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Venezuela. Picchiando con la clava

di Claudio Giunta

Il Mulino, 1 (2018)

1.

A metà gennaio a Caracas quasi non restano tracce della mattanza di sei mesi fa, quando la polizia e l’esercito hanno disperso i cortei contro Maduro e, disperdendoli, hanno ucciso decine di persone. C’è solo qualche pozza di vernice secca sull’asfalto – la «Resistencia» degli anti-chavisti rispondeva al gas e ai proiettili di gomma dell’esercito con gavettoni di vernice e merda – e sui muri qualche rara scritta contro Chávez, contro la MUD («Mesa de la Unidad Democrática», la coalizione antigovernativa), contro la guardia nazionale bolivarista («GNB asesinos»), e inviti a non votare nessuno, anzi preghiere addirittura («No votes, te lo suplico»), perché governo e opposizione alla fine sono la stessa cosa. Sei mesi fa, la superstrada Francisco Fajardo che attraversa la città da est a ovest la si era vista in televisione brulicante di gente che sventolava le bandiere del Venezuela e quelle giallo-nere del principale partito d’opposizione, Primero Justicia; e le cariche, i lacrimogeni, il ragazzino che suonava il suo violino e se lo vedeva requisito e fatto a pezzi dagli agenti motociclisti della Guardia Nazionale (e ne era nata una mitologia planetaria, una gara di solidarietà, come si dice, coronata dalla consegna in diretta Facebook di un nuovo violino al «Violinista della libertà» Willy Arteaga). Oggi c’è il solito traffico brutale di motorini, auto da rottamare e SUV, ma lungo la carreggiata a quattro corsie anche biciclette e gente a piedi che trascina carretti pieni di cianfrusaglie, rischiando la vita.

A parte questi disperati, uguali a tutti gli altri disperati non automuniti del Terzo Mondo, i caraqueñi vanno in moto o in macchina, non camminano, anche perché il Venezuela galleggia sul petrolio, e un pieno di benzina costa intorno ai 300 bolívares, che è come dire quasi gratis: meno di una bottiglietta d’acqua da 33 cc, meno di un pacchetto di caramelle, meno di qualsiasi cosa si possa acquistare in un qualsiasi negozio. «Tecnicamente», mi spiega puntiglioso il taxista che mi ha prelevato a casa e mi depositerà dopo un imbottigliamento durato mezz’ora a un paio di chilometri di distanza, «tecnicamente è più conveniente fare il giro della tangenziale a ottanta all’ora, fino a esaurire il serbatoio, che starsene a casa a leggere un libro con la luce accesa. Tecnicamente costa di più».

Indifferente agli effetti macroeconomici di un simile calmiere sul prezzo della benzina, il visitatore di passaggio si vede intorno le conseguenze pratiche di questa decisione: a parte il traffico infernale, una densità di Range Rover e di Hummer come nemmeno a Montecarlo, e banchi di smog ad altezza occhi da far concorrenza alla Cina, se non fosse per la pioggia che lo diluisce e i venti atlantici che ogni tanto lo disperdono; e soprattutto nessun investimento sul trasporto pubblico, niente autobus e niente piste ciclabili perché tutti girano in macchina. O quasi tutti. Gli studenti poveri si siedono all’uscita del campus e piden cola, cioè a ogni macchina che passa sollevano un cartello con sopra scritta a penna la loro destinazione, sperando in un’anima buona che gli dia un passaggio. E gli abitanti delle favelas, arrampicate sulle colline, non hanno la macchina perché non hanno bisogno di lasciare le favelas, non hanno niente da fare in città: aspettano e basta.

2.

Le cose in Venezuela non vanno bene. Uno lo sa già prima di arrivarci. I familiari e gli amici sono in apprensione. «Venezuela? Davvero?», si preoccupano. Basta leggere quello che scrivono i giornali più informati sul Sudamerica, come El País o il New Yorker, o anche solo le guide turistiche aggiornate con i dati relativi ad aggressioni, rapine, rapimenti, omicidi, dati che dicono che il Venezuela è uno degli stati più pericolosi e violenti del mondo, peggio di certi stati senza legge dell’Africa centrale, al livello degli stati in guerra permanente come l’Afghanistan o l’Iraq: circa 10 mila omicidi nel 2017 secondo i dati del governo, più di 30 mila secondo l’opposizione (in Italia sono stati meno di 400), e un’industria dei sequestri tanto fiorente da sfuggire alla registrazione. Fiorente e fantasiosa. Si viene rapiti, caricati su un’auto, portati a un bancomat, costretti a prelevare sotto minaccia di una pistola, ricaricati in macchina e, se si è fortunati, lasciati a bordo strada spaventati ma vivi. Oppure si viene rapiti, i rapiti chiamano i familiari, i familiari raccolgono i soldi per il riscatto, il riscatto viene portato in un luogo sicuro che è spesso il carcere di cui sono ospiti, molto comodamente, i capiclan. Il rapito viene liberato nel giro di un paio di giorni, dipende dalla prontezza dei familiari, e a nessuno passa per la testa l’idea di chiamare la polizia, anche perché succede che i rapitori siano poliziotti, o loro complici. Nel frattempo, la gente muore di malattie della povertà che si potrebbero curare con gli antibiotici, o anche solo con una dieta decente. E molti dei morti sono neonati, perché in Venezuela è quasi impossibile trovare latte in polvere, e le rare volte che si trova è troppo caro per le tasche del venezuelano medio. Io sono arrivato con una piccola scorta di medicine per gli amici degli amici venezuelani che mi ospitano, medicine che in Italia costano pochi euro e che qui fanno la differenza tra vivere e morire. Mi ero offerto di mandarne per posta il doppio o il triplo, ma i miei ospiti mi hanno dissuaso: «I pacchi con le medicine arrivano raramente, li bloccano all’aeroporto, li tengono per sé, li vendono al mercato nero».

