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Il brigatista delegante

di Claudio Giunta

IL magazine del Sole 24 ore, gennaio 2018

Nel 2008 Tommaso Labranca pubblicò un saggio-romanzo dal titolo 78.08. Il nucleo era una rievocazione dell’anno 1978, e il clou della rievocazione era La febbre del sabato sera, che era uscito nei cinema nella primavera di quell’anno. Attorno al nucleo, una storia ambientata invece nel 2008, le meste avventure di un padre sottoccupato figlio di una madre semi-demente e padre di una figlia semi-demente che vive in simbiosi con un suo semi-demente amico emo (nel 2008 c’erano gli emo, i nostalgici riflettano). Il libro faceva la spola tra 1978 e 2008 constatando più che altro il declino dei costumi e dell’intelligenza, l’aumento di entropia, oltre naturalmente alla complicazione della vita indotta dai cellulari e da internet, che tra l’altro impediscono di isolarsi, dimenticare, essere dimenticati: «L’accumulo di informazioni è il vero dramma del diventare adulti. Qualunque elemento, anche il più insignificante, esplode come un fuoco d’artificio progressivo, richiamando catene di cose simili e già viste». Si rimpiangeva un po’, insomma, l’epoca onesta della comunicazione lenta e analogica e degli oggetti caserecci: i telefoni a disco al posto degli smartphone, il Totocalcio al posto del Superenalotto, le Fave di Fuca al posto della dieta a zona.

A un certo punto di 78.08 il protagonista entra in un negozio di modernariato che si chiama Cartadaparati*, imitazione trash della catena Wallpaper*, perché sta cercando una striscia di tappezzeria anni Settanta per la casa della madre. Comincia a parlare col proprietario, un tipo alto, massiccio, con una brutta coda di capelli grigi che gli fa risaltare la calvizie. Dopo qualche incertezza, il protagonista lo riconosce: è il suo vecchio compagno di classe Leopoldo Tomba, uno stronzo ripetente che amava perseguitare i più deboli nonché, osserva Labranca, «la tipica figura di Brigatista Delegante, genere molto diffuso all’epoca […], costituito da un corposo gruppo di giovani che tifavano per le azioni terroristiche delle Brigate Rosse senza prendervi parte. Per codardia, pigrizia o divieti genitoriali». Il protagonista, che era tra i deboli bullizzati dal Tomba, non dice nulla, anzi quasi per pietà, vedendolo male in arnese, gli compra tre rotoli di tappezzeria verde pistacchio; ma uscito dal negozio ripensa a una piccola impresa del Brigatista Delegante, un’impresa che ne aveva per sempre fissato il carattere, il giorno in cui le BR rapirono Aldo Moro e uccisero la sua scorta:

Verso la fine dell’ora, la porta si aprì di scatto ed entrò Leopoldo Tomba con una sciarpa legata intorno alla bocca, in una mano la copia dell’edizione straordinaria di un quotidiano con la foto di Moro e l’altra mano alzata, nel classico gesto che voleva richiamare la P38. Gridò qualcosa, ma con la sciarpa davanti alla bocca si capì ben poco.

Il 2018 sarà anno di rievocazioni e bilanci, a cinquant’anni dal Sessantotto e a trent’anni dal caso Moro, e 78.08 di Labranca meriterebbe un’appendice, un aggiornamento su come si vive nel 2018, e soprattutto su come vivono, su cosa pensano i fratelli maggiori di Leopoldo Tomba, oggi per lo più pensionati retributivi, che tra Sessantotto e Settantotto, entrati da un pezzo nell’età della ragione, non presero la pistola ma, diciamo, concessero una fiduciosa delega, e consigliarono ad altri di prenderla, a voce e per iscritto, e si rallegrarono poi del fatto che il consiglio fosse stato seguito.

Studente a Pisa negli anni Novanta, io ho incrociato non pochi di questi reduci, nati negli anni Quaranta o nei primi anni Cinquanta, e ho dovuto constatare che erano spesso persone piuttosto ripugnanti, sia nel modo di pensare – perché univano a una ridottissima esperienza della vita una sicurezza di giudizio, un’assenza di dubbi che veniva loro dai libri, e da libri spesso capiti male – quanto nel modo di comportarsi: spregiudicati nei rapporti di potere, settari, pazzi per la fica (in gioventù) e per il denaro (nella maturità), patologicamente vanitosi; e spesso poco gentili nei rapporti personali, quasi avessero introiettato come habitus gli sconci versi di Brecht «Oh, noi / che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, / noi non abbiamo potuto essere gentili»: e si perdona quasi tutto, ma non la mancanza di gentilezza.

