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Armando Petrucci (1932-2018)

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 29 aprile 2018

Armando Petrucci venne a insegnare Paleografia latina alla Scuola Normale nel 1991. Alla lezione inaugurale l’Aula Bianchi era piena di gente (Petrucci era già famoso), e lui disse scherzando che si era trasferito dalla Sapienza alla Normale per non dover fare lezione davanti a folle oceaniche, perciò non è che fosse tanto soddisfatto. La lezione fu una chiacchierata sui libri e le biblioteche nel Medioevo, piena di informazioni e di idee; il tono fu piacevolmente informale. Petrucci era un signore sui sessant’anni, magro, minuto, elegante, con un accento romano molto forte e molto simpatico, che non faceva nulla per nascondere, anzi qualche volta esibiva. Si capì subito che era un gran parlatore, cioè uno che sapeva non solo tenere desta l’attenzione dicendo delle cose interessanti, ma anche guadagnarsi la simpatia del pubblico con aneddoti, battute pronunciate coi tempi giusti. Petrucci sapeva far ridere, ed era una cosa nuova, perché alla Normale s’era abituati a oratori meno brillanti, o più paludati.

A volerlo alla Normale era stato soprattutto il docente di Storia della lingua italiana, Alfredo Stussi, che un po’ di osservazioni paleografiche le faceva spesso, a lezione, commentando i testi delle origini su cui stava lavorando. «Adesso mi sento non un fucile ma una cannoniera puntata addosso», disse, invitandoci a seguire i corsi di Petrucci. Lo seguimmo in tanti, alcuni con più profitto di altri: tra Roma e Pisa, per non dire delle altre università del mondo dove è stato visiting professor, sono stati suoi allievi molti dei migliori filologi e, naturalmente, molti dei migliori paleografi delle ultime generazioni. Quanto a me, capii presto di non essere particolarmente tagliato per la paleografia: mi mancava la diligenza, la pazienza di spendere i pomeriggi sui facsimili o – come le chiamava Petrucci, che era nato nel 1932 – sulle xerocopie dei manoscritti che ci distribuiva a lezione. E mi mancava anche l’occhio: guardavo con un po’ d’invidia i miei compagni di corso mentre con grazia di indovini decifravano corsive indecifrabili prese non dai nitidi canzonieri che io ero abituato a sfogliare per le mie ricerche ma da antiche cedole di conti, lettere e memorie private, ‘tracce’ lasciate per caso sul verso di atti notarili. Ricordo che una volta uno dei più bravi riuscì a leggere in calce a un documento una firma che Petrucci stesso non era riuscito a leggere, guadagnandosi un elogio coram populo: il nome era Gucciozzo. Adesso era ovvio: ma bisognava vederlo. Non ero molto tagliato, ma frequentai i suoi corsi durante tutta la mia permanenza alla Normale, dunque per altri cinque o sei anni, perché alle lezioni di Petrucci non s’imparava tanto la paleografia quanto un’idea di Medioevo, un’idea che si formava direttamente sulle fonti, scartando da un lato le etichette dei manuali (autore di un celebre manuale universitario, la Breve storia della scrittura latina, Petrucci non dava alcun peso, almeno a lezione, alla nomenclatura paleografica: contava il caso – «il bel caso» come gli sentii dire più di una volta, rapito davanti a una xerocopia – che si aveva sotto gli occhi) e dall’altro le generalizzazioni delle teorie (una delle rare volte in cui lo vidi irritato fu quando gli dissi che stavo leggendo i libri di Paul Zumthor, studioso che lui non amava, e che io cessai di amare in quel momento: ma, ammise, c’entrava anche il fatto che aveva pubblicato in italiano un libro dal titolo Leggere il Medioevo, anticipando Petrucci sul tempo, che per il suo dovette ripiegare sul titolo Medioevo da leggere).

