Posted on

Su “Lo sbiancamento dell’anima” di Rocco Tanica

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 12 gennaio 2020

Per caso, ho letto Lo sbiancamento dell’anima di Rocco Tanica alternandolo a Bianco di Bret Easton Ellis, e ho notato che condividono alcune peculiarità: sono libri in gran parte autobiografici, sono stati scritti da due cinquantacinquenni nati a distanza di meno di un mese l’uno dall’altro, e – ed è la peculiarità che li fa essere particolarmente vivi e divertenti – tutti e due brulicano di riferimenti alla cultura pop, anche se il pop che circonda Tanica (quello italo-anglosassone diffuso in Italia negli anni Settanta-Novanta) e quello che circonda Ellis (quello americano, cioè losangelino-newyorchese degli stessi anni) non hanno granché in comune. Ci si lamenta della corrente omologazione culturale, ma è vero il contrario: omologati (verso l’alto) erano gli intellettuali e gli artisti nati prima dell’età dei mass media, quando il repertorio culturale a cui si poteva attingere era fatto da un numero ristretto di scrittori, pensatori, pittori, musicisti per lo più defunti. Chi è cresciuto nell’ultimo quarto del Novecento ha vissuto invece in un mondo di particolarismi culturali tutti permeabili (esisteva ed esiste un’internazionale pop, oggi potenziata da internet) ma tutti anche fortemente caratterizzati, e meravigliosamente stratificati (Guerre stellari ma anche il Coro dell’Antoniano, James Taylor ma anche Cochi e Renato).

Altre differenze significative: passione per la musica suonata (Tanica) vs. passione per i libri, il pop-rock e il cinema (Ellis); uso moderato della droga e del sesso (Tanica) vs. uso meno moderato (Ellis); attitudine solare, aproblematica, gioiosa, euforica da musicista, fino a un certo punto (Tanica) vs. attitudine spleenetica da scrittore (Ellis). Infine, Bianco è un libro impegnato, un saggio sulla congiuntura culturale presente in cui l’autobiografia è al servizio di un’argomentazione; invece Lo sbiancamento dell’anima è pura vita.

Nel suo libro precedente, Scritti scelti male (Bompiani 2008), Tanica faceva ridere soprattutto con certe trame surreali (il tizio che uccide Kennedy per disattenzione, il giornalista che crede di intervistare Janis Joplin e invece intervista una che si fa passare per Janis Joplin e tiene per l’Udinese) e con la mimesi dei gerghi, la stessa che ispira molti testi degli Elio e le Storie Tese. Qui invece fa quello che in genere si consiglia di non fare, per buona educazione, quando si conversa con gli altri, e che invece bisognerebbe fare sempre, se lo si sa fare con un po’ di grazia, cioè parla degli affari suoi, ma affari minuti, avventure minime soprattutto tra infanzia e giovinezza, la maggior parte imbarazzanti e perciò ridicole, intitolabili come le storie di Fantozzi: la volta in cui Rocco Tanica ha fatto una gaffe al saggio di musica, la volta in cui è andato alla festa delle medie, la volta che ha fatto una figuraccia con Clemente Mastella. Nell’ultimo capitolo di Mimesis, Auerbach osserva che una delle vie del realismo novecentesco passa attraverso la registrazione di «fatti piccoli, insignificanti, casuali», i quali illuminano, al di sotto «degli ordinamenti discussi e precari per i quali gli uomini combattono e dei quali disperano, la vita quotidiana». Ma questo realismo su piccolissima scala di solito è un realismo drammatico se non tragico (Auerbach pensava all’Ulisse di Joyce): Tanica invece è riuscito a illuminare il lato comico della vita quotidiana con un’intelligenza che appartiene soltanto ai grandi umoristi (e a nessuno, mi pare, tra quelli che oggi scrivono in Italia).

