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Labranca a Capolago

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 12 maggio 2019

Location, location, location. Frank Underwood – il consiglio è suo – sarebbe soddisfatto. La vista dalla porta-finestra al primo piano è sontuosa: a cinquanta metri in linea d’aria c’è il ramo sudorientale del lago di Lugano, con in alto le cime ancora leggermente imbiancate; in basso invece è già quasi estate, le barche a vela incrociano le loro traiettorie davanti al paesino di Capolago. Ma anche la stanza è sontuosa, anche la gigantesca libreria alle nostre spalle, traboccante (ma con ordine) di libri e cataloghi in quattro o cinque lingue. Anche il divano è sontuoso, senza essere pompier. «Ecco – mi dice il padrone di casa Milo Miler – qui abbiamo progettato, abbiamo fatto anche materialmente tutti i numeri di Tipografia Helvetica».

Tipografia Helvetica è il titolo dell’ultima rivista diretta, redatta e in buona parte scritta da Tommaso Labranca, con l’aiuto di Luca Rossi. L’ultima solo perché Labranca è morto tre anni fa, alla fine di agosto del 2016, e non ha più avuto il tempo di farne altre; e perché prima ce n’erano state quattro o cinque, fare riviste era la mania di Labranca, dalle fanzine dei primi anni Novanta, «Artecrazia italiana» e «Trashware», alle riviste digitali «Ossobook» e «Labrancoteque», fino all’incredibile pieghevole «YouTalent» allegato a «Cronaca vera», pubblico ideale i teen-ager smaniosi di entrare nello show-biz, defunto dopo tre numeri (i teen-ager smaniosi non hanno soldi, non vanno in edicola, non leggono riviste, smaniano e basta). Non male, come uscita di scena, per uno come Labranca che aveva il mito di FMR di Franco Maria Ricci.

Tutte queste riviste labranchiane hanno due caratteristiche comuni: prima, una cura certosina nella confezione, una qualità sorprendente nella scrittura e nella grafica, compatibilmente con i pochi soldi a disposizione; seconda, una perfetta irrilevanza nella vita culturale italiana degli ultimi decenni, nel senso che quasi nessuno le ha non dico lette ma anche solo sfogliate, e adesso quasi nessuno sa che sono esistite (i labranchiani sono un club di fanatici, e qualcuno leggendo quest’articolo dirà «Ma come!»: ma è come dico io).

Come Labranca ha incontrato Miler e la moglie Julia, e come al primo incontro si sono, come si dice, trovati, sarebbe lungo da raccontare. C’entra il fatto che Milo e Julia sono degli europei colti, poliglotti al punto che anche dopo un’ora di conversazione non si riesce bene a capire quale sia la loro madrelingua, interessati un po’ a tutto, dal design modernista (che paga le bollette) agli scrittori spiantati. E c’entra il fatto che Labranca invece veniva dal popolo, viveva a Pantigliate, hinterland milanese, aveva un’attrazione innata per la Svizzera (ordine, pulizia, poca gente in giro) e una passione per il design, l’arte contemporanea e le buone maniere. La «Casa d’arte» Miler, alla prima visita, dev’essergli sembrata la terra promessa, e Miler – soprattutto dopo che si è offerto di finanziargli una rivista – una specie di messia.

