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Sullo Strega 2018

di Gianluigi Simonetti

Domenicale del Sole 24 ore, 8 luglio 2018

E così La ragazza con la Leica, di Helena Janeczek,  ha vinto lo Strega 2018, nel sollievo generale dei mass media: perché una scrittrice torna a vincere dopo quindici anni, e perché la pubblica Guanda, a spezzare il monopolio dei grandi marchi. Sollievo senza stupore: nello scegliere la cinquina i giurati avevano messo le mani avanti, identificando ben tre finaliste, tutte legate a editori medi o piccoli. Stavolta i veri outsider erano paradossalmente i maschi Balzano e D’Amicis, editi entrambi dalle major: rovesciamento che va nel senso di  quell’operazione di sviluppo della platea dei votanti, a scopi di maggior trasparenza, voluta negli ultimi anni dalla Fondazione Bellonci, che organizza del premio.

Ciò che allora veramente stupisce, di questa edizione, non è il risultato finale, ma le solidarietà tra le opere finaliste; o almeno di quattro su cinque, perché Il gioco di D’Amicis meriterebbe un discorso a parte. Janeczek, Levi, Balzano e Petrignani orbitano tutti intorno al cuore oscuro del Novecento, quello del totalitarismo fascista; la regressione cronologica però non ha scopo evasivo, al contrario si vuole impegnata e tutta rivolta al presente: chi parla delle leggi razziali del ’38 allude ai migranti di oggi, chi racconta la guerra civile spagnola pensa alle difficoltà del nostro multiculturalismo, chi si interroga sulla ‘grande opera’ della diga di Curon strizza l’occhio ai No Tav, eccetera. Si descrive il fascismo di ieri sottintendendo il fascismo di oggi; il vero tema comune è un’identità culturale minacciata da una forza oppressiva. Espulsa dalla politica, la cultura di sinistra si rifugia nell’estetica: forse per questo i protagonisti di questi libri sono tutti eroi o eroine di grande tempra intellettuale e civile. Ne deriva, sul piano strutturale, uno schema morale ricorrente, per cui i buoni sono buoni, i cattivi cattivi; con esiti appaganti sul piano emotivo, ma certo ben poco romanzeschi (se si interpreta il romanzo come novel, meccanismo di smascheramento del quotidiano e analisi impietosa del sé). E infatti, nessuno di questi quattro libri si identifica in pieno col tradizionale romanzo d’invenzione, preferendo collocarsi dalla parte della «storia vera»: biografia romanzata (Petrignani), romanzo d’inchiesta (Janeczeck), reinvenzione di una vicenda familiare (Levi), trasfigurazione delle vicissitudini di una comunità (Balzano). A questa trasversale passione del vero corrisponde innanzitutto una comune ossessione documentaria, che spinge ad allegare alle parole – quasi a rinvigorirle – una quantità variabile ma rilevante di testimonianze, attestati, mappe, disegni, foto d’epoca, bibliografie. Poi, e quasi per conseguenza, un primato innegabile della peripezia sullo stile: tutte le opere in questione puntano molto sull’energia e sul fascino della cronaca che hanno deciso di affabulare – sia un percorso biografico o un episodio della storia – senza preoccuparsi troppo di come lo raccontano. In questo, lo Strega funziona come documento di un gusto storicamente determinato, che è il nostro: sempre meno sensibile alle sottigliezze della forma, sempre più bisognoso di realtà (a compensare un eccesso di finzione), di moralità solida (a bilanciare la perdita di certezze politiche), di cultura come bene-rifugio (a confermare che «la bellezza vincerà sempre», come ha annunciato Janeczek alla consegna del premio).

Se le cose stanno così – e stanno così anche al Campiello, dove è finita in cinquina insieme a Janeczek anche Rosella Postorino col suo libro sulla vera storia delle assaggiatrici di Hitler – è naturale che a vincere lo Strega sia stato La ragazza con la Leica, che più scaltramente degli altri incarna questo ideale che definirei di non fiction novel integrato. Integrato politicamente, quando difende valori non negoziabili di cui oggi si torna a parlare (il femminismo, l’antifascismo, l’antisemitismo); integrato in senso figurale, quando si affida alle immagini glamour (le belle foto di Taro e di Capa, in gran parte allegri ritratti di coppia); integrato anche culturalmente, quando sceglie una prospettiva globale, muovendo le sue pedine romantiche e cool fra Parigi e gli Usa, Barcellona e Roma, Madrid e Napoli. Purtroppo non è il miglior romanzo di Janeczek, né il suo più sincero, nonostante l’intensa ricerca d’archivio: spesso subentra l’effetto «Prospettiva Nevskij», che Tommaso Labranca descrisse analizzando una famosa canzone di Battiato (e che qui più opportunamente potremmo chiamare «effetto Alexanderplatz»): «una sorta di Salone Internazionale dell’intellettuale perseguitato», con qualche cliché sentimentale, molto name dropping e troppo badinage cosmopolita. Proprio il livello della lingua tradisce un che di contraffatto: per esempio nei numerosi dialoghi in francese, che contengono errori non giustificati narrativamente («J’ais un message pour Bob»). A parlare sono spesso profughi tedeschi, d’accordo, ma perché commettono strani italianismi («un cognac c’est mieux pour dormir d’une tisane»)?

Dettagli. La questione più importante ci riporta all’inizio: è davvero così straordinario un risultato che da un lato premia gli esclusi di sempre, ma dall’altro, sul piano dello stile, conferma molte delle tendenze narrative degli ultimi anni? Alla distinzione fra scrittrici e scrittori, e fra grandi e piccole case editrici, aggiungerei quella fra romanzo come sfida alla coscienza e alla cultura del lettore e romanzo come conferma identitaria e «nobile intrattenimento». Quest’ultimo ha vinto stavolta. L’anno scorso invece pure.