Uno però potrebbe non fidarsi delle guide e della stampa occidentale, potrebbe voler informarsi senza mediatori. Allora, come preparazione al viaggio, basta vedere su YouTube cinque minuti della trasmissione Con el mazo dando, una specie di tribuna politica di quattro ore a una voce sola, quella del numero due del regime venezuelano Diosdado Cabello, ex-militare, complessione fisica e garbo del lottatore, rapporti sospetti col narcotraffico. Basta ascoltarlo per cinque minuti mentre in tuta in acetato dell’Adidas aizza la folla di un palasport contro i nemici del governo, seduto dietro una scrivania coperta di busti in peltro di Chávez e Bolívar, crocifissi e immaginette della Madonna, e di traverso alla scrivania una bella clava nodosa, quella che dà il nome al programma, ‘Picchiando con la mazza’. Cinque minuti: chiunque abbia nella memoria i filmati delle adunate fasciste non riesce a guardare più a lungo.

Il governo Maduro ha barcollato, in estate. L’Assemblea nazionale aveva annunciato un referendum per destituirlo, ma la Corte suprema aveva dichiarato il referendum incostituzionale, e Maduro era passato al contrattacco convocando le elezioni per una Assemblea costituente che, esautorando di fatto l’Assemblea nazionale, avrà il compito di riscrivere la Costituzione. Nuovo referendum contro il progetto di Costituente, nuove proteste ancora più violente. C’è stato un momento in cui le dimissioni o una reazione dell’esercito avversa a Maduro sembravano possibili, ma poi il regime ha ripreso forza a mano a mano che le opposizioni si disunivano. Adesso tutto è tranquillo, e il timore di tutti quelli con cui parlo a Caracas è che questa tranquillità possa durare.

Julia lavorava in un ministero, ma negli anni di Chávez è stata licenziata e adesso fa la speaker in una radio privata. Non è italiana, in un paese in cui i mezzi italiani sono milioni, ma in quanto melomane ha una sconfinata devozione per il belcanto, quindi per l’Italia. Quando scopre che so a malapena chi era Renata Tebaldi – che lei una volta, durante il suo unico viaggio in Italia, è riuscita a spiare attraverso le finestre del suo appartamento milanese, e che alla fine è riuscita persino a incontrare per un breve colloquio il cui ricordo, a distanza di vent’anni, ancora le inumidisce gli occhi – quando scopre che non la distinguo dalla Callas, anzi che non distinguo niente, non so neanche che Una furtiva lacrima non possono averla cantata né la Tebaldi né la Callas perché è un’aria da tenore non da soprano, ha un moto di sorpresa che confina con la pietà.

«Non c’è mai stata tanta povertà come in questi ultimi cinque anni», mi dice. «Prima esisteva un commercio, il mercato all’aperto del mio quartiere era pieno di bancarelle. Adesso ne sono rimaste tre o quattro. Prima, prima di Chávez, lo Stato era corrotto, violento, anche, ma era possibile partire dal niente e costruire qualcosa», e mi racconta di un cugino intraprendente che negli anni Novanta è andato via da Caracas e si è messo ad allevare le api nella casa di campagna dei nonni, e di arnia in arnia è diventato uno dei più grandi produttori di miele del Venezuela. «Ma Chávez e Maduro hanno dichiarato una guerra insensata agli imprenditori, anche ai piccoli imprenditori come mio cugino, con controlli sempre più capricciosi, tasse assurde che scoraggiano la produzione, e questi sono i risultati… Oltre al fatto che la gente non compra più il miele perché non ha i soldi neanche per il pane».

La guerra agli imprenditori di cui mi parla Julia qui ha un suo simbolo: Lorenzo Mendoza, il padrone delle Empresas Polar, la più grande azienda del paese nel settore alimentare, con più di 30.000 dipendenti. Mendoza è stato uno dei bersagli della campagna anticapitalista di Chávez, solo che la nomea di affamatore del popolo che Chávez ha cercato di appioppargli non ha fatto molta presa, perché Polar produce la birra che tutti bevono in Venezuela e la farina PAN che tutti adoperano per cucinare la pagnotta nazionale, la arepa, e Mendoza resta uno degli uomini più amati del paese, nonché una delle poche speranze dell’opposizione a Maduro. Solo che ciò che non sono riuscite a fare le parole di Chávez potrebbero farlo le leggi del mercato filtrate dall’ideologia chavista. La Polar, come le altre industrie manifatturiere venezuelane, importa gran parte delle materie prime dall’estero, e paga in dollari; ma il controllo sulle valute è del governo, e il governo ha reso sempre più difficile per le aziende trovare dollari sul mercato. Mendoza e i capi dell’opposizione hanno protestato contro quello che hanno descritto come un tentativo di strangolare le imprese private, e Maduro – lo ha riferito il «Financial Times» del 17 marzo 2017 – ha invitato Mendoza a consegnare le sue aziende allo Stato: «Se non sei capace di amministrare le tue aziende, dalle alla gente che è capace!».

