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Baruffe muranesi

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 15 ottobre 2017

Studiando la letteratura del Medioevo càpita di avere la sensazione che la realtà si smaterializzi sotto i propri occhi. Non che gli scrittori non parlino di cose tangibili, di persone in carne e ossa, non che stiano postmodernamente in equilibrio sul crinale tra verità e menzogna: al contrario, pretendono di dire la verità anche quando dicono cose ovviamente inventate, come andare a spasso nell’oltretomba insieme al poeta Virgilio. Il problema sono gli studiosi. Gli studiosi sembrano un po’ tutti impegnati in una gara di sottigliezza volta a dimostrare che invece niente di quello che gli scrittori raccontano è vero, che è tutto un puzzle di memorie e topoi letterari di fronte al quale sarebbe ingenuo e indiscreto domandare «ma è vero?». Quella ragazza di cui il poeta si dice innamorato, della quale parla con tanta – si direbbe – sincera passione? È solo un simbolo, l’idea platonica della femminilità, non certo una donna in carne e ossa. Quell’angolo di citta che il narratore descrive con tinte così vivide? È solo una immagine presa dai libri, un frammento della città ideale. E ogni giardino è un locus amoenus.

Nella novellistica, questo genere di approccio ha finito per essere sistematizzato in due indirizzi di studio distinti ma in certo modo convergenti. Da un lato quella che si chiama critica delle fonti, che nella sua forma più elementare tenta di rintracciare nella letteratura del passato lo spunto, il nucleo tematico sul quale il narratore attuale ricama le sue variazioni. Dall’altro, l’approccio narratologico che, muovendo dagli studi in campo folclorico di studiosi come Veselovskij e Propp, mira a ricostruire la sintassi dei motivi tradizionali che innervano i racconti. La fecondità dell’uno e dell’altro punto di vista non è in discussione; ma, preso in questo vortice metaletterario, il lettore avverte talvolta la nostalgia di qualcosa di solido, vorrebbe toccare con mano la verità della formula famosa di Propp secondo cui «quel che oggi si racconta, un tempo si faceva». Questo lettore è ora vendicato dalle Baruffe muranesi di Vittorio Formentin.

Il titolo allude ovviamente alle Baruffe chiozzotte, una delle commedie più belle di Carlo Goldoni, distinta dalle altre soprattutto perché, anziché mettere in scena ordinatamente le vicende di tre o quattro personaggi borghesi, si sfrangia in tante sottotrame e riproduce le chiacchiere e le liti dei pescatori e delle comari, una specie di coro pre-verghiano però vòlto al comico non al tragico. Un mondo che non esiste più, voci che Goldoni ventenne aveva avuto modo di ascoltare nei mesi trascorsi a lavorare alla Cancelleria criminale di Chioggia, e che nessuna registrazione potrà mai restituirci. Oppure no?

L’Archivio di Stato di Venezia conserva i verbali dei processi penali e civili discussi davanti al Podestà di Murano nell’ultimo ventennio del Duecento. Nell’estate del 2016 Formentin si è auto-recluso nell’Archivio e se li ha letti tutti, prima con lo sguardo del linguista che cerca tracce di volgare disperse nel latino elementare di questi atti, poi con lo sguardo (e la memoria) dello storico e del letterato, e con una sempre più viva sorpresa e curiosità. Perché a mano a mano che procedeva, Formentin si è accorto che i verbali muranesi raccontavano una realtà molto simile a quella che qualche decennio più tardi avrebbero raccontato Boccaccio nel Decameron e Sacchetti nel Trecentonovelle, nonché a quella che secoli dopo Goldoni avrebbe messo in scena nelle Baruffe chiozzotte. Ecco, negli atti giudiziari, preti infoiati come il «valente prete e gagliardo della persona ne’ servigi delle donne» protagonista della novella VIII 2 del Decameron; ecco amanti che s’insinuano nottetempo nel letto delle amate, come in un altro paio di novelle boccacciane; ecco le piazzate e le liti tra popolane muranesi di fine Duecento, così simili alle immaginarie piazzate e liti delle popolane chioggiotte di metà Settecento. E non solo le stesse cose, situazioni, accuse, rimbalzano tra i verbali giudiziari e i testi letterari; ma le stesse parole. Chi conosce un po’ la letteratura antica non si stupisce del fatto che gli insulti e le minacce registrate negli atti giudiziari affiorino qua e là nei testi burleschi (basta confrontare, per esempio, le ingiurie che si scambiano Dante e Forese Donati con quelle che si leggono nei registri criminali lucchesi pubblicati a metà Ottocento da Bongi), ma il materiale linguistico valorizzato da Formentin va ben al di là della sfera del turpiloquio, e anche il lettore esperto rimarrà colpito dalla ricchezza di certe registrazioni in presa diretta del parlato popolare, e dal modo sorprendente in cui combaciano la lingua dei funzionari del tribunale e quella dei novellieri.

Quelle che Formentin trova non sono naturalmente le ‘fonti’ di Boccaccio e di Goldoni: il rapporto non è così lineare. Né trova però semplicemente, tra documenti d’archivio e opere letterarie, quelle che potremmo chiamare delle consonanze nella sfera dei motivi: il rapporto non è così generico. Constata invece – servendosi di una formula del filologo Victor Klemperer – «la ‘verosimiglianza umana’ di alcuni temi che s’incontrano, variamente sceneggiati, così nei novellieri come nei verbali dei processi criminali: una coincidenza che mostra non solo la sempre possibile poligenesi dei motivi letterari, ma anche il fondo di umanità comune che lega […] alcune manifestazioni della letteratura ad alcune manifestazioni del diritto, che in tale confronto possono illuminarsi e chiarirsi vicendevolmente». Questo «fondo di umanità» traspare con grande vivacità dai verbali muranesi, sicché il lavoro di Formentin – su una superficie naturalmente più circoscritta – richiama alla memoria, e non è un piccolo complimento, certe pagine del Montaillou di Emmanuel Le Roy Ladurie.

La parte diciamo storico-letteraria che ho appena riassunto costituisce circa un terzo del libro; gli altri due terzi contengono una minuta descrizione dei fondi archivistici che Formentin ha studiato e un minutissimo spoglio linguistico di questi fondi, mirante a recuperare «le parole che possono interessare lo storico della lingua perché, sotto il tenue rivestimento latino, in esse traspare una sostanza dai netti lineamenti volgari (in attestazione assai antica e specificabile ad diem)». Cose da specialisti; ma dalle quali anche il non specialista può trarre insegnamento, e faccio un esempio (devo il suggerimento a Marco Grimaldi). Tutti ricordano che a un certo punto della novella boccacciana di Andreuccio da Perugia, mentre Andreuccio prende a calci il portone della casa nella quale ha lasciato i suoi vestiti e i suoi soldi, si affaccia dalla finestra a protestare e a minacciarlo «uno il quale, per quel poco che comprender poté, mostrava di dovere essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al volto». I commenti al Decameron glossano bacalare con ‘persona autorevole’ o ‘una persona laureata o di grande sapienza’ o ‘colui che si corona della bacca laurea, della corona di alloro, primo titolo delle università medievali’ (ed è la definizione che anch’io ho ripetuto commentando la novella in un’antologia scolastica). Ma alla luce degli esempi di bacalarus raccolti e illustrati da Formentin nel suo glossario viene da chiedersi se non sia più probabile – e più aderente al contesto – che il termine voglia dire ‘brigante, malfattore’.

Vittorio Formentin, Baruffe muranesi. Una fonte giudiziaria medievale tra letteratura e storia della lingua, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura 2017.