma era un ricordo vago, e comunque, se questo mezzo impegno c’era stato, erano cose di molti anni fa. «Anarchico e basta», mi ha detto Aldo Nove, che lo conosceva bene. Come che sia, quella fastidiosa sensazione di appartenenza a un gruppo, a una setta, che si avverte spesso leggendo gli scrittori italiani, in lui non si avverte mai. «Sono progressista, autonomo e liberale», ha detto una volta a un intervistatore. Ed era davvero queste tre cose, ma senza che ciò lo portasse a riconoscersi in una dottrina: delle tre, autonomo è la parola che lo definisce meglio […].