Quest’uomo alla mano, gentile, ironico è stato quindi innanzitutto un insegnante esemplare. Lo si dice di molti professori, soprattutto quando non ci sono più, ma io non lo direi di più di tre o quattro tra i molti che mi è capitato di ascoltare. In questa esemplarità entravano due virtù rare, e delle quali da suo studente ho beneficiato più volte, la pazienza nei confronti di chi non sapeva e l’indulgenza nei confronti di chi sbagliava: pazienza che si traduceva nel ripetere e far ripetere col sorriso, senza mai irritarsi per la testa dura del principiante; e indulgenza che si traduceva nella capacità di correggere bonariamente, per genuino amore – la parola non è eccessiva – nei confronti dell’allievo.

Quanto allo studioso, l’etichetta di ‘maestro della paleografia’ che si troverà accanto al suo nome nelle enciclopedie, non rende l’idea. Petrucci è stato un paleografo di stupefacente versatilità e originalità, tanto da aver cambiato in maniera sensibile, in mezzo secolo di attività, i connotati stessi della sua disciplina. Ma in questo lungo cammino ha cambiato anche, più largamente, il modo in cui oggi guardiamo alla storia della cultura del Medioevo e della prima età moderna. Dal volume sulla scrittura di Petrarca (1967) agli splendidi capitoli sulla storia della scrittura in volgare, dei manoscritti e delle biblioteche pubblicati nella Letteratura Italiana Einaudi, agli interventi su casi («che bel caso!» è una frase che gli ho sentito ripetere più di una volta, davanti a un testo nuovo che gli sembrava offrisse una buona occasione per riflettere e per imparare), su casi dicevo tanto diversi come l’autografo del Decameron (1974) e il libretto di conti di Maddalena pizzicarola in Trastevere (1978), Petrucci non ha mai smesso di lavorare a una sua personale storia della nostra letteratura attraverso la documentazione scritta. E l’anno scorso, quando da Carocci è uscito per cura del suo allievo Antonio Ciaralli il volume intitolato Letteratura italiana: una storia attraverso la scrittura, tutti gli studiosi hanno potuto rendersi conto dell’entità del suo lascito. Da qui, precisamente dal saggio Storia e geografia delle culture scritte, cito un brano esemplare del suo metodo:

La perdita progressiva della corsività che si rileva in genere nei documenti dell’Italia centrosettentrionale nel corso del secolo xi, sotto la diretta influenza di modelli posati di matrice libraria, costituisce in sé e per sé un elemento di grande rilievo storico-culturale, in quanto rivela che giusto allora il notariato stava progressivamente impossessandosi della comune e superiore cultura del libro e stava trasformandosi da ceto puramente tecnico in ceto intellettuale: il che non sarebbe stato, in prosieguo di tempo, privo di implicazioni per l’affermazione del volgare scritto e dei suoi testi letterari.

Esemplare, il brano riportato, in questo: che innerva con dati tecnici che solo uno storico della scrittura espertissimo potrebbe padroneggiare (l’attenuarsi della corsività nelle scritture notarili del centro-nord Italia del secolo XI) una visione dall’alto (la genesi della letteratura in volgare e il ruolo che in questa genesi svolsero i notai) che per essere messa in parole richiede l’acume e la sicurezza di un grande storico della cultura; il tutto in un italiano cristallino.

Per tutto questo, oggi, la notizia della sua morte colpisce così tante persone, in Italia e nel mondo: Petrucci è stato uno di quei rari studiosi da cui tutti, al di là delle specifiche competenze disciplinari, hanno avuto modo di imparare qualcosa. E impareranno: perché l’opera di Petrucci conta – citando Ciaralli, che cita Weber – tra quelle «capaci di conservare durevolmente la loro importanza come mezzi di godimento» e «come mezzi per educare al lavoro». Nel dolore per la perdita di un uomo simile, coloro che sotto la sua guida hanno avuto la fortuna di partecipare a questa educazione possono solo benedire il proprio destino.