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Su “La forza dei sentimenti” di Elena Papadia

di Claudio Giunta

Il Foglio, 28 dicembre 2019

Che cos’è che ci muove, gli interessi o le idee? Decidiamo di impegnarci in una causa, di considerarla buona perché quella causa soddisfa i nostri bisogni e i nostri desideri oppure perché adempie il nostro senso di giustizia? E il nostro senso di giustizia deriva dalle cose che abbiamo letto o abbiamo respirato nell’aria del tempo oppure dalle cose che abbiamo visto e patito?

Questioni del genere, che sono sempre un po’ vaghe e astratte quando le si incontra nei trattati dei filosofi morali, diventano subito concrete quando il talento di uno scrittore sa renderle tali incarnandole in personaggi memorabili: è o non è per una «questione privata», per sapere la verità sui suoi rapporti con Fulvia, che nel romanzo di Fenoglio il partigiano Milton cerca di liberare l’ex amico Giorgio dalle carceri fasciste? E in Pastorale americana, nel destino di Merry, la figlia dello Svedese, nella sua scelta di «sentirsi responsabile per la guerra in Vietnam» e di diventare una terrorista, e poi una jaìna, quanto contano la tara della balbuzie che la perseguita dall’infanzia, e l’odio per i genitori? In che misura arriviamo alle cose attraverso il freddo ragionamento, e in che misura ci arriviamo trascinati dalla forza irrazionale delle passioni?

Si pensa a queste cose, a questi libri, leggendo l’eccellente La forza dei sentimenti di Elena Papadia, appena uscito per Il Mulino, in primo luogo perché questo libro, scritto da una storica, è pieno di letteratura, e in secondo luogo perché le vite delle donne e degli uomini che Papadia racconta sono così piene di pathos da assomigliare a vite romanzesche.

Per i giovani italiani vissuti tra il 1870 e il 1900 – è l’arco cronologico coperto dal libro – l’ideale al quale votare la propria esistenza non è più quello patriottico che ha ispirato le generazioni dei nonni e dei padri: è la giustizia sociale. È un ideale che si nutre certamente di dottrina, ossia delle analisi e dei progetti per una società futura elaborati da Marx ed Engels, glossati dai professori e propagandati da una costellazione di giornali e periodici sovversivi. Ma è davvero questa dottrina – questo freddo ragionamento, appunto – a plasmare le vite dei socialisti e degli anarchici italiani, a far loro accettare con la serenità degli stoici la miseria, l’esilio, il distacco dalle famiglie, il carcere, la morte? Il dubbio è legittimo, ed è un vecchio dubbio, il dubbio di Fenoglio o di Roth, o di quelli che sanno che La capanna dello zio Tom ha giovato alla causa degli schiavi americani più di tutti i ragionevoli pamphlet abolizionisti messi assieme: il lettore non specialista resta anzi un po’ spiazzato apprendendo che gli accademici hanno addirittura coniato un’etichetta per definire questa modalità di approccio alla storia culturale: affective turn. Ma tant’è, nel solco di questo affective turn, Elena Papadia riflette sull’altra componente – quella passionale, irriflessa, affettiva – della coscienza rivoluzionaria, anche sottolineando giustamente certe analogie che dovrebbero renderci più sensibili, oggi, a questo genere di discorso: «con la fine del secolo dei partiti l’assunto di fondo della ‘razionalità’ della politica ha perso parecchia credibilità; il che ci rende più curiosi nei confronti di quegli habitat del passato in cui l’assenza di partiti organizzati lasciava maggiore spazio alla ‘politica dei sentimenti’».

