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Le opere e soprattutto la vita di Rocco Tanica

di Claudio Giunta

Il Foglio, 26 maggio 2019

Comicità e umorismo sono proprio cose soggettive. Giorni fa mi è capitato di chiedere a uno dei più bravi scrittori italiani chi lo facesse ridere e lui mi ha citato il nome di un comico televisivo di fronte al quale io non riesco a stare più di cinque secondi senza un attacco di vergüenza ajena. Peggio ancora quando si parla di comicità e umorismo scritti, dei racconti o dei libri che fanno ridere. Qui si ha spesso l’impressione che certi nomi vengano fatti per acquiescenza, perché qualcuno ha detto una volta che la novella di Chichibio è un capolavoro comico, o che i capisaldi della letteratura umoristica sono Sterne o Jerome o Achille Campanile: si ripetono questi nomi ma non li si legge mai veramente, e se li si legge non si ride.

Perciò, dovendo riempire la sezione ‘Ridere’ di una antologia scolastica, ho fatto molta fatica perché da una parte volevo evitare Chichibio, Campanile e tutti gli altri libri che possono far sorridere i vecchi professori di letteratura ma fanno sbadigliare gli adolescenti; e dall’altra non ho potuto antologizzare quei pochi testi che fanno veramente ridere ma che contengono troppe parolacce o troppe allusioni sessuali o scatologiche, tutte cose che sono largamente presenti nella vita e nei pensieri degli studenti ma che a scuola non sono ammesse. Alla fine ci sarà La corsa ciclistica o La partita di biliardo di Fantozzi, un racconto di Amurri preso da Come ammazzare la moglie e perché, un paio di sonetti di Belli, un brano dell’autobiografia di Risi I miei mostri (libro sommo) e qualche altra cosa tratta da autori stranieri.

Se avessi avuto mano libera, se cioè a scuola avessero cittadinanza le parolacce e le allusioni sessuali e scatologiche, avrei antologizzato quelli che mi sembrano essere i due migliori scrittori comici italiani in attività. Uno è Alessandro Gori alias Lo Sgargabonzi, animatore dell’omonima pagina Facebook e autore del bellissimo Jocelyn uccide ancora (ne ho parlato più volte su Internazionale online); e l’altro è Rocco Tanica.

Rocco Tanica è quello che si chiama un artista multimediale, nel senso che fa il comico in televisione, suona pianoforte e tastiera, ha arrangiato canzoni di cantanti famosi come i Righeira, De André, Baglioni, Ranieri, e ha scritto o collaborato a scrivere canzoni per il gruppo nel quale ha suonato e cantato per trent’anni, gli Elio e le Storie Tese, nonché per altri cantanti-attori come Bisio (la musica di Rapput) e la Cortellesi (musica e parole di Non mi chiedermi). Meno noto è il fatto che Tanica (che in realtà si chiama Sergio Conforti: chi entrava negli EelSt perdeva il nome, come i monaci in monastero, e gli si appiccicava subito addosso una sfilza di soprannomi) ha scritto e scrive racconti comici di qualità fuori del comune. Nel 2008 ne ha raccolta qualche decina in Scritti scelti male, un libro che non ha avuto tutti i lettori che avrebbe meritato, e che è geniale ancora prima di cominciare, già nella copertina (una delle ‘copie infedeli’ di Piero Costa, La fucina di Vulcano visitata dalla Finanza, da Velázquez), già nella dedica in esergo: «La parte toccante che tira in ballo i sentimenti intorno a pagina 70 è dedicata ai praticanti anziani del Falun Gong, allo zoccolino battiscopa in Klinker e ad un uomo alto che impersona Madre Teresa di Calcutta per scherzo […]. Dedicato al cane grasso di una coppia di spagnoli intravisti nella fila al bar del traghetto Barcellona-Genova nel 1985, con lo stesso tormento di allora» – una combinazione di grottesco e familiare (il battiscopa in Klinker) che era già caratteristica di certe canzoni un po’ esoteriche degli EelST (Plafone, per esempio).