«Alla gente che è capace!», ride Julia. «Ma questi non saprebbero mandare avanti nemmeno una cartoleria, e vogliono gestire la prima industria del paese. Il socialismo è una bella idea, solo che bisogna essere intelligenti, bisogna aver studiato, e questi non hanno mai fatto lo sforzo. Le industrie nazionalizzate negli anni di Chávez non riescono a produrre proprio perché sono state affidate a degli incapaci, che non hanno idea di cosa voglia dire stare sul mercato perché nessuno gli chiede di farlo. Guardando le cose a posteriori, è stato un errore anche nazionalizzare il petrolio, quarant’anni fa. Forse se avessimo lasciato fare alle multinazionali americane e ci fossimo limitati a incassare i dividendi oggi saremmo solo una nazione corrotta, e non una nazione corrotta e fallita».

In effetti, nei negozi di Caracas le cose si trovano a periodi, ma molto più no che sì; e le cose che si trovano, anche beni di prima necessità come il pane, il latte, la verdura, hanno prezzi che sembrano stare in un altro ordine di grandezza rispetto agli stipendi medi. «Non ho idea di come facciano» è il commento che sento più spesso da parte degli stranieri che vivono a Caracas e sono pagati in dollari o in euro. Non si capisce come facciano – quelli pagati invece in bolívares, cioè tutti gli altri, tutti i venezuelani normali – a cavarsela, anzi a restare in vita. Molti di quelli che restano in vita ce la fanno grazie ai pacchi del governo. Una mattina vedo una lunga coda davanti a una banca che, mi spiegano, adesso non è più una banca ma un ufficio statale in cui distribuiscono pacchi di cibo e medicine. Ma per ottenerli bisogna avere il «Carnet de la Patria», che identifica chi lo possiede come amico del governo Maduro. È un buon modo per farsi degli alleati anche tra coloro che per il governo Maduro non hanno nessuna simpatia. Chi non ha il «Carnet de la Patria», o chi non ce la fa nonostante l’elemosina del governo, fa la fame, o fruga nella spazzatura, o espatria.

Il giorno del mio arrivo a pranzo dai miei ospiti c’è Aliz, che il giorno dopo lascerà il Venezuela e andrà a Tampa a fare la badante. Aliz è nata in Siria ma è arrivata a Caracas quand’era bambina, all’inizio degli anni Settanta. Si è sposata, ha fatto una figlia, ha divorziato; e negli anni ha visto il paese ricco della sua giovinezza sprofondare nella povertà e nel crimine. Prima era commessa in una gioielleria, poi la crisi ha fatto chiudere il negozio e Aliz si è reinventata taxista. Pessima taxista, mi dicono i miei ospiti: non conosce le strade, non ha il navigatore, ha un debole per i sensi unici presi dalla parte sbagliata; ma anche se fosse ottima farebbe lo stesso la fame, perché a Caracas non vengono quasi più stranieri, e quei pochi – il personale delle ambasciate, quelli che lavorano nel petrolio – vogliono l’autista personale col SUV, non la macchinetta di Aliz. Che perciò alla fine ha deciso di raggiungere la figlia in Florida. La figlia le ha mandato il biglietto dell’aereo, ma bisogna pensare anche al taxi dall’aeroporto di Tampa a casa, saranno una cinquantina di dollari. Ci penso io volentieri, e saranno gli ultimi soldi che spendo in Venezuela.

Un viaggio in Venezuela da soli, infatti, è complicato non solo perché è un paese in cui si può essere rapinati o rapiti o uccisi con più facilità che in qualsiasi altro paese dell’America latina, ma perché è quasi impossibile usare il denaro. Esiste un cambio ufficiale, che è quello delle banche e dei bancomat, ma è un cambio che non ha niente a che fare con la realtà perché sopravvaluta il bolívar e sottovaluta l’euro e il dollaro in maniera quasi comica, cioè fa pagare i bolívares, che per colpa dell’inflazione sono carta straccia, una quantità esorbitante di euro e di dollari. Di fatto, non ho conosciuto nessuno che sia stato tanto stupido da usare il cambio ufficiale, o da mettere la sua Visa in un bancomat venezuelano, ma quel nessuno avrei potuto essere io se i miei ospiti non mi avessero preso per mano e spiegato come stavano le cose. Poi c’è un cambio semi-ufficiale, che si decide giorno per giorno a Miami e si legge nel sito dolartoday.com. E infine c’è il cambio ‘della strada’, che è molto più vantaggioso per lo straniero ma è illegalissimo, sicché si sconsiglia anche solo di provarci, benché a provarci siano per prime le guardie che si aggirano nell’atrio dell’aeroporto (dico guardie per dire gente in divisa: potrebbero anche essere solo degli inservienti).

Il cambio è però solo metà del problema. Perché la verità è che neanche cambiare, ritirare contanti avrebbe senso. Il Venezuela ha un’inflazione weimariana, che il prossimo anno potrebbe toccare il 2000%, il che significa che ciò che costa cento oggi costerà mille tra qualche giorno, e che per fare la spesa bisognerebbe andare in giro con una carriola di banconote. Quindi si è tornati al baratto, e là dove non si può barattare si paga con la carta di credito, ma per avere la carta di credito venezuelana bisogna avere naturalmente un conto in una banca venezuelana, quindi essere residenti. Non essendo residente, per due settimane il mio rapporto col denaro sarà come quello di un bambino, o di una star: pagano tutto gli altri.

3.

