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Cultura e ignoranza

di Matteo Marchesini

Il Foglio, mercoledì 29 maggio 2019

L’Italia del 2019, è fin troppo noto, riflette ancora una stratificazione di fenomeni sociali e politici piuttosto eccentrica rispetto a quella dei paesi che hanno inventato la modernità. Da noi convivono tempi e luoghi diversissimi. Per questo quando si dibatte di progresso e conservazione, o di élite e popolo, ci si trova intrappolati in un groviglio di equivoci. Certe proposte sembrano sia garantire i più deboli sia cristallizzare gli assetti più corporativi; certe altre vengono dalla parte più mobile delle classi dirigenti, ma potrebbero migliorare anche le condizioni degli ultimi (forse a scapito dei penultimi): basta pensare a come dal 1900 a oggi è stata usata la parola “liberismo”. Qualcosa di simile accade quando si parla del basso numero di lettori. “È l’ora di rivendicare i libri letti come calli sulle mani”, ha scritto Michele Serra. A parte il fatto che vien da chiedere quali libri, e in che modo, a me sembra piuttosto che sia ora di rivendicare i calli sulle mani come libri letti. Ma appena lo dico – ecco l’equivoco – sento arrivare l’accusa di populismo.

No, il populismo non c’entra. C’entra il rifiuto di una concezione di “cultura” e “ignoranza” che identifica la prima con un mix di scuola e industria editoriale, e che nella seconda comprende un numero enorme di saperi non riconosciuti. I “progressisti colti” attribuiscono indulgentemente le opinioni sgradite espresse dai meno privilegiati alle fatiche di una vita oscura. Il presupposto è che “se sapessero” la penserebbero come loro. Non prendono in considerazione l’ipotesi che appunto quelle fatiche possano far capire cose che altrimenti sfuggono, non solo della propria esistenza ma del mondo. Per questi “progressisti”, l’idea di offrire a tutti la possibilità di studiare coincide con l’idea di estendere la propria visione della realtà. Al contrario, è bene che la cultura da offrire sia diversa dal mix di cui sopra, prodotto di un ceto che eredita i tic secolari di cortigiani e azzeccagarbugli, trasformatisi lungo il ‘900 nei luigini di Carlo Levi e poi nei quadri dei media.

Sentendosi migliori dei politici, questi quadri citano spesso Gramsci – ma dimenticano che esiste un’inevitabile, gramsciana somiglianza tra i vari gruppi dirigenti, e dunque che ai Di Maio, ai Renzi e ai Salvini corrispondono i direttori di collane, festival o facoltà, gli autori di editoriali e trasmissioni, i chierici che confondono la cultura con l’organizzazione di eventi. Ogni discorso sull’“ignoranza” dovrebbe cominciare da questa eredità ingombrante, che induce a ignorare tutte le esperienze irriducibili alla sua misura. Specie nel tipico intellettuale un po’ letterato, un po’ giornalista e un po’ filosofo, l’atteggiamento violentemente clericale degli avi è divenuto una seconda natura. Ancora oggi, è la capacità d’intimidazione che ammira prima di tutto il resto anche nei suoi maggiori (i Contini, i Sanguineti, gli Eco, i Mengaldo…). Gentilissimo con i maestri e con gli allievi deferenti, questo intellettuale scoppia di stizza appena qualcuno che non può schiacciarlo col suo potere gli muove una buona critica alla pari. Così, dopo la prima reazione scomposta, anziché rispondere nel merito fa notare all’interlocutore un errore di accento, un’imprecisione lessicale, una disparità di curriculum. “Secondo me sbaglia, perché…”, “Zitto che hai le scarpe slacciate”: questo il succo del dialogo più frequente.

Se esiste un’etica universalizzabile senza controindicazioni, è senz’altro quella che impone di non permettersi un’arroganza del genere, e di distinguere il valore delle questioni che solleva “chi sta in basso” dalle ingenuità che ne offuscano il nocciolo. Nelle “Confessioni di un ottuagenario”, Cases ricorda di aver difeso invano uno studente “semianalfabeta” che a Bonn, intorno al ’68, brillava nei seminari ed era perciò la “bestia nera degli assistenti”. Anni prima, a Cagliari, gli era capitato lo stesso davanti a un tema “rousseauiano” assegnato per l’esame di Magistero: “credete che i mezzi di comunicazione di massa (cinema, radio, TV) abbiano contribuito o no a migliorare la cultura?”. Una “fanciulla” aveva commesso “imperdonabili errori” di grammatica, ma nel suo compito il “no” era sostenuto con tanta lucidità “da fare impallidire Horkheimer e Adorno”, che “evidentemente ignorava”. “Io consigliai di ammetterla e di tenerla d’occhio, perché chi ha tanta intelligenza può bene investirne una particella nelle regole della lingua italiana” commenta Cases. Non lo ascoltarono. Che sia il momento di ripescare il compito della fanciulla?