Posted on

Una buona notizia dalla scuola

di Claudio Giunta

Internazionale online, giugno 2019

In astratto si vorrebbe questo: conosci una disciplina (italiano, matematica, biologia)? La sai insegnare? Ecco la tua cattedra a scuola, buon lavoro. In astratto la cosa è semplice. In concreto, come capita, non lo è per niente, sennò la scuola italiana, il meccanismo di selezione e reclutamento dei docenti, non sarebbe il ginepraio che è.

Senza addentrarsi adesso nel ginepraio (informazioni per chi vuole qui e qui), c’è ora quella che a me pare una buona notizia: il Ministero dell’Istruzione ha ammesso i possessori del titolo di dottore di ricerca ai corsi PAS (Percorsi Abilitanti Speciali) in programma per il prossimo autunno.

I PAS sono corsi semestrali o annuali che possono essere frequentati da coloro che hanno insegnato per almeno tre anni (da precari) nelle scuole statali e paritarie, corsi che prevedono insegnamenti sia disciplinari sia metodologici, e al termine dei quali c’è un esame, superato il quale il candidato riceve l’abilitazione, che gli consente di essere inserito nella II fascia delle graduatorie di istituto e di lavorare nelle scuole paritarie. Negli anni passati dai PAS erano esclusi i dottori di ricerca, cioè quelle persone che dopo la laurea, anziché andare a lavorare a scuola, hanno vinto un dottorato, hanno proseguito gli studi per tre o più anni dopodiché hanno discusso una tesi dottorale. L’esclusione aveva le sue ragioni: perché un conto è insegnare a scuola e un conto è fare ricerca, e non è affatto detto che chi sa fare la seconda cosa sappia fare anche la prima. Ma buone ragioni avevano, mi pareva e mi pare, anche i dottori di ricerca: che dopo il dottorato vorrebbero restare in Italia ma non trovano lavoro perché, paradosso tutto nostrano, iper-qualificati, e perciò vanno all’estero (spreco colossale di talenti e risorse, dato che l’Italia gli ha pagato vent’anni di studi), o escono dal sistema dell’istruzione; oppure nel sistema dell’istruzione ci rimangono, insegnando all’università da precari per anni: e con che faccia, in effetti, si può dire a persone che insegnano da una vita a matricole universitarie diciannovenni che non solo non possono insegnare a diciottenni del liceo ma non possono neppure – studiando, facendo concorsi, ri-professionalizzandosi – aspirare a farlo?

Ora le cose dovrebbero cambiare: i tre (o più) anni di dottorato varranno in sostanza come i tre anni di servizio a scuola. I dottori di ricerca potranno frequentare i PAS e, se passeranno l’esame finale, potranno ricevere l’abilitazione, e poi – se ben interpreto l’intenzione del ministero – fare il concorso per l’immissione in ruolo. Vorrei spiegare perché questa è, a mio avviso, una buona notizia. In sostanza, per quattro ragioni.

La prima è che in questo modo il dottorato può diventare il viatico non solo alla carriera universitaria (che è un’eventualità remota, dato che, come è inevitabile salvo voler moltiplicare per cinque o per dieci le cattedre esistenti, solo una percentuale molto bassa dei dottori di ricerca viene assorbita dal sistema universitario) o all’espatrio (che è un’eventualità scoraggiante) ma anche alla carriera scolastica (che se fatta con coscienza e impegno non è affatto un ripiego: è solo più importante e più dura di quella universitaria). Insomma, il dottorato, che oggi spesso rischia di essere un handicap, più che un vantaggio, nella formazione dei giovani, diventa attrattivo anche per coloro che sono interessati all’insegnamento a scuola.

La seconda ragione è che è un bene che a insegnare a scuola vadano persone che hanno alle spalle percorsi diversi. Un luogo nel quale tutti hanno fatto, studiato, letto le stesse cose finisce per essere un luogo noioso (e dio sa, tutti noi sappiamo se e quanto la scuola può essere noiosa): come ogni altro ambiente umano, la scuola vive bene nella varietà delle esperienze, e ogni provvedimento che favorisca questa varietà mi pare debba essere benvenuto.

La terza ragione è che non tutti scoprono la vocazione di insegnante a diciott’anni. Alcuni la scoprono più tardi, negli anni del dottorato, appunto, e se è una vocazione seria è giusto che le sia data l’occasione per perfezionarsi e realizzarsi.

La quarta ragione è la più importante. Per come ho potuto conoscerla in questi anni, la scuola è diventata una macchina che incoraggia i burocrati e scoraggia gli intellettuali. Chi vuole leggere e insegnare decentemente Petrarca o Kant o Darwin o la trigonometria si trova inviluppato in una rete fatta di procedure da espletare, documenti da completare, riunioni a cui partecipare, verifiche a cui sottostare, senza contare tutti gli altri infiniti ostacoli della gimkana (alternanza scuola/lavoro, test Invalsi, gita scolastica, genitori efferati su uozzap). Ma gli insegnanti sono, devono essere degli intellettuali, Petrarca Kant Darwin e la trigonometria non sono il contorno del loro piatto, sono l’arrosto. Credo che portare nelle scuole insegnanti per lo più giovani che abbiano passato tre anni o più a lavorare su questo arrosto possa avere anche sugli altri un effetto vivificante.

Grati per questa novità, resta il problema dei PAS. Che è un corso a pagamento, al termine del quale c’è un esame che è però spesso – parlo per esperienza – un esame pro forma, un non-esame che premia più la frequenza (e il pagamento, appunto) che la reale preparazione. Del resto, dopo un anno di studio pagato, col tempo rosicchiato alla scuola o ad altri lavori, chi ha il coraggio di bocciare candidati anche mediocri, anche meno che mediocri? Ma bocciare bisogna se si vuole che a scuola vadano a insegnare persone davvero adeguate: anche perché un insegnante inadeguato è quasi inamovibile. Quindi i PAS, concepiti in questo modo, non vanno bene: ma di questo, e di quello che si potrebbe fare per cambiarli, un’altra volta.