Nell’Europa dell’Est, prima della caduta del Muro di Berlino, c’era spesso quel modo un po’ brusco di trattare la gente, gli stranieri soprattutto, un po’ per rabbia un po’ perché tanto non importava, il magro stipendio era garantito indipendentemente dalla soddisfazione del cliente, perciò sorridere era superfluo. Invece in Venezuela il socialismo non sembra essere riuscito a ottundere la gentilezza delle persone, e la cosa – a parte le naturali differenze di temperamento tra caraibici e tedeschi dell’est – si spiega: in realtà non c’è nessun socialismo, la gente deve ancora vendere, comprare, guadagnarsi la vita, e così al mercato, nei negozi, sono quasi tutti gentili e sorridenti, e i gestori dei ristoranti e degli alberghi, quando ci si congeda, si raccomandano di essere gentili su Tripadvisor, «perché i nostri padroni ci stanno attenti». Invece il socialismo, e le sue cattive maniere, sembrano venire a galla nella sfera pubblica, nel rapporto con l’autorità, all’aeroporto, dove militari imberbi controllano lungamente i passaporti, aprono i bagagli; e per strada, dove, come succede in certi paesi dell’Africa, la polizia mette quasi più paura dei delinquenti, perché può fermarti con una scusa, chiederti dei soldi, ritirarti il passaporto. E schiettamente socialista sembra essere l’amministrazione, quando si decide come e dove costruire un condominio. Per svuotare un po’ le favelas che occupano le già meravigliose colline che separano Caracas dal mare, il governo ha varato infatti un piano di edilizia popolare (Misión Vivienda) la cui esecuzione è stata affidata non a costruttori venezuelani ma a imprese straniere, «soprattutto turchi e bielorussi», mi dice il solito taxista. Gente che magari non ha una grande tradizione, nel ramo ingegneria civile, nel ramo edilizia signorile, ma che sa costruire al risparmio, senza fronzoli. E in effetti ‘gusto bielorusso’ è proprio la formula che viene in mente quando si vedono questi falansteri in cemento, già consumati dalla pioggia e dall’incuria, costruiti per volere del governo in deroga a ogni sensato criterio urbanistico, a pochi metri da una discarica abusiva legalizzata o sulla traiettoria dei jet che atterrano all’aeroporto internazionale di Caracas.

Ma quanto alla posizione, c’è da riconoscere che si è osservato il principio di uguaglianza sostanziale, e gli obbrobri sono equamente distribuiti sia nelle zone periferiche sia in centro, nella un tempo bellissima area di Parque Central («Un’aggressione. È stata un’aggressione, uno stupro», commenta una delle mie ospiti, che è nata in questa parte della città e che ci è tornata a distanza di anni solo per accompagnare me), sia soprattutto in cima alle un tempo meravigliose colline che fanno corona alla città, ora sovrastate da questi inguardabili palazzoni grigio-topo di venti piani con affaccio su Caracas. «Dare una casa ai poveri è una bella cosa», mi dice il taxista, «ma qui hanno voluto fare in fretta, prendere l’applauso, Chávez e Maduro sono gente da applauso, e così hanno fatto costruire queste schifezze. Hanno detto di aver usato legno e muratura, e invece sono tutti pannelli di plastica molle, sa? – fingo di avere un’idea di cosa siano questi pannelli di plastica molle – che quando piove s’inzuppano». L’unica consolazione e che non dureranno a lungo, perché il terremoto di qualche mese fa ne ha già resi inagibili un paio, e le slavine, cogli anni, faranno il resto. È un disastro ambientale, ma a tempo: il tempo di una generazione, due al massimo. Le favelas, intanto, dopo quasi due decenni di governo bolivariano, sono sempre lì.

Si passeggerebbe volentieri in centro, per vedere, passati i condomini bielorussi, i bei palazzi modernisti costruiti tra gli anni Cinquanta e i Settanta coi soldi del petrolio, ma è quasi sera, e passeggiare al buio «non è tanto sicuro»: e di fatto la città, un tempo la più vivace del continente, si svuota. Ripieghiamo su un luogo semichiuso e sorvegliato, l’Università Centrale, la più importante del paese, capolavoro di Carlos Raúl Villanueva, l’allievo sudamericano di Le Corbusier. Ma anche il capolavoro non ha retto all’usura del tempo, come molta architettura brutal del pieno Novecento (esempio insuperato, coll’aggravante di stare a cinquanta metri da casa mia, il palazzo delle Poste Nuove di Michelucci a Firenze). Pensare che il nudo cemento grigio fosse il migliore dei materiali perché non aveva bisogno di manutenzione è stata, per dirla gentilmente, una leggerezza. Quando ci si è accorti che il cemento grigio invece invecchia, si sporca, prende l’umido screziandosi in una gamma infinita di grigi, tutti brutti, dal grigio-piccione al grigio-cenere, era troppo tardi. L’Università Centrale di Caracas è uno dei frutti di questo equivoco internazionale, di questa mondiale infatuazione per la tinta piombo (ma qui col sollievo del clima e della natura: dato che fa sempre caldo è tutto praticamente open space; gli uscieri, a dozzine, presidiano corridoi che si aprono su giardini lussureggianti, caotici, e nei corridoi e nei giardini, a seconda di dov’è più fresco, fanno la siesta i cani, tutti però coloristicamente intonati al pavimento, tutti sul beige per chissà quale artificio di selezione naturale).

4.

Una volta vista l’università, una volta escluse le passeggiate sui viali, che cosa resta? Fuori Caracas non è troppo saggio andare, e comunque non da soli. Si parte, ma non si è sicuri di arrivare. Si viaggia su strade mezze rotte, deserte dopo il tramonto, al buio, e sui pericoli del viaggio fioriscono leggende. Si racconta di gente che ha dovuto tornare indietro, a pochi chilometri dalla meta, perché un ponte era stato chiuso all’improvviso ‘per lavori’; solo che non c’era traccia di operai, e l’attesa avrebbe potuto durare tutta la notte. E si racconta di agguati sulle strade secondarie, con i SUV messi di traverso a bloccare la strada e l’assalto coi fucili a pompa, come in un Medioevo di predoni, però tecnologici. Perciò anziché fare le gite in campagna, lasciamo la città in volo e andiamo a Los Roques.