Uno di questi Deleganti, in particolare, me lo ricordo bene per un episodio. Era estate, c’era un corteo anti-berlusconiano, un corteo abbastanza micragnoso, qualche centinaio di persone che sfilava sui lungarni nella controra pisana. Attraversato il Ponte di Mezzo, il corteo incrociò una strada traversa, e sulla strada, col semaforo verde, passava… un tappezziere (e sarà questa coincidenza che, leggendo Labranca, mi ha riportato alla memoria il ricordo), con lo scaleo di legno legato sul tetto del Fiorino. O meglio, il tappezziere tentava di passare, perché il piccolo corteo gli era finito tra le ruote e lo aveva costretto a fermarsi. Il tappezziere suonò timidamente il clacson, e allora dal corteo, poco più avanti di me, si fece strada questo tale, un docente di filosofia dell’università, sui cinquant’anni, mite glossatore del giovane Marx, che issandosi sul Fiorino afferrò lo scaleo e, scuotendolo, cominciò a gridare «Sì, ma non è che si può fermare il corteo eh! Dobbiamo passare!». E intanto si guardava attorno, e gli altri gli davano ragione, e sarebbero stati senz’altro pronti a spalleggiarlo se il tappezziere, che evidentemente aveva fretta di andare al lavoro, fosse sceso dal Fiorino per protestare, per menare le mani. Il tappezziere non scese, il corteo passò col rosso e continuò la sua strada, mi pare verso la sede di Forza Italia; e mentre tutti i dettagli della scena, cogli anni, mi sono scivolati via dalla memoria, mi è rimasto nitido il ricordo del viso raggiante del docente di filosofia, vincente a quella prova del fuoco, raggiante ma atteggiato a serietà, quasi a pena; come se stesse pensando: noi, che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non abbiamo potuto essere gentili.

Ecco, negli scaffali di libri commemorativi che usciranno nel 2018 mi piacerebbe trovarne almeno uno che racconti queste vite, le vite mai intaccate dal dubbio di quelli che, a parte incarnare Brecht, hanno ripetuto con tono da oracoli, senza fare una piega, il verso del nostro poeta più oracolare: «Uomini ci sono che debbono essere uccisi». Magari con un’appendice di testi, un’antologia dei loro scritti militanti, in cui questa delega a uccidere – più che altro in lontani paesi tropicali, ma anche in Italia – veniva formulata a chiare lettere, o si assolvevano gli uccisori in nome, per citare un altro poeta, di «belle idee universali» (Miłosz, Rue Descartes: «In seguito i loro colleghi conquistarono il potere / per uccidere in nome di belle idee universali»). Mi piacerebbe leggere la storia di questa monumentale bêtise. Ma chi potrebbe essere così bravo da scriverla? Ci vorrebbe lo scrupolo di un archivista unito al talento di Flaubert o di Labranca: e tutte e due, purtroppo, hanno lasciato questa terra. E che fare, poi, una volta raccolte tutte queste interessanti storie di vita? Che fare coi reduci? Lo dice Labranca alla fine della pagina che ho citato sopra. Dunque il giovane Brigatista Delegante entra in classe facendo il gesto della P38 e urlando qualcosa: «ma con la sciarpa davanti alla bocca si capì ben poco». Invece si capirono perfettamente, ricorda Labranca,

le parolacce che il professore di latino iniziò a rivolgergli. Spaventato, com’era proprio della sua natura di vigliacco, Tomba scappò in corridoio, perdendo giornale e sciarpa. La P38 no, perché era solo un gesto. Perché da vero imbelle non sarebbe stato nemmeno in grado di usare una pistola giocattolo. Il professore di latino iniziò a inseguirlo e, nonostante la notevole differenza di età, riuscì a prenderlo poco prima che Leopoldo si chiudesse in bagno. Gli sferrò due schiaffi fenomenali e tornò in classe. Era diventato il mio idolo.