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Tommaso Labranca: 78.08.18

di Claudio Giunta

Il Foglio, 8 settembre 2018

Tommaso Labranca amava Fantozzi. Sognava «un ultimo film di Fantozzi, ma girato bene come il primo, da un erede di Luciano Salce, in cui ragioniere e famiglia sono alle prese con il mon­taggio di un mobile nordico in scatola piatta». E pensava che Fantozzi fosse il primo grande personaggio comico autenticamente italiano perché privo di connotazioni regionali: Totò è napoletano, Macario è torinese, Sordi è romano, Villaggio-Fantozzi è… non è romano anche se vive a Roma, perché nei libri e nei film di Fantozzi Roma non si vede veramente mai, se non in scorci indistinti come il pezzo di tangenziale al Prenestino in cui Fantozzi prende l’autobus al volo. E pensava che con il linguaggio di Fantozzi – quella miscela di formalismi usati senza criterio, cliché da bar ed errori di grammatica (vadi, venghi) – Villaggio avesse saputo ricreare l’autentico italiano standard, che fosse questa lingua a più registri, tutti brutti e grigi, la vera lingua nazionale (un decennio prima che Villaggio scrivesse Fantozzi, in un articolo famoso e fantasioso, Pasolini aveva invece identificato il nuovo italiano nella lingua in uso nelle aziende settentrionali; ma questo era ed è solo uno dei tanti idioletti: la lingua di Fantozzi è più stratificata, e l’aziendalese non è che uno dei suoi ingredienti).

Labranca è morto esattamente due anni fa, alla fine di agosto, e dieci anni fa ha pubblicato un libro che evocava e rifletteva su un altro anno uscente in 8, il 1978 (il titolo era appunto 78.08, uno di quei titoli impossibili che nessun grande editore avrebbe mai accettato, e infatti il libro fu pubblicato da excelsior 1881, dove Labranca era di casa). Tanti anniversari vanno onorati.

78.08 è un Fantozzi virato sull’angoscia anziché sul comico, e aggiornato ai costumi del 2008. Il protagonista Antonio Maniero, quasi omonimo di Tony Manero, ha anche lui come Fantozzi una figlia orrenda di cui si vergogna, un lavoro senza senso né soddisfazione (dà ripetizioni di inglese a fuoricorso asini in un’oscena scuola privata che si chiama Fast Forward!), colleghe e colleghi molesti, nessuna speranza di uscire dalla palude in cui sopravvive a stento. Non c’è molto altro. Nel Novecento si sono moltiplicati i romanzi-saggio, quelli in cui l’autore apre squarci nella trama per esporre le proprie idee sul mondo; in 78.08 le proporzioni sono ribaltate, le idee sul mondo occupano più spazio della trama, sicché per definirlo si potrebbe usare l’etichetta di saggio romanzato.

La parte ‘romanzo’ è la cronaca della battaglia che il protagonista si trova a combattere in pratica contro tutti: la vecchia madre che lo disprezza, la figlia cicciona piena di piercing, l’amico del cuore della figlia, un emo anche lui ciccione, due colleghe di lavoro petulanti, un collega di lavoro bocconiano, originario di Locri, imitazione fallita di Piersilvio Berlusconi, che soffre della malattia di cui secondo Labranca soffre la gran parte degli italiani, soprattutto se giovane e scolarizzata, cioè una stima di sé del tutto sproporzionata rispetto ai propri meriti reali. Il montaggio del mobile Ikea che Labranca proponeva come Leitmotiv di un nuovo film di Fantozzi è sostituito qui da una situazione altrettanto fantozziana: il protagonista deve sistemare la tappezzeria anni Settanta della casa della madre, e questa incombenza produce fastidio, dolore, risentimento – soprattutto risentimento, che è stato poi il motore principale della scrittura di Labranca nel suo ultimo decennio di vita: basta leggere, a parte certi articoli un po’ esagitati su «Libero», l’ultimo libro su o meglio contro il mondo dell’arte contemporanea, Vraghinaroda (e in 78.08 lo dichiara già la citazione in esergo, da Isherwood: «Sei un sognatore perso, senza senso pratico né degli affari. Così le persone credono di poterti fregare a loro piacimento. Poi però ti metti al tavolo e scrivi un libro su di loro per mostrare che razza di maiali sono…»).