Los Roques è una cosa elementare, un arcipelago ai Tropici trasformato intelligentemente, molto prima di Chávez, in parco nazionale, e munito di discretissime strutture turistiche soprattutto per iniziativa di imprenditori italiani (gli italiani sono arrivati a frotte già dopo la guerra, e si sono molto arricchiti: il Venezuela è l’Eldorado che sognano i chiattilli di Ferito a morte di La Capria, anno 1961: «Sì sì, meglio levare mano, te ne vai in Venezuela, paese giovane, per lo meno non vedi più le stesse facce!»; e gli italo-venezuelani con doppio passaporto e doppio voto sono ancora adesso decine di migliaia, molto concentrati a Caracas). Vincenzo Conticello, erede dell’Antica Focacceria San Francesco, oggi attivista anti-estorsione in Italia, è arrivato qui nei primi anni Novanta e ha ristrutturato le vecchie case dei pescatori ricavandone delle posadas. Per il resto, tutto ciò che c’è da sapere in proposito lo dice la Lonely Planet: «Questo splendido caleidoscopio caraibico, oltre a essere uno dei paradisi del Venezuela, è anche una perla tra le isole dell’America meridionale. Rustiche costruzioni caratterizzate da tonalità pastello fanno da sfondo alla sua principale attrattiva, spiagge di sabbia dorata dal sole lambite da acque dal ceruleo color giada che punteggiano il paesaggio in ogni direzione».

Esatto. Io però ho l’edizione del 2010. In sette anni il panorama non è cambiato, il parco nazionale è sempre lì, gli alberghi di lusso non sono ancora arrivati a sfrattare le «rustiche costruzioni tinta pastello» e le posadas scialbate di bianco col balconcino vista spiaggia, l’acqua è sempre un cristallo, i pesci multicolori vi vengono incontro mentre fate snorkeling, i pellicani grigi stanno appollaiati sui pontili e tutto è perfetto di quella perfezione da mari del Sud, deliziosa per un week-end e atroce per una settimana. Ma il contesto umano, diciamo, è diventato più difficile. Atterrati sull’isola di Gran Roque bisogna pagare una tassa di soggiorno, 3000 bolivares per i venezuelani e 45.000 per gli stranieri, ma il problema non è la cifra, che al cambio non ufficiale è una miseria, il problema è che, come a Caracas, anche qui non è possibile pagare in contanti, né con la Visa, a meno di non volersi rovinare, ci vuole una carta di credito locale. Così i miei ospiti estraggono un’altra volta la loro carta, ma il POS non funziona. Si perde tempo, si promette a due ragazzini in divisa che più tardi si farà un bonifico online sul conto il cui numero ci è stato scritto su un pezzo di carta da pane, si segue il ragazzino della posada che carica i bagagli su un carrellino e in cinque minuti a piedi sulla sabbia ci porta a destinazione. È tutto simpatico, tutto si risolve con un sorriso di scuse, anche perché abbiamo prenotato delle stanze per tre giorni, e il ragazzino che è venuto a prenderci all’aeroporto fa un po’ bruscamente capire ai due ragazzini in divisa che non possiamo stare lì tutto il giorno; ma è probabile che tutto sarebbe meno simpatico e meno amichevole, tutto un po’ più sinistro (mentre aspettiamo che il POS dia un cenno di vita qualcuno cita Il signore delle mosche, con tutti questi adolescenti inadeguati in posizioni-chiave), se anziché in compagnia di venezuelani agiati fossi arrivato da solo con la mia Visa, se non ci fosse qualcun altro che capisce e parla al posto mio questo ostile spagnolo caraibico. Di fatto, i pochissimi altri turisti presenti sull’isola sono venezuelani, o, come me, stranieri in compagnia di venezuelani. Da soli è complicato.

A Los Roques non c’è vita notturna, anche se è sabato. Si fanno cinquanta metri a piedi e si va sulla ‘piazza del villaggio’ a non fare niente perché non c’è quasi niente e nessuno, e poi si torna indietro. C’è poca vita anche durante il giorno. Nella posada siamo in sette, e anche le posadas vicine sono semideserte. La gran parte dei turisti che vediamo sulle isole dell’arcipelago durante il nostro soggiorno vengono col loro yacht direttamente da Caracas, un turismo ricchissimo e quindi tamarro («Tutti chavisti», commenta il nostro barcaiolo). Ogni ombrellone piantato sulla spiaggia – e non ne troveremo mai più di sei o sette – sembra avere uno stereo incorporato che diffonde un infinito repertorio di varianti regionali di Despacito. I turisti venuti in yacht si staccano dal loro ombrellone-stereo solo per andare a vedere le tartarughe col gommone del nostro albergo. Funziona così. Arrivati in una caletta, s’intravede un’ombra circolare nell’acqua, a 2-3 metri di profondità. A quel punto il barcaiolo n. 1 dà gas e si mette a inseguire l’ombra, mentre il barcaiolo n. 2 batte forte col piede sul fondo della barca per disorientare l’ombra, finché l’ombra, intontita dal rumore, se ne sta ferma quasi a pelo d’acqua. Il barcaiolo n. 2 si tuffa e dopo qualche secondo porta a bordo una tartaruga di un metro di diametro paralizzata dalla paura. Il barcaiolo n. 1 chiede ai turisti di lusso dello yacht se vogliono farsi la foto con la tartaruga, e loro dicono di sì, vogliono.

