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Una mappa per il labirinto del Quattrocento italiano

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 28 gennaio 2018

La lirica italiana del tardo Medioevo è per lo più così formulare e ridondante, così devota al modello di Petrarca, da scoraggiare la monografia. Un ipotetico Saggio sulla poesia di Alessandro Braccesi (è il nome di uno dei nostri quattrocentisti minori) non è un libro che venga voglia di leggere, ed è un libro che forse non avrebbe senso scrivere. Ma proprio la formularità e la ridondanza spiegano perché possono essere interessanti quegli studi che anziché indugiare sugli alberi provano a descrivere la foresta. L’Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento (ACAV) è questa descrizione. Due tra i nostri migliori specialisti, Andrea Comboni e Tiziano Zanato, hanno chiesto a una sessantina di studiosi di presentare sinteticamente i canzonieri dei principali poeti volgari del Quattocento (un centinaio in tutto): le 770 pagine grande formato dell’ACAV sono il frutto di questo lavoro d’équipe.

Qualche precisazione sui termini. In primo luogo, la parola ‘canzoniere’ va intesa in senso ampio: non si parla soltanto di quei libri di poesie che hanno una struttura evidentemente calibrata dall’autore ma anche di raccolte, serie di testi che si presentano relativamente compatti nella tradizione manoscritta ma che è non è provabile che siano stati allestite dagli autori stessi, e insomma nell’ACAV si parla anche di sillogi di rime che non possono essere, a rigore, chiamate ‘canzonieri’. In secondo luogo, il compasso cronologico è un po’ più ampio di quanto non dica il titolo: ci sono autori la cui esperienza si consuma tutta, presumibilmente, entro i limiti del secolo XIV, come per esempio Alberto degli Albizi o Cino Rinuccini, e ci sono autori che scrivono poesie anche nei primi anni del secolo XVI, come il Tebaldeo (ma qui, come in casi analoghi, a decidere l’inclusione è il fatto che la princeps delle sue rime è datata 1498).

A che serve un libro del genere? In sostanza a due cose. In primo luogo a dare una mappa. Chiunque vorrà ora leggere e studiare i poeti di cui si parla nell’ACAV troverà qui tutti i dati che gli servono per avviare la sua ricerca. Può sembrare poco ma invece è moltissimo: perché questi dati, reperiti nei manoscritti e nelle stampe antiche, sono poi spesso dispersi in opuscoli, miscellanee, riviste molto difficili da reperire, soprattutto per chi non possa contare sulla biblioteca storica di una grande città. E c’è da aggiungere questo: perfettamente informati sullo stato dei lavori nel campo della lirica del Quattrocento, Comboni e Zanato hanno affidato quasi sempre le voci del volume a coloro che hanno curato l’edizione critica dei poeti in questione, oppure a coloro che a quell’edizione stanno lavorando. Conseguenza: quella che i vari autori offrono al lettore non è soltanto la sintesi del già noto bensì la sintesi del già noto più una messe di informazioni inedite, che qui trovano la loro prima sistemazione. Vale a dire che l’ACAV non è semplicemente un repertorio nel quale si andranno a cercare d’ora in poi notizie aggiornate su Tommaso Baldinotti e Giusto de’ Conti (cito tra le tante due voci – ma per ricchezza di dati e di osservazioni si tratta in realtà di veri e propri capitoli di storia letteraria – particolarmente ben fatte, a cura rispettivamente di Lucia Bertolini e Italo Pantani), ma il frutto di ricerche di prima mano; non organizza semplicemente il sapere già disponibile: lo organizza e lo integra generosamente.

In secondo luogo, la somma di monografie che è l’ACAV serve a mettere in luce dei rapporti, cioè a fare delle scoperte. Ogni scheda relativa a un autore si divide in una ventina di paragrafi fissi, funzionali a una descrizione quanto più possibile omogenea dei diversi corpora. Tra l’altro: si indica il titolo del canzoniere, se il canzoniere ne ha uno; si danno dei cenni sulla storia della tradizione testuale (e qui forse una maggiore omogeneità tra i contributi sarebbe stata auspicabile: in certi casi l’informazione è davvero sintetica, in altri sembra di leggere la premessa a un’edizione critica già pronta da dare alle stampe); si fissano i tempi di composizione; si descrive la consistenza del canzoniere (quanti testi, quali generi metrici); si citano il primo e l’ultimo testo del canzoniere, se esso ha un inizio e una fine riconoscibili; se ne descrive la struttura interna, cioè si riflette sul modo in cui è costruito, e si cerca di capire in che misura nella costruzione vada cercata l’impronta dell’autore; se il canzoniere narra una storia (come, in certa misura, accade nei Fragmenta di Petrarca), si cerca di misurare la durata nel tempo di questa storia; si descrive il modo in cui l’io poetico e il ‘tu’ a cui l’io poetico si rivolge sono caratterizzati. Eccetera. Insomma: una descrizione ampia, dettagliata, attenta tanto alla forma dei testi quanto al loro contenuto (la cosa va sottolineata, perché gli studi sulla poesia antica scontano spesso un certo formalismo: qui no, ai curatori sembra interessare anche ciò che i testi dicono, non solo il modo in cui sono fatti).