Ebbene, nell’habitat studiato in questo libro, la letteratura ha un potere di seduzione imparagonabile a quello di qualsiasi altro mezzo di comunicazione. «Non furono […] i testi di Marx ad alimentare idealità e progetti rivoluzionari», scrive Papadia: «fu la letteratura, e lo fu soprattutto nella forma del romanzo popolare». Paragonata alla pubblicistica socialista o anarchica, questa letteratura raggiunge infatti un numero molto più ampio di lettori, e soprattutto raggiunge gli incolti, come quell’operaio socialista ritratto da Paolo Valera nella Folla che trova troppo ardui i libri di Guerrazzi e invece s’immedesima nelle «pene dei tribolati della fortuna» raccontate dai romanzieri d’appendice. Ma non solo gli incolti. È impressionante il numero delle vocazioni politiche che nascono o crescono sotto lo stimolo delle storie create da Sue (Vittorio Buttis: «Mi fu di buon ammaestramento la lettura dei Misteri del popolo, di Eugenio Sue. Quel libro, sia pure fantastico, mi diede la visione di uno sfruttamento ininterrotto, per due millenni, di una famiglia sopra l’altra, di oziosi su lavoratori), da Bersezio (Camillo Prampolini ricorda le «incancellabili impressioni» venutegli dalla lettura de La plebe) e soprattutto dai Miserabili di Hugo (Antonio Graziadei: «Lessi e rilessi quell’opera con entusiasmo quasi religioso, e ne restai orientato per il resto della vita»).

Questo apprendistato letterario induce prima di tutto a semplificare, ad abolire le sfumature. Dal feuilleton, i lettori più giovani ereditano una visione manichea del mondo, che appare loro nettamente diviso tra, dal lato dei buoni, fratelli e compagni uniti in una solidale fraternità, e, dal lato dei cattivi, parassiti borghesi i quali «ingrassano succhiando il sangue proletario». E dallo stesso immaginario fizionale sembra dipendere il topos del traditore, della serpe covata in seno che compromette la purezza del movimento, onde un succedersi di rese dei conti anche sanguinose: imboscate, omicidi, faide serissime verbalizzate però – nota Papadia – attraverso il «linguaggio di un romanzo di cappa e spada». Questo è Cafiero contro Andrea Costa, dopo il passaggio di quest’ultimo dalle file degli anarchici a quelle dei socialisti: «Amici, se non volete che il popolo bestemmi la rivoluzione, come un nuovo dio falso e bugiardo, fate giustizia del perfido ciarlatano o colpite fieramente me stesso, come un ribaldo calunniatore».

Quando al romanzo popolare romantico si affianca il naturalismo di Zola, questo nuovo modello di approccio al racconto viene adattato al contesto italiano del radicalismo attraverso un processo di selezione e di adattamento. Selezione: dei romanzi di Zola si recupera non tanto l’impassibilità dello sguardo e l’astensione dal giudizio quanto «lo scandalo, la forzatura dei limiti dell’ammissibile e del dicibile, il prendere la realtà nei suoi aspetti più nudi e anche ripugnanti e sbatterla in faccia ai benpensanti». Adattamento: più che ispirare i romanzieri, il realismo di Zola ispira i poeti (Guerrini, Rapisardi) e i drammaturghi, e in entrambi i casi la necessaria rinuncia alle sottigliezze del metodo naturalista va a vantaggio del coinvolgimento emotivo e della denuncia, cioè della propaganda politica, e insomma la vocazione al verismo letterario cambia piano e si manifesta come reazione antiborghese e anticlericale.

Infine, a un livello di cultura superiore, il ribellismo dei giovani, specie degli studenti universitari, trova una sponda nel più autorevole letterato dell’epoca, Carducci, cercato e amato per il suo magistero non politico ma etico, che si poteva perciò esercitare in più direzioni, anche confliggenti: «Mille e mille giovani appresero da Lui – scrive il socialista Giovanni Zibordi – l’amore e quasi il furore della verità […]. Appresero da Lui […] il culto e lo sforzo sempre teso a una idealità. Quale? Non è detto, e non importa. Socialisti militanti e preti in sottana, repubblicani e monarchici si confusero intorno alla Sua Cattedra, trattati da eguali come figli da un buon padre […]. Non esigeva una fede, ma la fede», una fede che finì per ispirare le anime più diverse del radicalismo politico otto-novecentesco – socialisti, anarchici, crispini – anche dopo la conversione monarchica del poeta, e persino dopo la sua morte, se al suo esempio poterono richiamarsi gli studenti interventisti mobilitatisi nel maggio del 1915.

