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Sulle Amache di Serra

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 18 dicembre 2017

È chiaro che scrivere ogni giorno sul giornale la propria opinione, un migliaio di caratteri su una questione qualsiasi, dall’ISIS alle pensioni, dagli stipendi dei calciatori alle pale eoliche, è una cosa che non bisognerebbe fare, in primo luogo perché è impossibile documentarsi a dovere, ed è inevitabile che una conoscenza approssimativa dei fatti produca spesso opinioni superficiali; e in secondo luogo perché il pensierino giornaliero è il viatico al moralismo e alla retorica. Moralismo: sicuri di avere ragione, si censura un’idea, un atteggiamento, un fatto in nome di un pregiudizio, di un partito preso sottratto alla verifica e alla discussione. Retorica: la stessa cosa, salvo che in questo caso l’idea, l’atteggiamento e il fatto non si censurano ma si difendono, si celebrano. Ma gli italiani, soprattutto gli italiani che leggono i giornali, sono spesso ammalati di moralismo e di retorica, e amano vedere formulate in buon italiano, sul loro quotidiano, depurate dai dubbi, le opinioni che loro stessi hanno confusamente nella testa, perciò non stupisce che questo genere letterario, lo stelloncino di 10-15 righe, abbia successo, e che migliaia di copie si spostino con lo spostamento dell’autore degli stelloncini da una testata all’altra, indipendentemente dalla qualità della testata – e dell’autore. Non è un’invenzione recente. Un’opinione al giorno, sui quotidiani, la pubblicavano già Alain, in Francia, e Missiroli in Italia, ed era un secolo fa. Ma l’età contemporanea dello stelloncino comincia con l’Amaca di Michele Serra nella pagina dei commenti della «Repubblica» (prima per pochi anni sull’«Unità»); poi l’esempio contagia «La Stampa» (prima Gramellini, ora l’ottimo Mattia Feltri) e il «Corriere» (Gramellini), e gli altri a ruota. Ora escono due libri di Michele Serra di consuntivo e di celebrazione: il gigantesco Il grande libro delle amache, che raccoglie duemilacinquecento Amache sgranate su un quarto di secolo (né Alain né Missiroli ebbero tanto fiato); e il brevissimo La sinistra e altre parole strane (che è in sostanza la premessa al Grande libro, scorporata dall’editore Feltrinelli e astutamente trasformata in volume autonomo, al prezzo di euro 9).

Non molto è cambiato in questi venticinque anni, scrive Serra, se si paragona questo intervallo di tempo ai baratri del passato: «L’epoca è stata – come dire – piuttosto compatta. Non sono così difformi, insomma, il suo inizio e la sua fine: uno che avesse scritto corsivi dal 1930 al 1955 avrebbe dovuto fare i conti con il ribaltamento politico e culturale del mondo, mentre da Tangentopoli a oggi […] non possiamo dire di avere registrato un vero e proprio cambio d’epoca». È vero, salvo che, come osserva anche Serra, che non è un fan dei nuovi mezzi di comunicazione, internet ha modificato completamente il modo in cui parliamo e scriviamo, nonché il modo in cui si fanno i giornali, e anzi ha quasi ucciso i giornali e la carriera del giornalista; e salvo che questo quarto di secolo è servito a Serra e a molti altri della sua generazione per cambiare idea sulla politica e sul mondo. Sul primo numero di «Cuore», il direttore Michele Serra pubblicava un articolo di Fortini – come sempre semi-incomprensibile – sulla necessità della lotta per il comunismo. Era appena caduto il muro di Berlino. Oggi Serra si professa un «fan della democrazia ‘vecchia maniera’ (i diritti, i doveri, il bilanciamento dei poteri, l’habeas corpus e bla bla bla)», e non trova che questa vecchia maniera goda di buona salute («siamo, in giro per il mondo, sempre più sparuti e disorientati, praticamente degli stravaganti, e faremo una notevole fatica a trovare la squadra per la quale fare il tifo»); ma insomma tutto, proprio tutto ciò che trova ragionevole e sostiene lo potrebbe sostenere e lo sostiene qualsiasi liberale intelligente. Con più precisione: un liberale intelligentemente pessimista sulla natura umana, un liberale che non crede che la virtù si trovi in certi strati sociali piuttosto che in altri, nel popolo piuttosto che nell’élite: «Forse la mia sola vera idea, quella che non solo esiste indipendentemente dalla forma e dallo stile, ma li precede entrambi, e li conforma. L’idea è questa: i governati NON sono migliori dei governanti». Per disfarsi della mistica del popolo, per liquidare, cito, «il mito della gente, la gente buona oppressa da un potere cattivo», bisognava che questa mistica e questo mito venissero raccolti, in modi stravolti, da Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Non è poco, se andiamo in cerca di cambiamenti epocali, e questa ricalibratura della propria visione del mondo avrebbe forse meritato una riflessione un po’ più ampia, non in una Amaca, ovviamente, ma in qualche pagina del bel memoir che è La sinistra e altre parole strane.

