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V. S. Naipaul (1932-2018)

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 19 agosto 2018

Libro dopo libro, i grandi scrittori articolano la loro idea dell’esistenza, di come bisogna o non bisogna viverla: e noi li leggiamo perché vorremmo che un po’ della loro intelligenza e della loro saggezza ci aiuti a mettere in sesto la nostra, di esistenza; e anche per vedere come se la sono cavata gli altri. Di solito questi scrittori prendono uno spicchio di mondo – Parigi, Newark, la Sicilia, le borgate romane – e lo adoperano come sineddoche: gli esseri umani che vanno in scena in quei libri appartengono a un luogo e a un tempo determinati, ma sono figure dell’umanità. Anche V. S. Naipaul, morto la settimana scorsa a 86 anni, aveva la sua piccola patria: era nato nell’isola di Trinidad, al largo delle coste del Venezuela, ed è lì che sono ambientati i suoi primi romanzi (a cominciare dal più celebre, Una casa per Mr Biswas). Ma Naipaul non li scrisse a Trinidad. Nel 1950, diciottenne, si trasferì a Oxford con una borsa di studio, e non tornò più indietro. La cultura anglosassone si sovrappose così in lui a quella caraibica nella quale era nato, e a quella indiana dei suoi antenati, che dall’India erano emigrati a Trinidad alla fine dell’Ottocento.

Venire da una minuscola regione del mondo nella quale non aveva radici particolarmente profonde, e che non gli era particolarmente cara, gli permise di sviluppare, per usare le sue parole, «un senso del mondo», e gli fece desiderare di approfondirlo, questo senso del mondo, viaggiando. A partire dai primi anni Sessanta, per quasi mezzo secolo, Naipaul ha viaggiato (Africa, Asia, America Latina, Stati Uniti meridionali) e ha scritto dei luoghi e delle persone che ha visto, a volte imbastendo delle trame immaginarie e creando dei romanzi, più spesso raccontando la realtà, in quelli che sono forse i più mirabili libri di viaggio che siano stati scritti nel secondo Novecento. Al contrario di quegli scrittori che non si stancano di esplorare e riesplorare ciò che è familiare, Naipaul dava il suo meglio nell’interazione con l’estraneo, sicché il suo spicchio di mondo ha finito per coincidere con l’intero pianeta, e i suoi libri si sono popolati di personaggi dalle provenienze e dalle fisionomie più disparate (con una preferenza per la gente ordinaria in luoghi ordinari: «Io viaggio per scoprire altri stati d’animo. E se questa avventura intellettuale mi porta in posti dove la gente conduce vite limitate, è perché la mia curiosità è in parte ancora influenzata dalle mie origini coloniali, di Trinidad»): non c’è scrittore che meglio di lui abbia incarnato l’ideale di Weltliteratur.

Leggendo Naipaul si avverte qualcosa che noi stessi avvertiamo di continuo se viviamo una vita intellettualmente attiva, e cioè la continua vicenda di incomprensioni, comprensioni parziali, progressive messe a fuoco sulle cose che sperimenta chi decida di osservare la realtà non solo senza filtri ideologici ma senza opinioni preconcette, in una posizione di totale apertura. I suoi racconti di viaggio sono soprattutto racconti di ritorni. Tornando dopo dieci, venti, trent’anni nei luoghi in cui è già stato, Naipaul osserva il modo in cui la tecnologia e le idee degli uomini li hanno cambiati. Il senso di catastrofe che aleggia sul suo ultimo libro africano, La maschera dell’Africa, si deve soprattutto allo scarto tra un recente passato, quello degli anni della decolonizzazione, dal quale si poteva guardare al futuro con un certo ottimismo, a un presente – cioè a quel futuro realizzato – che non sembra lasciare spazio alla speranza. Dall’altra parte, i luoghi visitati non sono stati modificati soltanto dalla demografia e dalla plastica ma anche dalla religione: in Fedeli a oltranza, forse il suo libro più bello e straziante, Naipaul osserva con una capacità di penetrazione senza eguali il modo in cui la fede musulmana ha modificato – per il peggio – la mentalità dei popoli di Paesi non arabi come l’Iran, la Malesia, l’Indonesia, il Pakistan.

Questa curiosità nei confronti del mondo non ha mai voluto dire indulgenza o simpatia per gli uomini. Naipaul aveva la mentalità prototipica del pessimista conservatore. Pensava che gli esseri umani nascessero bacati – cioè malvagi, pigri, vanitosi, sciocchi, superstiziosi eccetera – e che per curare il baco servisse un faticoso processo di civilizzazione. Nella gran parte dei casi, cioè nella gran parte dei Paesi e delle culture, questo processo non si era dato, o solo in forme grossolanamente imperfette: così per esempio nella sua Trinidad, raccontata sin dal primo romanzo, Il massaggio mistico, come un luogo nel quale secoli di sopore e ignoranza hanno imprigionato l’esistenza in una rete di stupidità e superstizione; o nell’India dei suoi antenati, descritta in libri bellissimi e spietati (per farsi un’idea – sia del talento sia dell’inflessibilità, oggi diremmo forse della mancanza di empatia – bastano le prime pagine di Un’area di tenebra, pubblicato quando aveva 32 anni); o nell’Africa nera, sospesa tra la memoria sempre più evanescente del colonialismo e il nativismo di individui come Mobutu o Idi Amin Dada.

Naipaul non aveva dubbi su dove quel processo di civilizzazione avesse dato i frutti migliori. Una volta Richard Rorty ha detto che tre secoli fa, in Europa, si cominciò a capire qual era il modo migliore di vivere la vita: le democrazie liberali – quelle che hanno affrancato gli schiavi, emancipato le donne, riconosciuto alle minoranze gli stessi diritti della maggioranza, separato i poteri – sono state e sono un tentativo di traduzione in atto di quei princìpi. Naipaul sarebbe stato d’accordo. Nel 1992 pronunciò un discorso al Manhattan Institute di New York in lode della Nostra civiltà universale. Ma universale voleva dire, in realtà, occidentale. Naipaul era un cittadino britannico: dopo decenni di esplorazioni non credeva che questa fosse la strada migliore, credeva che fosse l’unica.

Di solito gli scrittori sono buoni alleati degli esseri umani, di solito trovano che la loro causa sia una buona causa, e che meriterebbero molto di più e di meglio rispetto a ciò che il destino gli riserva; e che basterebbe poco, un po’ di bontà e di solidarietà, per trasformare questo mondo malato in un paradiso. Invece dai libri di Naipaul si esce con la sensazione che gli esseri umani siano soprattutto animali pericolosi, affezionati ai loro vizi e alle loro illusioni, che la vita associata sia piena di complicazioni dolorose che si possono medicare, ma non risolvere; che non ci sia nessun altrove di semplicità e purezza a cui guardare per rigenerarsi; che il mondo sia una trappola dalla quale, come testimonia la vita dello stesso Naipaul, ci si salva da soli. Tutto questo pessimismo – specie perché espresso in uno stile supremo – è rinfrancante.