La parte ‘saggio’ ha due anime. Da un lato c’è la rievocazione del 1978 attraverso il film iconico di quell’anno, La febbre del sabato sera, rievocazione che sfiora anche il tema del terrorismo ma, labranchianamente, lo fa in forma farsesca, interpretando il fenomeno non come fatto politico ma come dramma della ciarlataneria e del narcisismo i cui attori sono non i capi brigatisti ma gli sciagurati compagni di scuola del sedicenne Maniero: il ripetente manesco che inneggia alle BR ed entra in classe facendo il gesto della P38, e si becca due ceffoni dal professore di latino; e il viziato nobilastro milanese che si presenta in classe con una giacca avorio, imitazione di Tony Manero, e alzando il braccio, l’indice puntato verso il cielo come Travolta, dichiara chiusa l’epoca dell’impegno e inaugura quella del riflusso («Quel gesto di Tony Manero […] cancella il gesto della mano alzata a richiamare la P38»); in mezzo, il sedicenne Maniero, alias Labranca, disallineato rispetto a entrambi, disimpegnato, nulla: «In realtà non vorrei nemmeno pensare al trentennale della Febbre del sabato sera perché significherebbe rielaborare un periodo di umiliazioni doppie: da una parte i comunisti, dall’altra i travoltini […]. La notte pensavo che le due tribù inconciliabili avessero siglato un patto di non belligeranza per concentrarsi in ogni mattinata scolastica solo su di me, che non ero nulla».

Dall’altro lato, Labranca riflette su ciò che è cambiato nei trent’anni che separano il 1978 dal 2008. Senza probabilmente avere mai sentito parlare delle Annales, in 78.08 Labranca ne applica la lezione alla storia contemporanea. Per comprendere lo spirito di un’epoca non importano le guerre, i trattati di pace, le forme di governo, i presidenti, i ministri, non importa la storia delle istituzioni e non importa la storia evenemenziale, non importa quasi niente di quello che si legge nei libri di storia. Importa la materia di cui è fatta la vita delle persone, e per afferrare quella materia è inutile mandare a memoria le genealogie dei re e dei papi. Se ci si occupa della mentalità dei contadini del Cinquecento bisogna fare i conti con i verbali dei tribunali ecclesiastici che conservano traccia della loro bizzarra visione del mondo; e se ci si occupa del tempo presente bisogna fare attenzione alle cose che hanno contribuito a definire la vita materiale e l’immaginario delle ultime generazioni. A questo scopo i film, i programmi televisivi, le canzoni, il cibo, l’abbigliamento, e insomma tutto ciò che appartiene alla sfera mutevole dei consumi può essere più utile degli atti parlamentari. Due esempi, uno sulla media e l’altro sulla lunga durata. Il primo:

Non ripenso mai volentieri al .68. Ma nel caso di Little Tony faccio una eccezione. Perché in quella sfera temporale Little Tony in un film restava solo a casa in città mentre la famiglia era al mare e con un suo amico si rivelava totalmente incapace di cucinare qualsiasi cosa. E allora, sconsolato, diceva all’amico: «Andiamo all’osteria». All’osteria. Come facevano i personaggi nei romanzi veristi di fine Ottocento. Nel .68, con la fantasia al potere, si andava in un luogo dal nome cupo e fumoso come osteria. Quindi nel .68 non c’erano luoghi colorati come i fast food, neri come i bar di periferia rifatti in wengé che cercano di imitare Armani Nobu, attraenti nel loro squallore come i take-away. Cos’ha fatto cambiare tutto? Quale evento ha replicato il passaggio epocale della scomparsa dei dinosauri, cancellando le osterie, cancellando l’ingenuità ruspante di Little Tony e sostituendola con l’arroganza del provincialotto mantovano che si crede al centro del mondo perché mangia pollo alle mandorle?

Non conta la risposta; conta che la distanza tra l’oggi (il 2008 in cui Labranca scrive) e il 1968 venga misurata attraverso l’evocazione di un nome e di una consuetudine: andare all’osteria; e che la misurazione sia corretta. Tra l’osteria di Little Tony e i «bar di periferia rifatti in wengé che cercano di imitare Armani Nobu» corre un mutamento di mentalità e di habitus che fa percepire lo scarto tra quelle due età del mondo meglio di qualsiasi disamina politico-sociale.

Secondo esempio, sulla durée pluridecennale della storia d’Italia. Come molti italiani della sua generazione, soprattutto proletari e piccolo-borghesi, Labranca è cresciuto con la TV più che con i libri, sicché poteva misurare su di sé, sulla propria educazione, l’influenza esercitata dalla TV. Ma la generazione di Labranca è stata anche testimone di due transizioni che le generazioni successive percepiranno senz’altro come avvenute, cioè come dati di fatto e non come eventi: il passaggio dal bianco e nero al colore (soglia simbolica evocata anche nella poesia che chiude quello che è il miglior libro di Labranca uscito negli anni Zero, Il piccolo isolazionista) e la moltiplicazione del numero dei canali grazie alla nascita delle TV commerciali. Ciò che per gli adolescenti cresciuti negli anni Ottanta o Novanta era ovvio, per lui e per i suoi coetanei non lo era affatto, perché loro avevano ancora ben presente l’epoca della scarsità: i due canali in bianco e nero, i programmi che finivano alle 23. La sensibilità di Labranca per la TV deriva da questo doppio condizionamento – l’aver assorbito una quantità enorme di TV negli anni della formazione e l’aver attraversato il periodo più incandescente della storia del medium:

La storia d’Italia si può dividere in quattro grandi periodi. Dall’Unità al .58, una unificazione imposta, faticosa e retorica di popolazioni che non si conoscevano, non si fidavano l’una dell’altra, parlavano lingue diverse. Dal .58 al .78. una riunificazione su base televisiva di popolazioni che si riconoscevano non nei destini comuni della patria, ma negli unici due canali della televisione di Stato, nei suoi programmi, nelle sue gag, nei suoi personaggi. Dal .78 all’.88, sicuramente il periodo migliore, la nuova frammentazione della nazione secondo il suo vero spirito: quello dei Comuni medievali. Un campanilismo trasformato in antennismo, coagulato intorno al traliccio con i ripetitori dell’emittente di zona. Nessun ritorno alla tradizione e ai costumi locali, ma la nascita di un patrimonio di trasmissioni e personaggi a diffusione limitata che rendevano impossibile il dialogo tra coetanei di zone diverse del Paese. Cosa avrebbe capito un mio corrispondente sardo se in una lettera gli avessi citato Antenna 3, La Bustarella, Renzo Villa, il mobilificio Rogora, la Redilco, Tino Pigni. Un racconto regionale del .78 avrebbe bisogno oggi di un corpo di note superiore a quello che Giorgio Amitrano aggiungeva in appendice ai primi libri di Banana Yoshimoto per spiegarci cibi e abitudini nipponici allora poco conosciuti […]. Dall’.88 in poi la tristezza dei grandi network e le televendite registrate e diffuse sui diversi circuiti locali hanno ucciso il romanticismo del .78 e creato una nuova unificazione che anche in questo momento mi fa sbadigliare per la noia.

L’importanza della radio e della televisione per l’unificazione soprattutto linguistica della nazione è una verità ben nota; meno ovvia è la considerazione relativa al decennio 1978-1988, quello del particolarismo televisivo poi omologato da Mediaset: tema classico di Labranca, che alle pubblicità dei mobilifici e dei supermarket brianzoli e al loro effetto auratico ha dedicato più d’una pagina dei suoi libri degli anni Novanta, in particolare Estasi del pecoreccio e Chaltron Hescon.

Tra i filoni che si possono isolare all’interno di questa breve storia televisiva dell’Italia il più interessante è il porno, perché in nessun altro ambito della vita l’evoluzione dei costumi è stata tanto rapida e traumatica. Nella famiglia piccolo-borghese di Antonio Maniero – come in quasi tutte le famiglie piccolo-borghesi – il sesso era tabù, perché «più che una vergogna era considerato una cosa inutile, sterile, non legata ai cicli del lavoro e del guadagno». Ma le televisioni private dell’anno 1978 avevano aperto alla generazione nata nei primi anni Sessanta (Maniero è del 1962, come Labranca) la terra sino ad allora quasi incognita del porno «direttamente a casa vostra», in punta alla sedia del tinello mentre gli altri dormono: «La visione del porno su Telereporter al venerdì notte, quando però formalmente era già sabato, è stata un’esperienza dei sensi inebriante, un’eredità che si portano dentro alcune persone identificabili in una matrice geografica (l’hinterland milanese o comunque fin dove arrivava il segnale dell’emittente con base a Rho) e temporale (il magico lustro 1978-81)». In realtà no, il porno soft delle emittenti private è stato un fenomeno pan-italiano, tant’è vero che lo guarda anche Fantozzi nel suo appartamento romano in Fantozzi contro tutti, con esiti non felici. Il film è del 1980; il racconto che dà la trama all’episodio del film, La TV privata di mezzanotte, esce appunto in volume nel bel mezzo del «magico lustro» di cui dice Labranca, nel 1979, e i pochi che l’hanno letto e i tanti che l’hanno visto percepiscono subito nelle righe che seguono un’aria di famiglia – è Labranca ma potrebbe essere Villaggio:

Nel .78 l’attesa del film era creata con una perfezione diabolica. Finita la normale programmazione composta da un film umoristico francese vecchio e scadente e da un dibattito mortifero con drogati, politici distratti e preti grassi, scattava l’effetto neve dei canali spenti. Un quarto d’ora di depistaggio e da quella tormenta di neve elettronica prendevano forma i primi fotogrammi traballanti del film porno in programmazione.