Ma, dicevo sopra, fino a un certo punto. In Bianco, per proseguire nel confronto, Ellis descrive l’America degli anni Ottanta-Novanta come «una società ossessionata dalla superficie delle cose e incline a ignorare qualsiasi cosa alludesse alle tenebre in agguato al di sotto di essa». A un certo punto dello Sbiancamento, queste tenebre si aprono, molto sorprendentemente, non al di sotto della società, che a Tanica non interessa, ma dentro la psiche dell’io narrante: e il referto è il racconto Banane e lapponi, che contiene la descrizione più convincente (e insieme divertente) di uno stato depressivo che io abbia mai letto.

A guardare meglio, del resto, il registro tragico di Banane e lapponi non stona rispetto a quello dei pezzi puramente comici che formano la gran parte del libro, perché anche in questi ultimi l’effetto comico scaturisce dallo scoprirsi deboli, vulnerabili, inadeguati alle attese (al concerto vengono quattro gatti, la battuta che risolve una situazione arriva troppo tardi, crudeli compagne di classe ci umiliano davanti a tutti): è quel genere di umorismo self-deprecating che ricorda, anche per la qualità, quella degli stand-up di Louis CK, solo meno amara, e molto più indulgente nei confronti degli altri. Tanica non è mai sarcastico, anzi sviluppa una specie di affettuosa sintonia con il pubblico delle proprie brutte figure: memorabile, nel libro, non è solo l’io narrante con le sue miserie, sono anche i gestori dei ristoranti in cui l’io narrante fa piano bar, i turnisti con cui si trova a esibirsi su malfermi palcoscenici nelle feste di paese, i peones del mondo dello spettacolo su cui di solito si ironizza (i cantanti da piazza, i maghi) e che qui invece si trovano avvolti dallo stesso amichevole abbraccio che avvolge certe celebrità del pop (Ranieri, Morandi, Vecchioni), ritratte nello Sbiancamento con una verità e, di nuovo, un amore che nessun tabloid saprebbe permettersi.

Essere simpatici però non basta se non c’è uno stile. Ma lo ‘stile parlato’ di Tanica non è solo più spiritoso di quello di molti buoni narratori contemporanei, è anche migliore: più inventivo, più duttile. Arruolato come musicista-cantante per una serata al ristorante El Cadreghin, circonvallazione di Milano, l’io narrante deve fare i conti con un’amplificazione un po’ carente. Descrizione della carenza: «Con filo e chiodino colleghiamo il piano a un altoparlante sottratto, si direbbe, ai reduci della battaglia navale di Capo Artemisio. Accendo e vengo salutato da un sibilo tipo gargarismo di drago». Descrizione dello stato d’animo conseguente: «Guardo il feretro appoggiato sui suoi gambetti di ferro e cado in uno strapiombo emotivo che definirei maròn». Dialogo con il proprietario del ristorante, cordiale ma spiccio: «Non sei tanto pratico te, eh? – No, sì che sono pratico. – Non sei tanto pratico, te. Cosa fai, revival, italiano? – Quello e altre cose. – Ballabili ne sai?». Un’etopea in meno di venti parole.

Bellissimo libro, insomma. Unica remora, ho qualche dubbio sulla scelta dei testi. Alcuni pezzi autobiografici che Tanica aveva pubblicato in rete nel libro non ci sono. Nella nota finale Tanica dice che finiranno in un prossimo volume, ma è probabile che scherzi (o dovremo assoggettarci ad altre 500 pagine sulla vita di Rocco Tanica?). Certamente stavano bene in questo volume. Mentre in questo volume non stanno granché bene i pezzi non autobiografici, gli intermezzi in cui anziché raccontare le sue avventure Tanica torna alla surrealtà di Scritti scelti male: ingrossano un libro già grosso, lo rendono meno coerente, e a volte funzionano e a volte no. Ma il resto – circa 450 pagine di chiacchiere sul tema ‘piccole cose strane che capitano nella vita’ – funziona meravigliosamente.

Rocco Tanica, Lo sbiancamento dell’anima. Memorie e scritti vari vol. 1, Mondadori 2019.