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Il caso Lombardelli, l’università

di Giuseppe Sciortino

Corriere di Bologna, 30 agosto 2017

Qualche giorno fa, il sindaco Merola e due dirigenti sono stati condannati in via definitiva per il caso Lombardelli. Nel lontano 2011, il sindaco aveva scelto come capo di gabinetto Marco Lombardelli, inquadrandolo come dirigente. Peccato che tale inquadramento richiedesse l’essere laureati, cosa che Lombardelli non era. Ne sono seguite polemiche più o meno interessante, dimissioni, una condanna, un ricorso, un’altra condanna.

Le regole vanno rispettate. Gli amministratori pubblici hanno il dovere di rispettarle. Se la legge richiede determinati titoli di studio per certi inquadramenti, non ci si può comportare come se niente fosse.

Ciò detto, quella che è una pessima figura per il comune potrebbe almeno essere una buona occasione di riflessione. Sull’assurdità delle regole che riservano ai laureati attività professionali, promozioni, scatti e partecipazione a concorsi. Perché chi ha seguito negli anni il caso Lombardelli non può non avere notato una cosa tanto diffusa quanto imbarazzante. Nessuno dei numerosi commentatori ha speso anche solo qualche parola per discutere le competenze o le capacità professionali di Lombardelli. Tutti hanno invece deprecato l’assenza del «pezzo di carta». Perdendo così una buona occasione per accorgersi che l’esistenza di queste norme serve solo a mandare il messaggio che, mentre nel settore privato conta essere bravi, per amministrare la cosa pubblica ciò che sai fare è secondario. Conta di più il titolo che hai acquisito, non importa come o in quali tempi remoti. Che Benedetto Croce o Steve Jobs non si sognino di venire a farci concorrenza al concorso del comune di Bologna o di Rocca Cannuccia.

Si aggiunga che la prima vittima di questo uso della laurea, e la cosa non dovrebbe essere trascurabile a Bologna, è il significato stesso dell’università. Sin quando queste norme esisteranno, la ragion d’essere degli atenei non sarà la didattica o la ricerca, ma solo il potere di rilasciare questi pezzi di carta. Perché sarà quel pezzo di carta, e non l’acquisizione di capacità professionali e pensiero critico, a motivare ampi numeri di studenti. Come spiegare altrimenti perché gli studenti italiani sono felici quando possono scegliere un corso insulso o un docente che ha fama di largheggiare coi voti? Perché atenei stranieri dai nomi improbabili aprono sedi nelle penisola con tariffari allegati? Perchè l’ineffabile TAR del Lazio ritiene che le materie umanistiche si possano studiare anche nei cinema? Come in un gigantesco e pervasivo kaliyuga induista, il certificato ha preso il posto della sostanza, l’illusione della realtà. Si, sarebbe proprio ora di cambiare.