Alla metà dell’Ottocento la Casa d’arte Miler era la tipografia sul confine in cui i fuoriusciti italiani stampavano i loro pamphlet anti-austriaci. I libri di patrioti come Cattaneo, Guerrazzi, Gioberti, Balbo, La Farina, furono pubblicati in quell’edificio col marchio «Tipografia Elvetica», e di qui portati in Italia da staffette come il comasco Luigi Dottesio, che proprio durante una di queste missioni venne catturato dagli austriaci e giustiziato. L’antica tipografia, un bel palazzotto a due piani a due passi dal lago, doveva essere abbattuto. «In questa zona non c’è molto interesse per le cose antiche, e men che meno rispetto per gli edifici storici», mi ha spiegato Miler: «basta vedere lo scempio che hanno fatto a Lugano, con le stupende villette liberty – io ho fatto in tempo a vederle da ragazzo – demolite per costruire uffici, filiali di banche». Così Milo Miler e sua moglie, Julia hanno prosciugato il loro conto in banca di antiquari benestanti (benestanti, non ricchi, precisa Miler), hanno comprato l’edificio e lo hanno ristrutturato da cima a fondo trasformandolo in una abitazione-museo un po’ arcigna vista da fuori (il muro perimetrale in cemento armato grigio fa molto bunker, ma ha lo scopo di attutire quella che il sito chiama soavemente «un’importante fonte di emissioni foniche», cioè la ferrovia per Lugano che ha sventrato il lungolago) ma dentro arredata con illuminato eclettismo (quadri optical e maestri del Settecento e concretismo e decorazioni art nouveau e mobili Serrurier-Bovy un po’ dappertutto: quel che non si vende, arreda), dunque perfetto showroom per accogliere i clienti nonché sede di rappresentanza per attività culturali parallele a beneficio soprattutto dei capolaghesi. Due volte l’anno, infatti, la casa si apre a tutti gli interessati per mostre d’arte, design, arredamento, presentazioni di libri: la visita vale assolutamente il viaggio (c’è una mailing list sul sito).

La rivista Tipografia Helvetica, che ha preso il nome dell’edificio (più una acca), apparteneva alla vasta famiglia delle riviste belle e illeggibili. Foliazione di 32 pagine («la stessa dei passaporti della UE») ma su un gigantesco formato A3, ingestibile se non sulla scrivania, mai a letto, difficilmente in poltrona; belle copertine minimaliste, memori dello Swiss Style anni Cinquanta; dentro, articoli sull’arte contemporanea in generale (pittura, scultura, musica, letteratura, molto design e molta fotografia), una grafica curatissima ma un po’ invadente, con un effetto di ‘tutto pieno’ che non incoraggiava granché alla lettura; e tante foto, spesso belle, ma difficili, e insomma più da rivista di studio che da rivista patinata (dettagli architettonici, scorci di città, opere d’arte astratte).

L’editoriale del primo numero – nella controcopertina, nero su rosso, al limite della leggibilità – se la prendeva molto labranchianamente col mainstream editoriale. Tipografia Helvetica, scriveva Labranca, «rifugge gli argomenti culturali di cui ‘tutti parlano’. Ignora i best-seller, le classifiche, le mostre-spettacolo. Mentre la Rete si affolla di pubblicazioni digitali impalpabili, Tipographia Helvetica vuole fare altro. Non ha alcuna presenza sui social network, e non ha un sito. Si può leggere solo affidandosi al piacere tattile della stampa su carta. Ogni elemento di Tipografia Helvetica ribadisce la sua essenza eurocentrica. Il suo ampio formato ricorda i quotidiani attaccati alle listelle di legno che pendevano nei caffè viennesi».

Nell’insieme (e nella mappa degli errori ci mettiamo anche la velleità di fare la centesima ‘rivista europea’), una lucidissima strategia per il fallimento. E fallimento è stato: simmetrico, del resto, a quello dei libri che Labranca ha pubblicato, ma alla macchia, negli ultimi dieci anni di vita (almeno un paio bellissimi: Il piccolo isolazionista, Progetto Elvira), libri che pochi hanno letto e che nessuno si sogna di ristampare. In Svizzera, grazie ai buoni uffici dei Miler, Tipografia Helvetica ha trovato qualche decina di abbonati; in Italia quasi nessuno. Dopo un paio di numeri qualche volenteroso ha organizzato una presentazione della rivista al Politecnico di Milano, ma c’erano più relatori che pubblico, ed è stata un’ora di imbarazzo. Alla fine del primo anno Labranca ha scritto una lettera rancorosa ai circa duecento abbonati per lamentarsi dell’ignoranza e della pigrizia dei lettori italiani. Qualche mese dopo è diventato chiaro che Tipografia Helvetica non poteva durare. Ma Labranca è morto prima: il decimo numero è stato un numero commemorativo, curato da Luca Rossi e altri amici, dal titolo Labranca for Dummies – che saremmo noi.