Ebbene, si può leggere questo libro verticalmente, dalla A di Francesco Accolti alla V di Gasparo Visconti. Ma un modo molto più stimolante (vi ha accennato Claudio Vela durante una presentazione pubblica del volume) è leggerlo orizzontalmente, cioè riflettere per esempio sul diverso grado di fedeltà con cui i poeti, dal tardo Trecento al primo Cinquecento, hanno imitato i generi metrici che trovavano nei Fragmenta petrarcheschi (e allora si isoleranno, nel libro, tutti i paragrafi su «Numero dei componimenti e forme metriche»); oppure ragionare sul modo in cui questi poeti hanno interpretato una delle novità della lirica petrarchesca, la novità più funzionale al racconto dell’esperienza amorosa, alla sua disposizione nel tempo, cioè i testi d’anniversario; o infine vedere (leggendo in sequenza le rubriche relative ai «Contenuti non amorosi») quanto spesso i poeti di quest’epoca parlano di argomenti che non sono l’amore (che non è certo l’unico tema dei Fragmenta, ma è senz’altro il principale).

Due esempi concreti, per capirsi meglio. Molta poesia medievale è poesia di corrispondenza, o di tenzone, nel senso che un sonetto (e talvolta una canzone) veniva inviato dal poeta X al poeta Y, il quale rispondeva adoperando di solito le stesse rime del sonetto missivo e sollecitando a sua volta una replica, e così via, per sequenze anche molto lunghe di testi a botta e risposta. Le voci dell’ACAV hanno un paragrafo dedicato ai «Testi con destinatari storici», e questi paragrafi, letti in serie, possono dare indicazioni interessanti su come i poeti, dopo Petrarca (che nei Fragmenta si rivolge spesso frontalmente ad amici o a membri delle famiglie gentilizie con le quali era in rapporti), hanno adoperato i versi per rivolgersi a persone in carne e ossa, come oggi si farebbe attraverso una lettera o un e-mail. Ma è solo un punto di avvio. In una ricerca più ampia ci si potrebbe chiedere se e in che modo i canzonieri qui descritti integrano i testi di corrispondenza (all’interno della serie principale? In una sezione apposita, dopo quella principale? Con un apparato di didascalie che indica l’occasione in cui i testi vennero scritti, e a chi erano rivolti?), o se questi testi hanno seguito una tradizione diversa; e se trasmettono le tenzoni nella loro integrità, cioè se riproducono anche i testi dei corrispondenti. Su questi aspetti diciamo relazionali l’ACAV non dice tutto, ma indica la strada, offre il materiale che altri potranno sfruttare, completare, interpretare.

Altro esempio, sempre a proposito di questo genere di poesia. Una delle soddisfazioni, per lo studioso di lirica medievale, è ricomporre tenzoni disperse. Le tenzoni, infatti, tendono a spezzarsi e a disperdersi nella tradizione manoscritta. Perché? Si possono fare varie ipotesi, ma una delle più sensate è che nel momento in cui il poeta X (ma possiamo anche dargli un nome: Petrarca, per esempio) raccoglie le proprie poesie in una serie ordinata, tralascia le poesie missive o responsive che gli sono state inviate da altri, e queste poesie missive o responsive vanno perdute. Ebbene, la lettura dell’ACAV, con la miniera di dati che porta alla superficie, può indicare la strada per delle piccole scoperte, per dei ritrovamenti. Nell’ACAV si riferisce di «un sonetto che Alberto degli Albizi indirizza a [Antonio degli] Alberti, di cui non ci giunta la proposta». L’incipit del sonetto dell’Albizi è Quel che di me ciascun parla e ragiona. Ma nel manoscritto Chigiano M IV 79 si trova un sonetto, privo di attribuzione, che ha le stesse rime e lo stesso argomento del sonetto di Alberto degli Albizi: Già nel comune udir chiaro risuona. Cosa pensare? Verosimilmente, che quest’ultimo sonetto è proprio il compagno che si credeva perduto, il testo a cui Alberto degli Albizi risponde, e che a scriverlo è stato proprio Antonio degli Alberti (nella rubrica del sonetto dell’Albizi si legge infatti Risposta a messer Antonio degli Alberti).

Come tutti gli strumenti di ricerca, insomma, anche l’ACAV si rivelerà tanto più utile quanto più intelligenti saranno le domande che i ricercatori sapranno porgli. E alcune domande sarà meglio non incoraggiarle troppo. Tra i paragrafi ‘fissi’ di ciascuna voce ce ne sono due in cui agli studiosi si chiede di riflettere sulla «Progressione del senso» e di indicare le «Connessioni intertestuali». È una richiesta sensata, ma che più di altre espone al rischio della sovrainterpretazione, perché se si cerca una ‘progressione del senso’ in genere la si trova, anche se questa progressione latita (quanti canzonieri immaginari, nella filologia medievale di questi anni!); e perché tutto, volendo, può connettere tra loro testi così ridondanti, anche le rime in –are, anche la parola amore ripetuta al v. 2 di un sonetto e al v. 12 dell’altro: e semantizzare elementi che non hanno significato è un errore che nell’interpretazione della poesia antica si è fatto e si fa anche troppo spesso. Questo è insomma materiale da maneggiare con cura.

Le schede dedicate agli autori sono precedute da un’introduzione firmata dai curatori Comboni e Zanato che merita un elogio a parte. Per come è scritta (niente gergo, niente codice ristretto: sono pagine che possono essere lette anche dall’inesperto che cerchi una prima informazione – una seconda informazione, diciamo – sulla lirica di quest’epoca); per le cose intelligenti che dice (parlare di petrarchismo espone sempre al rischio della genericità: qui invece gli effetti della lezione di Petrarca sui suoi eredi sono osservati col microscopio, non col grandangolo, e i risultati dell’osservazione sono persuasivi); e per la misura: potevano essere cento pagine, pescando qua e là dalle schede, riformulando, allungando il brodo; invece sono una trentina: né più né meno di quante ne occorreva per introdurre il lettore a uno degli strumenti di ricerca più preziosi che la filologia italiana abbia prodotto negli ultimi decenni.

Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento, a cura di Andrea Comboni e Tiziano Zanato, Firenze, Edizioni del Galluzzo 2017.