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Oh, Venafro!

di Claudio Giunta

Internazionale online, novembre 2019

La cittadina di Venafro – in Molise occidentale, quasi all’incrocio con Lazio e Campania, poco più di diecimila abitanti – si può dividere in tre parti o strati. Il primo strato, in basso, è la strada statale «Via Colonia Giulia», che attraversa la cittadina da ovest a est. La corriera vi deposita qui. Da una parte della strada c’è il bar «Pistacchio», dall’altra c’è il bar «L’altro mondo». Il bar «Pistacchio» ha la distinzione delle dimensioni e del comodo dehors; ma al bar «L’altro mondo» sanno tutti gli orari delle corriere, orari che non sono appesi da nessuna parte, che non si trovano in nessun sito internet raggiungibile senza impazzire, e che nessuno dei venafrani sembra conoscere.

Il gestore del bar «L’altro mondo» invece sa e dice con grande gentilezza, anche senza consumazione. Entrambi i bar hanno prezzi modicissimi (caffè freddo seduto con bicchiere di acqua minerale grande: 1 euro), modi spicci, e sono un po’ deboli nella ristorazione salata – chiedo un «panino vegetariano magari con un po’ di formaggio» e mi servono questo panino sesquipedale, questo siluro imbottito con un barattolo intero di sottoli, immangiabile se non con forchetta e coltello perché madido d’olio, deformantesi al tocco:

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Ci si siede nel dehors del bar Pistacchio e, si guardano passare i TIR, si ascoltano le chiacchiere dei pensionati, che però sono pensionati freschi, integrati, quota 100, con lo smartphone e la polo col colletto alzato, e la macchina in doppia fila che rallenta il traffico dei TIR, che però non sembrano irritarsene. Lungo la statale, un numero impressionante di pizzerie, pizzerie al taglio, panuozzerie e rivendite di oggetti di plastica per il mare e il giardino, e l’impressione che tutta la merce sciorinata in questi cinquecento metri sia stata rovesciata qui a caso da un container cinese.

Il secondo strato, cento metri più in alto, è Corso Campano, ed è la zona nuova-elegante, coi bar. A Venafro non c’è un ristorante decente, o se c’è ci è sfuggito (quello che TripAdvisor ci suggerisce come il migliore, L’argine, è chiuso e non ha l’aria di voler riaprire), ma c’è un’infilata di bar-pub da aperitivo, l’aperitivo ha l’aria d’essere più importante della colazione, anche perché facilmente si allunga diventando cena, con cinque euro, prendendo il nome non solo di apericena, come ormai usa, ma – prima volta che lo leggo in vita mia – di aperitivo cenato. Qui c’è meno confusione che nel primo strato, perché non passano né TIR né corriere, e anche il parco-macchine è più curato, con parecchi SUV, e ai tavoli l’età media è 25 anni, non 70; ma anche qui un colletto della polo su due è alzato. Da segnalare d’estate, al fondo del Corso Campano, nella piazza principale del secondo strato, davanti al laghetto e alla pregevole Palazzina Liberty (ex rudere, ex centrale elettrica, ex cinema, da poco restaurata, sede anche di un ufficio del turismo aperto un po’ a sprazzi), un chiosco di cocomeraro meraviglioso.

Comuni al primo e al secondo strato di Venafro sono i problemi che hanno un po’ tutte le cittadine italiane sotto la Toscana: traffico esasperante, macchine prese anche per andare da qui a lì, e lasciate inutilmente accese, parcheggi non solo selvaggi ma proprio irrazionali, a spina di pesce anche quando ci sono lì pronti, vuoti, tre o quattro rettangoli bianchi, gratuiti, pochi marciapiedi e quei pochi invasi da ostacoli, buche, tondini metallici arrugginiti, poca o nulla manutenzione, sgarrupamento. Si passa un’ora al bar Pistacchio, o mezz’ora all’apericena del secondo strato (di più è tortura, con Tiziano Ferro che esala dagli stereo) e si capisce, lo si sapeva già ma adesso davvero lo si capisce, che il problema dei problemi, per l’Italia, è la gestione della modernità: gli spostamenti, l’energia, la coabitazione tra cemento e paesaggio. In Occidente, certo, ma in Italia in particolare, con la sua storia densa, composita, continua, pletorica, defatigante («Roma è quello che succede quando le rovine durano troppo a lungo», mi pare fosse una battuta di Andy Warhol su Roma: ma non potremmo dichiaralo Aforisma Nazionale?).

Non è per vedere questa Venafro che avete sfidato l’entropia della stazione delle corriere di Roma Tiburtina e due ore di viaggio in torpedone al fianco della famosa Gente Comune, ma dal momento che ci siete date un’occhiata anche a questo pezzo d’Italia meridionale tipico, ascoltate senza volere, ma facendo attenzione, i discorsi davanti ai locali, il concionatore che arringa il gruppetto di amici raccontando della trasmissione della sera prima («Ho visto un video che non ci ho capito un cazzo ma è sicuro che hanno cambiato il clima. Le trombe d’aria. Gianni Vespa ha intervistato uno scienziato del CNR»), la signora anziana al tavolo accanto che racconta a un tale di aver sognato suo fratello morto, «quello che stava a Rocchetta». E che diceva? «E niente diceva, ’sto cristiano. Mi guardava» […].

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