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Ermanno Olmi (1931-2018)

di Alberto Saibene

Anche se si sapeva che era malato da tempo, la morte di Ermanno Olmi colpisce come se portasse con sé l’epoca più bella del cinema italiano, quella che si sviluppò a partire dal neorealismo. Un momento di fine. Della sua infanzia proletaria, della scoperta del mondo nelle colonie estive, ha scritto in un libro molto bello, Il ragazzo della Bovisa. Poi seguì l’apprendistato attraverso il documentario, da impiegato alla Edison. Il primo lungometraggio a soggetto, Il posto (1961) è già un capolavoro, un film universale che racconta le giornate di un ragazzo che dal paese arriva a Milano a impiegarsi. Siamo negli anni del boom e Olmi ne coglie il retrogusto amaro, il senso di generale spaesamento che attraversa un Paese che non era più contadino, ma non era ancora qualcos’altro.

Molto bello anche il successivo I fidanzati (1963), che narra la delicata relazione tra un ragazzo del nord che si impiega  come operaio in una raffineria in Sicilia e la ragazza rimasta a Milano. La lontananza li porta a interrogarsi su se stessi e noi con loro. In questi film si nota l’influenza e, al tempo stesso, l’emancipazione dal neorealismo e l’uso della libertà formale offerta dalle contemporanee nouvelles vagues. Olmi è un regista cattolico, un cattolico che passa la vita a farsi domande. Non riuscitissimo è però il film su Giovanni XXIII, E venne un uomo (1965) con Rod Steiger. Prima de L’albero degli zoccoli (1978), elegia del mondo contadino o, detto in altro modo, testimonianza del genocidio di una civiltà, Olmi ha fatto film meno noti ma bellissimi, pieni di freschezza e di libertà, in particolare Racconti di giovani amori (1967), dove c’è l’autentica gemma, La cotta, il racconto di una notte di Capodanno di un adolescente nella nebbia di Milano, e Durante l’estate (1971).

Olmi amò molto l’altipiano di Asiago, dove ambientò vari film a partire da I recuperanti (1974), girato per la RAI, con cui ha collaborato a lungo con una serie di documentari storici o sul presente, tutti interessanti. Grandi polemiche suscitò Milano 83, un documentario che racconta una città spenta dopo i fervidi decenni precedenti. Il contrario della Milano da bere. Non ho molto amato i film dopo L’albero degli zoccoli, come se produzioni più grandi gli avessero fatto smarrire l’istinto creativo, in lui fortissimo (Olmi è prima di tutto un artista). È stato bello tornare ad applaudirlo con Il mestiere delle armi (2001), dove, raccontando di Giovanni delle Bande nere, narra un’eterna Italia di umili e potenti. In tutti i film di Olmi, anche nei meno riusciti, ci sono momenti bellissimi: il sentimento panico della natura, le espressioni dei suoi attori (spesso non professionisti), l’eleganza con cui usava la macchina da presa (con lui lavorò a lungo, Lamberto Caimmi, un bravissimo direttore della fotografia). Dopo aver annunciato il ritiro, o meglio, che si sarebbe dedicato solo ai documentari, girò un altro film molto bello sulla Grande guerra, Torneranno i prati (2014).

Chi ci ha lavorato a fianco ne ricorda l’estrema energia che aveva sul set, l’abilità di invenzione della scena (qui più vicino al miglior Visconti che a Rossellini, suo maestro naturale). Olmi, pur avendo fondato una scuola di cinema, non ha lasciato veri eredi: troppo libero e personale il suo modo di lavorare. Qualche giorno fa venne proiettato a Napoli La ragazza Carla a cui seguì Il posto. Nessun paragone può essere azzardato, se non dire che quella ragazza, Carla Dondi, è la sorella naturale del ragazzo, Sandro Panseri è il nome dell’attore, del Posto. Smarriti come noi davanti alla vita.