Da una riflessione del genere sarebbe venuto forse anche qualche spunto d’ottimismo, in modo da temperare il tono un po’ costernato che si avverte in molti dei corsivi (Serra non ha colpe: è il genere letterario che spinge al lamento e alla costernazione: è raro che si prenda la penna in mano per benedire, soprattutto se si hanno a disposizione soltanto dieci righe, e così i «cedimenti allo sconforto» finiscono per essere un po’ più dei «pochi» dichiarati nel sottotitolo). Scrive per esempio Serra: «Tanto tempo fa, per avere un’opinione ci si faceva soccorrere dall’ideologia; carica di pregiudizi ma confortevole perché dava a molti un campo nel quale acquartierarsi, e qualche bandierina da sventolare […]. Oggi sgomentano la solitudine e la dispersione dei nostri giudizi […]. Dove sono finiti i buoni, o almeno i mezzo-buoni che abbiamo sempre creduto di saper riconoscere? Che fine ha fatto il famoso ‘corso della storia’, quel minimo di senso che si riusciva a dare perfino alle guerre?». Ma non c’è anche qualcosa di positivo nell’essersi liberati dai conforti dell’ideologia? Non è segno di maturità (coi costi della maturità: il dubbio, la solitudine), il venir meno della fede nei buoni e nel ‘corso della storia’? Le cose non erano così semplici come ci erano parse, la ragione non stava tutta da una parte: non è questa una verità preziosa, per quanto amara? Tanto più che è una verità che, nei suoi scritti degli ultimi anni, Serra mostra di aver assimilato perfettamente («Quando, rileggendomi, i giudizi su persone o cose mi infastidiscono, è quasi sempre per via dell’eccesso di durezza di alcune frasi di allora, l’intransigenza giovanile, il settarismo come scorciatoia risolutiva, come tentazione costante per uno che, dopotutto, di mestiere fa il polemista di sinistra»); senza, d’altra parte, che questa saggezza senile, nemica del settarismo, lo abbia fatto diventare cinico o lo abbia portato a rinunciare alla sua giusta idea pedagogica della politica: «Ciò che divide un leghista da un uomo di sinistra è, in fondo, la ben maggiore ambizione (o presunzione) del secondo: al leghista basta cambiare la classe dominante, l’uomo di sinistra considera almeno altrettanto importante cambiare la classe dominata». Ecco una buona idea di sinistra che non si sente articolare spesso.

Ultima osservazione. Uno dei Leitmotiv del libretto è la fatica. Un’opinione al giorno, esclusa la domenica e due settimane ad agosto, per venticinque anni. Guardandosi indietro, Serra non si capacita. Non si capacita neppure il lettore: tanta tenacia e tanta serietà sono encomiabili. Ma il lettore che apprezza l’intelligenza e la scrittura di Serra si domanda anche che cosa avrebbe potuto scrivere, Serra, in questo quarto di secolo, se ogni giorno non fosse stato costretto a portare un obolo al suo Moloch. Questo non è un paese che difetti di opinionisti acuti e sbrigativi. Difetta invece di narratori-cronisti intelligenti, capaci di scrivere, curiosi della realtà, e capaci di muoversi, in questa realtà, senza paraocchi ideologici. Serra è senz’altro, per indole, uno di questi rari narratori-cronisti; ma in questo quarto di secolo questa sua vocazione ha dovuto passare in seconda o terza linea, dare spazio alla brillantezza del ‘corsivista’, perché così ha voluto il giornale per il quale lavorava. E devo dire che è questa la cosa che mi dà più da pensare, una volta finito di leggere La sinistra e di leggiucchiare Il grande libro delle amache, anche se è una cosa che non c’entra specificamente con questi bei libri o con il passato e il futuro dell’Italia, che sono l’argomento di questi bei libri: come amministrare il proprio talento, cioè che cosa chiedere a se stessi, a chi o a che cosa dire sì oppure no, che cosa impegnarsi a scrivere, e dove – e tutto questo non in astratto ma nel mondo come è, nell’Italia come è oggi. Ripeto: sono domande che non hanno attinenza con i tanti argomenti toccati in questa monumentale antologia di Amache; ma che vengono suggerite dalla nota intensamente, felicemente personale che ispira il libretto in cui Serra riflette su questi venticinque anni di corvée, libretto che raccomando di leggere, con o senza l’accompagnamento del Grande libro delle amache.

Michele Serra, La sinistra e altre parole strane, Feltrinelli 2017, euro 9; Id., Il grande libro delle amache, Feltrinelli 2017, euro 29.