Miserabile sul versante della produzione materiale (il petrolio ai minimi storici, la manifattura allo sbando per la cattiva gestione e il costo proibitivo delle materie prime, una agricoltura pianificata talmente assurda che nei mercati comincia ad essere difficile trovare anche cose che qui crescono ai bordi delle strade, come i manghi e le noci di cocco), l’economia venezuelana gira invece a pieno regime in quel particolare settore dell’Immaginario che è il glamour, la produzione e il consumo della bellezza, e anche inevitabilmente il commercio della stessa. Dall’anno di fondazione del concorso, 1952, il Venezuela ha avuto sette Miss Universo. Di più ne hanno avute soltanto gli Stati Uniti, otto. Ma il Venezuela ha 30 milioni di abitanti, gli Stati Uniti 325. Dall’anno di fondazione, 1951, ha avuto sei Miss Mondo (che non è un sinonimo di Miss Universo, come pensavo, ma tutto un altro concorso), più di ogni altro paese del mondo ad eccezione dell’India (sei anche l’India: ma l’India di abitanti ne ha un miliardo e trecento milioni). In un paese che non ha ormai molti motivi d’orgoglio, questo è un primario motivo d’orgoglio. E gli ultimi sono stati anni da record soprattutto grazie alla figura più eminente della mitografia trash venezuelana, lo «Zar de la belleza» Osmel Sousa, presidente della organizzazione «Miss Venezuela», consigliere delle dive, divo televisivo a sua volta (è una colonna del reality show Nuestra Belleza Latina) nonché titolare di Perfect 10, un prestigioso Centro Estetico che, leggo sul volantino, presta i suoi servizi sotto lo slogan No hay gente fea. Hay gente sin arquitectura, servizi che vanno dalla depilazione ordinaria allo sbiancamento anale, alla «ampliación del punto G».

Per le ragazze venezuelane è ovviamente uno dei pochi modi per emanciparsi, lasciare il villaggio, farsi una vita diversa da quella dei genitori. Non stupisce perciò che le aspiranti miss siano legione, e che molte di queste aspiranti non siano neanche particolarmente avvenenti. Entrando da Jesús Morales, il parrucchiere dell’alta borghesia caraqueña e delle concorrenti ai concorsi di bellezza, ne vedo una abbastanza ordinaria, sui vent’anni, che si sta facendo tagliare i capelli; ha un cerotto sul naso, segno di un’operazione recente. Le ragazze meno belle – mi spiega uno dei parrucchieri di Jesús Morales mentre col solo rasoio elettrico, senza toccare forbici, esegue il più facile taglio di capelli della sua vita: il mio – si pagano tutto, anche gli eventuali interventi chirurgici. «È senz’altro il caso di quella del cerotto», dico al parrucchiere. «Non è detto», risponde lui, evidentemente abituato più di me a veder sbocciare i cigni dagli anatroccoli. Mentre le più belle hanno tutte dei patrocinantes, parola che a seconda dei contesti si può tradurre come sponsor, investitori, alleati, agenti, protettori e nei casi meno allegri papponi. L’investimento, di solito, paga.

Le miss che non ce la fanno a diventare Miss Venezuela o Miss Universo, cioè quasi tutte, si adattano a trofei minori come Miss Carabobo (la regione di Caracas) o Miss Maracaibo, e avanti a scendere. Fanno pubblicità, televisione; e prima di invecchiare cercano di sposarsi bene. Le meno fortunate trovano impiego nel settore dell’accompagnamento professionale, che può essere comprensivo di prestazioni sessuali oppure no: un accompagnamento solo per fare scena. Dal parrucchiere Jesús Morales l’addetta del reparto unghie mi conferma che quello è il destino di tante. Lei, mi dice, va nelle case di Caracas in cui le aspiranti miss vivono insieme aspettando il concorso, e ha visto cose che «a raccontarle non ci si crederebbe», ma ha molta voglia lo stesso di raccontarle, e mi dà il suo numero perché la chiami l’indomani. Io segno il numero ma poi non la chiamo perché la frase con cui si congeda è «anche mia figlia è una miss», e non vorrei che la telefonata si trasformasse in una seduta di autocoscienza, per di più nel quasi inintelligibile spagnolo sudamericano di un’estetista della periferia di Caracas (mentre la saluto mi torna in mente quel pezzo di In nome del popolo italiano in cui il giudice Tognazzi interroga i genitori della ragazza morta e capisce che loro sapevano benissimo che la figlia, per mantenerli, faceva la vita).

5.

Sono arrivato a Caracas un martedì. A un certo punto, nel fine settimana successivo, ho vissuto uno di quei rari momenti in cui la vita intellettuale e la vita-vita, le cose che si vivono, il luogo in cui ci si trova, sembrano miracolosamente combaciare. Il fatto è che libertà, eguaglianza e fraternità non mi stanno a cuore tutte allo stesso modo. L’uguaglianza mi pare un ideale irrealizzabile, e che è meglio non provare a realizzare, per scongiurare massacri; e alla fraternità, dovendo scegliere, preferisco la giustizia. Ma più invecchio più mi sembra che la libertà sia importante come la vita. La libertà di fare, parlare, scrivere tutto ciò che si vuole, senza che una qualsiasi autorità dica non si può; ma soprattutto la libertà di non fare, di non esserci, di non partecipare, di non iscriversi al partito o al catechismo, di non sfilare alle sfilate, di non passare nemmeno un minuto della propria vita con gente che non ci piace, e pensa cose che non ci piacciono.

