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Dante inventa, sogna o ha una visione?

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 18 agosto 2019

Un uomo scrive un libro nel quale racconta di essersi perso in un bosco e di essersi ritrovato senza sapere come nell’aldilà, e di aver visitato in compagnia del poeta Virgilio l’inferno e il purgatorio, e poi il paradiso in compagnia di una ragazza che amava, morta dieci anni prima, e alla fine di aver visto Dio.

Cosa dobbiamo pensare?

Ovviamente che l’uomo si è inventato tutto, scrivendo il primo fantasy pseudo-autobiografico della storia della letteratura occidentale.

Invece no, per due ragioni. La prima è che quest’uomo vive e scrive in un’epoca della storia europea nella quale i visionari e le visioni si sprecavano, e il sacro, il mistero, l’aldilà avevano, nella vita quotidiana delle persone, una presenza e un grado di coinvolgimento soggettivo imparagonabili a quelli che hanno nelle nostre vite attuali. La seconda è che quest’uomo, vissuto in un’epoca propensa alle visioni, era lui stesso un visionario, come ci assicura non il poema (che potrebbe essere tutto un’invenzione) ma un buon numero di passi che si leggono nelle sue liriche giovanili o in quello strano libro (anche questo) autobiografico che è la Vita nova. Quando per esempio nella prosa che introduce Donna pietosa Dante scrive che «mi giunse uno sì forte smar­rimento, che chiusi gli occhi e cominciai a travagliare come farnetica persona e a imaginare in questo modo: che nel cominciamento dello errare che fece la mia fan­tasia apparvero a me certi visi di donne scapigliate che mi diceano: Tu pur morrai» – quando Dante scrive questo chi ci autorizza a pensare che si tratti soltanto di un’invenzione poetica e non, appunto, di una reale anche se ‘visionaria’ esperienza?

La questione del modo e del senso della visione di Dante nella Commedia non si può dunque liquidare come una curiosità da eruditi. E per inquadrarla si possono dunque seguire due vie, una contestuale e l’altra testuale: da un lato illuminare la mentalità e la cultura dei contemporanei di Dante, per misurare analogie e differenze rispetto alla Commedia, dall’altro approfondire certi passi del poema che sembrano dare informazioni interessanti circa la natura della visione dantesca.

Questo volume fa bene entrambe le cose. Quanto alla prima direttrice di ricerca, si tratta di capire (semplifico) quanto contino i libri (il De Genesi ad litteram di Agostino, i Libri miraculorum cistercensi ecc.) e quanto conti l’esperienza, cioè diciamo la familiarità che gli uomini del Medioevo potevano avere con eventi in vario modo collegabili alla visione, eventi di natura fisica come l’epilessia, la narcolessia, l’attassamento. I dantisti, scrive Luigi Canetti rinviando agli studi del neurologo Giuseppe Plazzi (autore adesso dell’ottimo I tre fratelli che non dormivano mai, Il Saggiatore), dovrebbero evitare gli «equilibrismi esegetici tesi a mostrare la natura meramente allegorica e metaforica dei sonni e dei sogni danteschi», perché si tratta di sonni e sogni reali. Sono d’accordo, credo che i dantisti allegorizzino e metaforizzino troppo, ma faccio un solo esempio per mostrare quanto sia difficile tirare linee troppo nette.

A un certo punto della Vita nova Dante cade vittima di una malattia che lo immobilizza a letto: «Apresso ciò per pochi dì avenne che in alcuna par­te della mia persona mi giunse una dolorosa infermitade, onde io continuamente soffersi per nove dì amarissima pena; la quale mi condusse a tanta debolezza, che mi con­venia stare come coloro li quali non si possono muovere». Da questa infermità nasce tutta un’immaginazione funebre che il lettore del libro ricorderà. Ebbene, come si può pensare che qui Dante inventi di sana pianta una malattia, solo come spunto narrativo per la successiva visione (questa sì senz’altro allegorica)? Perché non dovrebbe essere un malato che racconta la sua malattia? Eppure, i «nove dì» di amarissima pena sembrano alludere alla simbologia del numero nove, imperversante in tutto il libro. Si tratta allora di un’esperienza reale, di una malattia reale trasfigurata in simbolo? Possibile, ma con Dante è tutto sempre più complicato. Perché nella Visio Alberici, un testo che Dante probabilmente conosceva, si legge un passo sorprendentemente simile a quello della Vita nova appena citato: il giovane Alberico,

languore correptus, graviter infirmatus est, quo tempore novem diebus totidemque noctibus immobilis et acsi mortuus sine sensu iacuit. In quo spatio admirabilem vidit visionem, quam postea in se reversus ita retulit