Questo era il 1978. Passano trent’anni, e nel 2008 «si va su Internet e si scarica tutto il porno di cui può avere bisogno un essere umano, senza attese, senza tease». E, come il porno, tutto il resto. Velocità, anzi istantaneità; e abbondanza, anzi infinità dell’offerta: sono i carismi che la tecnologia ha elargito al mondo del 2008. Il Maniero-Labranca che parla in 78.08 è un uomo obnubilato dalle cose, dai nomi, dalle immagini, dalla rapidità delle comunicazioni. E insieme all’istantaneità e all’abbondanza, la mutazione ha portato con sé non una ventata ma addirittura un uragano di falsa sofisticazione in settori della vita nei quali nel 1978 regnavano sobrietà e schiettezza: la pubblicità della Grappa Julia sostituita da quella dell’Emporio Armani, la Simmenthal Milano di basket che diventa Armani Jeans, il fine settimana a Loano che diventa un week-end a Praga col volo low cost, il ‘brutto semplice’ di certi interni della Febbre del sabato sera che viene manipolato, photoshoppato per simulare una patinata, asettica «pseudorealtà»:

Nessuna novità, se non la perdita dell’aura romantica nel passaggio da .78 a .08. E un contestuale aumento di arroganza. Il Totocalcio .78 era molto più romantico del Superenalotto .08. Le Fave di Fuca .78 erano molto più romantiche della dieta a zona .08 […]. Le lezioni private .78, impartite da vicini di casa e professori in pensione, erano più romantiche della FF – Fast Forward! e delle sue costose ore di lezione. Anzi, di tutoring. Sarebbe la stessa cosa, ma detto così se ne giustifica il prezzo […]. La Donna Uno fa la receptionist. Ossia la portinaia, traducendo dallo .08 al .78. Sta all’ingresso, dietro un bancone alto quasi quanto lei e passa il tempo chattando su MSN. Nello .08 MSN è la versione tecnofashion di quella strana socialità che nel .78 era rappresentata dai baracchini della CB.

Ultimo salto, e siamo al 2018. Che cosa avrebbe scritto Labranca nella premessa alla ristampa per il decennale di 78.08? Labranca pensava che niente di davvero nuovo dal punto di vista culturale fosse successo dopo l’invenzione di internet, e che gli anni Zero fossero stati anni di relativa stasi. Computer più piccoli, internet più veloce: questo – ha detto, intervistato da Fazio a Che tempo che fa nel febbraio del 2010 – è più o meno tutto il frutto del primo decennio del secolo. Di fatto, basta sostituire la chat di Messenger con i social più aggiornati e i conti tornano, l’aria del tempo non sembra cambiata: il Superenalotto, le diete a zona e il tutoring sono sempre lì.

Forse, se ne avesse avuto la possibilità, Labranca avrebbe riflettuto non sull’accelerazione ma sull’intensificazione di internet, cioè sul suo insinuarsi in ogni piega, in ogni minuto della nostra esistenza attraverso gli smartphone, le app, i social network. Era tutto tranne che un misoneista, e ha cominciato a usare Facebook prima di molti altri, poi prima di molti altri se ne è allontanato, colpito dalla stupidità e dalla violenza del dialogo su quella piattaforma; ed è stato uno dei primi scrittori italiani ad aprire un blog. Ha anche cominciato a pensare molto presto al destino della comunicazione nell’età di internet, manifestando un pessimismo che più tardi sarebbe diventato moneta corrente: «Il web è l’espressione della democrazia perché permette a tutti di accedere al dibattito e di far sentire la propria voce. Questa eccessiva democrazia però abbasserà il livello qualitativo del dibattito che procederà per frasi stentate, errori d’ortografia che modificheranno la lingua e opinioni grossolane». Sono ovvietà, che erano però un po’ meno ovvie nel 2009, quando Labranca le formulò riflettendo sul modo istantaneo in cui si era diffusa la notizia della morte di Michael Jackson (per sbarcare il lunario, Labranca si è dedicato spesso alle biografie delle star). Questo vale per gran parte delle cose che Labranca ha scritto a partire dalla metà degli anni Novanta: non essendo un accademico, il suo punto di vista non era quello dello storico ma quello del cronista, del collezionista di effimero. Ma sia perché il mondo non è cambiato molto o sia perché era il più intelligente di tutti, quell’effimero ha retto alla prova del tempo: i suoi libri e i suoi articoli non sono affatto invecchiati. Il fatto che da parecchio ormai non si trovino in libreria, e a stento nelle biblioteche, è solo un’altra prova, se un’altra ne occorresse, dell’ineluttabile prevalenza dei cretini.