Questa educazione letteraria asseconda e nutre gli ideali di giovani che sembrano vivere la loro vita in un perenne stato di febbre. I più sono poveri, hanno rapporti freddi o tormentati con i genitori, e suppliscono a questa mancanza d’affetti familiari con un culto dell’amicizia che, per come si specchia nei carteggi, sembra avere qualcosa di patologico («strabordante soggettività romantica», osserva Papadia, che si deposita in «calde dichiarazioni d’amore, lacrime, empatia, sofferenza compiaciuta di anime inadatte alla mediocrità del mondo»). Scrive per esempio Bissolati a Ghisleri nel 1879 (entrambi hanno poco più di vent’anni): «Io ti scrivo di rado come scrivo di rado a Filippo [Turati], ma il mio silenzio non è oblio. Il mio silenzio è amore profondo che ha vergogna di se medesimo, che si sa indegno d’essere corrisposto. Io ti amo, ma senza pretendere, anzi senza desiderare che tu mi riami…».

Caldi e appassionati negli affetti, questi giovani lo sono ancora di più nel loro esacerbato senso di giustizia, e nell’odio. Al sacrificio di sé sono spesso mossi da un senso di inutilità e insensatezza, da un «privatissimo grumo di risentimenti e rabbia e umiliazioni» (Papadia) che, proiettato verso l’esterno, diventa il motore dell’azione violenta: «fammi ammonire – scrive il giovane Vincenzo Beggi a Prampolini – carcerare, magari lasciami uccidere a forza di calci da qualche carabiniere pietoso non importa nulla, mi venne mille volte la tentazione di suicidarmi ma non ne ebbi mai il coraggio o la viltà, a scelta». Non è lontano il Viva la muerte! dei falangisti e di tanti altri fanatici novecenteschi.

A frustrazioni anche più cocenti reagivano le rare donne abbastanza coriacee e determinate da entrare in questo mondo fondamentalmente maschile. La dedizione alla causa, unita alle difficoltà e alle strettezze della vita rivoluzionaria, implicava infatti rinunce severe nella sfera degli affetti, che tanto più dovevano pesare su coloro che per natura e consuetudine parevano vocate a farsi una famiglia. Chi ha letto il Ritratto in piedi di Gianna Manzini ricorda forse la figura appena accennata, ma indimenticabile, di Pezzi Luigia, sarta di fiducia delle signore pistoiesi e anarchica, unico nome femminile nella lista dell’Internazionale dei lavoratori che l’autrice ritrova dopo tanti anni. Ebbene, in alcune delle pagine più belle di La forza dei sentimenti Papadia restituisce vita a Nella Giacomelli, maestra elementare in Lombardia negli anni Novanta, socialista, poi anarchica, istitutrice dei figli di Ettore Molinari, quindi sua compagna fino alla morte. Nell’archivio della Giacomelli si trova un quaderno dal titolo Frammenti della vita vista da un’anarchica, pieno di devozione per il padre Paolo, repubblicano e socialista, e di disprezzo per la madre, lagnosa, gretta, attaccata al soldo, e soprattutto colpevole di aver divorziato da Paolo, poi finito suicida. Leggendo le pagine di questo diario, osserva Papadia, si comprende come per donne come la Giacomelli – diseredate, colte, refrattarie al matrimonio – l’impegno politico rappresentasse anzitutto la risposta a una «urgenza esistenziale», e come «la molla di una militanza inflessibile, radicale, lunga una vita» andasse cercata soprattutto sul piano privato degli affetti: «il concetto di determinismo economico – scrive la Giacomelli – mi servì rapidamente a darmi qualche spiegazione sugli atteggiamenti di mia madre. Le applicazioni nel campo sociale, vennero dopo. Prima mi servirono a leggere in mia madre»; e a vendicare la memoria del padre.

Che cos’è che li e le muoveva? Un garbuglio inestricabile di passioni e di interessi, per rubare un titolo a Hirschman. Ma dalla lettura di questo saggio s’impara o si torna a imparare ciò che sa già chi ha letto tanti romanzi, o forse anche solo chi ha passato qualche decennio sulla terra con gli occhi aperti, e cioè che nobili o abiette, oscure o solari, le passioni sono più forti.

Elena Papadia, La forza dei sentimenti. Anarchici e socialisti in Italia (1870-1900), Bologna, Il Mulino 2019.