Nei miei primi giorni a Caracas mi rigiravo in testa idee del genere più che altro per autodifesa, mentre mettevo insieme senza particolare intenzione un piccolo campionario delle cose e delle parole illiberali che vedevo e ascoltavo intorno a me. In realtà avevo cominciato ancora prima di arrivare, in aereo, quando compilando la dichiarazione dei beni trasportati avevo scoperto che adesso il Venezuela si chiama «República bolivariana de Venezuela», e avevo pensato che sono soprattutto i regimi totalitari quelli che cambiano il nome alle cose (il cachet che diventa ‘cialdino’, il lei che diventa voi) e addirittura alle nazioni: basta vedere quante volte hanno cambiato nome certi stati dell’Africa centrale governati da delinquenti. Ribattezzare le cose vuol dire avere un’opinione molto alta di sé, vuol dire pensare che la storia fino a quel momento è stata storia di un errore, e che la verità comincia adesso. Vuol dire anche soffrire di una certa mancanza di umorismo e di autoironia. Tra tutte, poi, la parola popolo è sempre una delle più sospette, e in Venezuela non c’è angolo in cui non risuoni. Il ministero della Sanità adesso si chiama Ministerio del poder popular para la salud. Ma, sempre nel campo delle rinominazioni, c’è anche un Viceministerio para la Suprema Felicidad Social del Pueblo, che al visitatore italiano ricorda – e il ricordo non lascia tranquilli – la puerilità di certi nuovi assessorati romani dell’amministrazione Raggi: l’assessorato alla Crescita Culturale, quello alla Persona, Scuola e Comunità solidale. Poi all’aeroporto ho trovato i militari, in verità né più né meno burberi e sbrigativi di come sono i militari negli aeroporti del Terzo Mondo (ma in un paese che fino a qualche anno fa non era Terzo Mondo); e nella sala d’attesa dell’aeroporto la foto di Chávez accanto al ritratto di Simón Bolívar, la foto di Chávez sotto la pioggia con la didascalia La Patria siempre vencerá, la foto di Chávez che fissa il crocifisso e la didascalia Cada día creo más en la idea de Cristo y en su ejemplo, la scritta #AquíNoSeHablaMalDeChávez appiccicata sulla vetrata della sala d’attesa, e tutti gli altri cimeli chavisti sparsi nei corridoi al posto dei paesaggi e delle pubblicità.

E questo senso di sopruso misto a stupidità è proseguito nelle strade, dove ho letto sui muri, a caratteri cubitali, gli slogan del regime (Aquí se ama a Chávez sul muro dell’orto botanico), e dove ho visto non la faccia di Chávez ma solo i suoi occhi stampati sui cartelloni stradali, composti a mosaico sui palazzi del centro, verniciati a stencil sulle colonne di finto travertino dei palazzi del centro, per la campagna pubblicitaria post mortem «Los ojos de Chávez (Mirada sincera, pasión verdadera). In TV ho guardato qualche minuto di Con el mazo dando, quelli in cui Diosdado Cabello dialogava col pubblico del palasport, e insieme maledicevano i capi dell’opposizione e i giornalisti del Nacional (scritto in sovraimpressione con una svastica al posto della ci).

Il giorno dopo, mentre ascoltavo della musica alla radio, il programma si è interrotto a metà, senza preavviso, e ha cominciato a parlare Maduro, ed è andato avanti parecchio, e quando ho riacceso mezz’ora dopo era ancora lì, dopodiché il programma che c’era prima dell’interruzione non è ricominciato: e mi hanno spiegato che da qualche anno questa è la prassi, il presidente – prima Chávez ora Maduro – interrompe i programmi alla radio o alla TV e parla di quel che vuole per tutto il tempo che vuole (è la «cadena obligatoria» che fino a qualche anno fa partiva una volta al mese, per qualche legge importante o visita di Stato, e adesso c’è ogni giorno: «hoy también hay cadena», è il commento quasi sorridente dei venezuelani, ormai assuefatti ai monologhi di Maduro). E il campionario dell’illiberalità si è arricchito a Los Roques, dove la mattina presto, sulla piazza del villaggio, ho dovuto vedere bambini di sette-otto anni in divisa militare mentre rispondevano a domande demenziali sulla «rivoluzione bolivariana» fatte da un tizio corpulento anche lui in divisa. La sera me ne ha parlato la titolare di uno dei pochi negozietti aperti, scusandosi per lo stato meschino in cui abbiamo trovato l’isola, per la sporcizia e la povertà. Uno dei bambini che ho visto la mattina era suo figlio, ha otto anni e da due, a scuola, è costretto a digerire questa basura ideológica. «Sono peggio degli sceicchi: si sono presi il paese, non lo lasceranno più. Gli adolescenti non hanno visto mai niente di diverso da Chávez e Maduro, pensano che questo sia il modo di fare politica, di vivere». Questo, cioè le divise da balilla, le gesta di Simón Bolívar mandate a memoria e recitate di fronte al suo mural, sulla spiaggia di Gran Roque.

6.