(e segue il racconto della visione avuta mentre era «sine sensu»). Per dire come anche in quei casi in cui la mediazione culturale appare più improbabile, in cui la voce dell’esperienza sembra parlarci con più verità, questa esperienza possa (forse) contaminarsi con la memoria letteraria.

Quanto alla seconda direttrice di ricerca, la – diciamo – lettura in profondità della Commedia, per una nuova definizione del suo carattere ‘visionario’, si tratta chiaramente di un campo minato. L’idea di poter rileggere e rispiegare un’opera come la Commedia in modo da cambiarne in maniera sensibile l’interpretazione mette subito in sospetto: possibile che secoli di lettori, migliaia di studiosi non abbiano visto la verità che adesso ci verrebbe rivelata? Mirko Tavoni sta lavorando da anni a una simile rilettura, e il suo saggio raccolto in questo volume recupera le argomentazioni che ha svolto in precedenti contributi integrandole con nuove osservazioni e proposte. La serietà del tentativo meriterebbe una discussione molto ampia. Qui mi limito a osservare, in positivo, che Tavoni articola il suo discorso non sulla base di sfocate analogie con la letteratura di visione anteriore o coeva, né speculando (come la dantistica fa ormai insopportabilmente) su malsicuri dettagli biografici caricati di un significato abnorme, ma partendo da determinati versi o terzine della Commedia e dimostrando (a) che l’interpretazione corrente di tali versi o terzine non è soddisfacente quanto al senso (vedi la discussione sul verso «Ma se presso al mattin del ver si sogna», Inf. XXVI 7) o (b) che l’interpretazione corrente di tali versi o terzine non è soddisfacente quanto al rispetto delle norme grammaticali (vedi la discussione su «intrambi» in Inf. XXIII 30). In negativo, osservo che gli argomenti e i passi citati a supporto della tesi (in sintesi: che la Commedia sia cioè finga di essere il resoconto di una visione in sogno) non convincono tutti in egual misura. Com’è inevitabile, si capisce: ma proprio per questo occorrerà estrema cautela, per evitare che la debolezza di un argomento proietti la sua ombra su tutta la dimostrazione.

Nel merito, per esempio, non credo che il verso «ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna», nel canto di Gerione, possa spiegarsi come segue: «Ciò che Virgilio si aspetta di vedere, e che sta per emergere, e si manifesterà alla vista dello stesso Dante, è il prodotto della mente di Dante che sta sognando». E non sono del tutto persuaso che quella che Tavoni definisce la ‘telepatia’ di Virgilio (cioè la sua attitudine a leggere i pensieri del Dante-personaggio prima che questi li verbalizzi) debba spiegarsi, anziché semplicemente come un’originale invenzione narrativa, come «espediente per dire al lettore che si trova davanti a una visione in sogno senza precedenti», e per dirglielo senza «compromettersi come autore legandosi a un’interpretazione che sarebbe stata praticamente impossibile da spiegare e da difendere tanto rispetto ai codici teologici quanto rispetto ai codici letterari». Un po’ troppo, mi pare. Ma sono i dubbi, le difficoltà che necessariamente suscita una proposta esegetica tanto innovativa. Questo saggio di Tavoni prelude a un libro, e – come il precedente Qualche idea su Dante – sarà certamente uno dei rari libri davvero significativi tra i mille che si stampano su Dante.

Su Dante e la dimensione visionaria tra Medioevo e prima età moderna, a cura di B. Huss e M. Tavoni, Ravenna, Longo 2019.