Scritti scelti male ha molte virtù, ma quella che spicca più delle altre è il modo in cui Tanica riesce a trasfigurare in chiave comica la merce. L’investimento affettivo sui prodotti commerciali è un tratto ricorrente soprattutto nella psiche e nella memoria dei nati dagli anni Sessanta in poi, cioè da quando le vite occidentali hanno cominciato a riempirsi di immagini e suoni e nomi pop, e brand di prodotti di consumo generati dalla prima globalizzazione e mediati dalla televisione e dal cinema. Un quasi coetaneo di Tanica, Tommaso Labranca, ha usato questo genere di repertorio per un’elegiaca rievocazione della modernità pre-digitale (nel programma di Fazio Anima mia, di cui era autore; e prima in Andy Warhol era un coatto, e poi in Chaltron Hescon). Nei primi racconti di Aldo Nove (1967) i brand sono una specie di correlativo oggettivo della depressione, questo è per esempio l’outfit ‘giusto’ per una festa che finirà malissimo: «E poi avevo i boxer Armani. I pantaloni anche Armani, coordinato ai boxer. Calze Burlington. Di scarpe, le Worker’s. Poi avevo il Moncler arancione, e sono andato alla festa» (Meteor Man, in Superwoobinda). Nello Sgargabonzi, che appartiene alla generazione successiva, si fondono l’uno e l’altro registro, ma con una sottolineatura ironica più spiccata, e un’inedita nota d’affetto: «Solo i brand resistono: sono gli unici che non ci hanno tradito rispetto ai nostri anni verdi. Mentre abbiamo visto i nostri cari sfasciarsi sotto i nostri occhi, lo Stecco Ducale Sammontana ha lo stesso gusto che aveva nell’88» (intervista di Martina Scapigliati per FUL Magazine, 10 maggio 2019).

In Tanica, come negli EelST, non c’è neppure ironia, solo affetto e tenerezza per tutto quell’Effimero – oggetti pop, marchi, icone, nomi – che ha saturato il nostro immaginario negli ultimi quattro o cinque decenni: come se tutte le cose fatue che ci sono state rovesciate addosso dall’industria e dai media venissero assolte per la loro fatuità, e sul fondo restasse solo il sedimento di innocente piacere che ci hanno dato, il lato euforico del consumismo. Questo è un brano dal resoconto (immaginario) di una (reale) Visita di Benedetto XVI a Napoli il 21 ottobre 2007:

La risposta a tutto questo è per Benedetto XVI – mocassini testa di moro di Campanile e pantalone canvas di cotone light Krizia Uomo – «una seria strategia di prevenzione, che punti sulla scuola, sul lavoro e sull’aiutare i giovani a gestire il tempo libero. Parole scandite sotto la pioggia, che […] non ha impensierito il Santo Padre, protetto dal fidato berretto beige di maglia lavorata a costine, interno sfoderabile, di Gazzarrini. Subito dopo, al Seminario Maggiore di Napoli a Capodimonte, luogo ideale per una scarpa di pelle stringata Cesare Paciotti, comodi jeans denim di Versus e T-shirt in lino pettinato Fruit of the loom, il saluto ai leader religiosi…

Il fan di Scritti scelti male si era rassegnato all’idea che quell’alba fosse anche un crepuscolo, cioè che Tanica non avrebbe più scritto testi comici di quel genere: gli anni passavano, e niente. E invece. Nell’estate scorsa, Tanica ha cominciato a pubblicare dei pezzi autobiografici sul sito www.medium.com. Di solito le autobiografie sono dolceamare, come la vita, anzi più amare che dolci, come la vita. Invece Tanica mette nell’osservazione e nel racconto di sé la stessa euforia, lo stesso candore che in Scritti scelti male metteva nell’osservazione degli oggetti: è come se una specie di ascesi lo avesse esercitato a vedere il bello e il divertente non solo nei fatti ordinari dell’esistenza ma persino in quelli tragici. Esempio. Qualche anno fa, Tanica ha attraversato un periodo di depressione che lo ha anche costretto ad allontanarsi per qualche tempo dagli EelST, e ad astenersi dai concerti. È difficile scrivere un racconto euforico sulla depressione, di solito è tutto un rincarare di metafore nere (il tunnel, la bestia, la notte), mentre il mondo intorno non capisce e scambia la depressione per tristezza passeggera. Tanica intitola il suo pezzo sulla depressione Magnaccia, Morandi e Lapponia, e comincia spiegando lungamente quanto ammiri Gianni Morandi. Poi introduce il tema:

Alla fine del tour di EelST e Claudio Bisio Coesi se vi pare incappo nella mia seconda depressione importante. La prima era stata vent’anni prima, in occasione dell’inculata subita per mano di un duo torinese di canzoni pop, due belle persone che mi avevano lasciato sul lastrico per non aver pagato – loro – le rate di un debito del cui saldo mi ero fatto garante. Sì esatto chiamatemi furbo, poi un giorno spiego come andò. Nel 2006-2007 non c’entrava un duo ma addirittura un gruppo di magnaccia.