«Mi piace la Svizzera. Perché nessuno sa mai come si chiama il capo del governo». Non ricordo di chi è questa vecchia battuta, ma riassume in una dozzina di parole quella che è anche il mio modello di stato, anzi addirittura di vita. Un’amministrazione che lavora discretamente, quasi in silenzio, una politica fatta di idee migliori o peggiori, ma che non cerchi di affermare queste idee attraverso la forza di una personalità, di un leader, i suoi ritratti appesi alle pareti, le sue parole incise sugli architravi dei palazzi. Il Venezuela che vedo nel gennaio del 2018 è il rovescio di questo sogno, un Paese in cui non si pensa ma si è: chavisti o antichavisti, detentori della tessera «Patria» e beneficiari dei pacchi del governo o non detentori della tessera, non beneficiari, e potenziali nemici dello Stato. Il Venezuela è anche la prova di ciò che càpita quando le poche regole fondamentali della democrazia liberale vengono ignorate a vantaggio di metodi di governo che si vogliono più avanzati, e in quanto più avanzati decidono di mettere da parte la divisione dei poteri, la temporaneità delle cariche, il rispetto per le opposizioni politiche e le minoranze, la libertà d’espressione, l’habeas corpus, sostituendo a queste buone idee illuministe l’arbitrio della polizia e dell’esercito. «Ma sbagli, non è affatto una decisione», mi corregge Julia. «È che queste belle idee europee qui hanno smesso di insegnarle nelle scuole, nelle università. Anzi, forse non sono state insegnate mai. Siamo passati da pseudo-democrazie corrotte a un corrottissimo, stupidissimo ‘socialismo di Stato’. Il momento di Locke e Montesquieu non è mai arrivato».

Dico ai miei ospiti che certi amici in Italia pensano che, con tutti i loro errori, Chávez e Maduro stiano costruendo una giusta alternativa al capitalismo, e che la colpa della povertà sia delle multinazionali. Qualcuno mi risponde distinguendo tra Chávez, soprattutto i primi anni di Chávez, e Maduro: «Nel 1999 molti dei miei conoscenti si stupivano: “Com’è possibile votare Chávez?”, mi chiedevano. Ma io lo capivo benissimo: questo è un paese di ingiustizie sociali terrificanti, radicate non solo nel sistema economico ma nelle teste della gente, nel loro modo di essere, un paese di caste, in cui i poveri, che sono soprattutto indios, sono abituati a credere di meritarsi la povertà… Il voto a Chávez è stato una reazione a questo stato di cose iniquo, la prima occasione che questa gente ha avuto di eleggere qualcuno che non apparteneva all’establishment borghese. Poi il prezzo del petrolio è precipitato, Chávez è morto, e certo, la classe politica cresciuta in questi vent’anni – Maduro per primo – non si è dimostrata all’altezza…». Altri non distinguono e non giustificano niente: «No, questo non è il socialismo, non è un’alternativa al capitalismo. È solo un tentativo, perfettamente riuscito, di farlo funzionare male. Le multinazionali se ne sono andate quasi tutte, adesso il petrolio finisce ai cinesi, come saldo per i debiti contratti negli ultimi anni. E comunque puoi dire ai tuoi amici di venire qui a vedere come si vive, anche solo per un giorno».

Annuisco. Ma la verità è che questi amici non cambierebbero idea neanche se vedessero coi loro occhi gli yacht faraonici attraccati a Los Roques e poi, in dissolvenza, i ragazzini che frugano nell’immondizia a Caracas. Del resto, questi abissi di diseguaglianza, così e peggio, non si vedono anche nei paesi capitalisti governati dai princìpi di Locke e di Montesquieu? Si vedono, infatti. Ci sono povertà e ingiustizia a ogni latitudine, e siamo tutti contro la povertà e l’ingiustizia. E questo giusto sentimento spiega probabilmente le dichiarazioni di stima nei confronti del regime chavista da parte di leader della sinistra come Corbyn o Mélenchon, o dei tre parlamentari del Movimento 5 Stelle che nel marzo scorso hanno visitato Caracas e parlato con una delegazione di italo-venezuelani preoccupati, anzi spaventati da ciò che sta succedendo in Venezuela (e per niente confortati dal colloquio): Chávez e Maduro stanno dalla parte dei poveri.

È ovviamente così, ma è un fatto incontestabile che il Venezuela non è mai stato povero come oggi, a quasi vent’anni dall’inizio del governo chavista. E quanto all’ingiustizia, si leggono e si ascoltano – da persone comuni, pacifiche, non da attivisti anti-chavisti – storie che fanno tornare alla mente i sistemi di Pinochet e di Videla, solo con un dippiù di demenza populista. Come definire altrimenti la decisione di armare una sorta di informale ‘polizia di quartiere’, una polizia fatta di cittadini scelti tra le file dei chavisti più zelanti, che adesso si è trasformata in una mafia, con cosche e sottocosche che si litigano il potere sul racket e sul narcotraffico? Ma il senso di pena che afferra chi passa un po’ di tempo in Venezuela non dipende tanto da cose materiali come lo sconcio delle favelas o l’inflazione a quattro cifre che brucia gli stipendi, quanto dal modo volgare in cui i governanti si rivolgono ai governati: gli altari dedicati a Chávez «líder eterno», Maduro che sospende le trasmissioni alla radio per festeggiare il suo compleanno, gli insulti televisivi di Diosdado Cabello. Il fatto è che le ricette economiche sono sempre opinabili, e per uno che sostiene che bisogna alzare le tasse e nazionalizzare le industrie si troverà sempre un altro che sostiene che bisogna fare esattamente l’opposto: e saranno tutti e due in buona fede, tutti e due riterranno di difendere l’interesse generale. Ma sul modo in cui vanno trattate le persone è più difficile avere idee diverse. Non è questione di ideologia, non bisogna essere di destra o di sinistra per capire che sarebbe meglio non incoraggiare il culto della personalità, non minacciare gli avversari con la clava, non mettere la divisa ai bambini; che anche da socialisti rivoluzionari bisogna conservare qualche dubbio e, soprattutto, essere gentili.