Lo svolgimento del tema, com’è giusto trattandosi di depressione e non di tristezza passeggera, non è esattamente allegro. I magnaccia sono dei tipi chiassosi, violenti, pericolosi (caso più unico che raro, Tanica ha un orecchio assoluto per l’aggettivazione e per le similitudini comiche: «la media dei visitatori ha faccia da spavento, macchina potente, volume di voce insopportabile e odore che va da cervo con problemi a Kenzo pour homme a tutt’e due»). Se li trova nell’appartamento di fronte al suo, e a un certo punto lo bullizzano per rappresaglia a una buona azione (aveva cercato di fare del bene a una loro ‘protetta’). L’esperienza lo turba al punto da fargli perdere il sonno e la salute, sicché per distrarsi decide di partire con la compagna per la Lapponia finlandese.

Giunti in loco abbiamo, in successione: una gita coi cani da slitta insieme a un signore di Bergamo; un pranzo di Natale analcolico in albergo alle 16.30; una messa di Natale creepy per la presenza di un bambino down nella panca in seconda fila, non per il bambino che pare innocuo ma perché tutti i lapponi riuniti in chiesa si tengono a debita distanza da lui («it’s an old story», spiega senza spiegare il gestore dell’albergo); fotografie di coppia contro il cielo stellato. Dopodiché Tanica scrive: «Poi vado a cercare qualcosa e trovo il teatro e una cosa nel cervello fa: cric». Sì, nella casa lappone, dietro una porticina, c’è un teatro. E quella che segue è una delle descrizioni più convincenti di una crisi di nervi che io abbia mai letto (fate la prova su medium.com). Detonatore della crisi di nervi, per aggiungere sale comico alla tragedia, una telefonata di Gianni Morandi che gli fa gli auguri di Natale. Medicina per la crisi di nervi, la stessa telefonata di Morandi, che parla a Tanica del Senso della Vita. E sembra impossibile, ma Tanica è così intelligente e così bravo a scrivere che tutto questo apologo sulla violenza, la psiche, l’affetto e l’amicizia non è appesantito da un solo grammo di retorica.

Cosa c’è di comico? Qui sta il punto. Leggendo tutti i racconti autobiografici di Tanica, non solo questo, torna spesso in mente quel vecchio adagio secondo cui la vita è una tragedia se considerata nel suo insieme ma una farsa ridicola – nel senso etimologico ‘che fa ridere’ – se la si guarda giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, soprattutto quando commisuriamo le nostre velleità (di amore, glamour, ricchezza, fama) alla nostra miseria, ai poveri cristi che siamo. Ecco, Tanica mostra sempre di possedere la coscienza dell’infinita vanità del tutto ma anche di saperla esorcizzare attraverso l’autoironia, e un superiore talento, un talento da saggio, nel saper vedere i lati buffi della vita. Riesce a dire «che ogni persona è un mosaico unico, non sempre le tessere restano al loro posto e rimettercele costa fatica e mal di cuore, ma alla fine impariamo il coraggio e il sollievo», e, nella stessa pagina, a dare questa descrizione millimetrica della gita in slitta con gli husky (notare l’uso calibrato della scatologia, i tecnicismi stranianti, e insomma semplicemente l’orecchio per la prosa):

Attenzione spoiler: i cani da slitta scorreggiano e pisciano intanto che vanno. Se amate questa cosa precipitatevi, altrimenti pensateci bene perché una volta partiti quelli non si fermano; o ti lanci fuori in corsa, finisci in un fosso, vai in ipotermia e vieni divorato dalle renne, oppure ti lasci investire dai gas intestinali di cane (il famoso vento a favore) e nebulizzare di acido urico come quando spruzzi il profumo ed entri nella nuvoletta. Sarà che sono professionisti e giustamente si fermano quando vogliono, ma non puoi neanche fare stop per scambiarti di posto (col signore di Bergamo), noi almeno non ci siamo riusciti. Fine spoiler.

Le nevi lapponi, la notte polare, e in faccia le scorregge e il piscio dei cani da slitta – ecco un dettaglio significativo che in Zanna Bianca ci era stato taciuto.