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Su “Sabbie bianche” di Geoff Dyer

di Claudio Giunta

Domenicale del Sole 24 ore, 6 agosto 2017

I racconti di viaggio si possono disporre su una linea che ha ai suoi estremi la totale oggettività e la totale soggettività. Vale a dire che si può scrivere di viaggi senza quasi far percepire la propria presenza, modalità Lonely Planet. E se ne può scrivere occupando tutta la scena col proprio io, adoperando il viaggio come pretesto per l’autobiografia. Verrebbe da dire che la virtù sta nel mezzo, e che il racconto di viaggio migliore è quello che fonde armonicamente la descrizione oggettiva dei luoghi e la meditazione su di sé (il Viaggio in Italia di Goethe, per mirare alto), ma la verità è che non ci sono regole, e si possono scrivere cose splendide stando in disparte, tenendosi aderenti agli oggetti (Naipaul, su tutti; e oggi 2017, per esempio, in tutt’altra chiave, i reportage di Masneri da San Francisco), così come, se si è molto intelligenti e molto abili, si può riuscire ad esprimere l’essenza dei luoghi limitandosi ad alzare la testa dal proprio ombelico per lo spazio di pochi secondi cioè di poche righe.

In Sabbie bianche, a Geoff Dyer riesce molto bene questo secondo esercizio. Pochi reportage sulla Cina parlano della Cina meno di quello che apre il volume. Eppure, dalle istantanee che Dyer ci dà della città di Pechino vista da dietro i vetri di un taxi o dall’alto di un roof garden, mentre il fuoco del racconto è fisso sulle ansie dell’io narrante che sta per lasciare la città per sempre e vorrebbe rivedere, vorrebbe riparlare con la ragazza che ha incontrato la mattina innamorandosene di colpo, da quelle istantanee la concitata, estenuante vita cinese emerge con la forza di una rivelazione, simile a quella che riescono a comunicare i versi di una bella poesia.

Salvo un paio d’eccezioni (menzione d’onore per Pellegrinaggio, che è una ricostruzione-meditazione sulla vita di Adorno in California), anche gli altri reportage funzionano così: un esterno anche esotico (Tahiti, le Svalbard) appena intravisto, descritto sommariamente, senza che il quadro si arricchisca della personalità o della voce di qualche testimone, di qualche nativo, insomma senza che la presenza di altri esseri umani – un’evanescente umanità postmoderna fatta soprattutto di guide, interpreti, hostess, funzionari della dogana –  lasci qualcosa di più di una traccia effimera nel radar dello scrittore, un esterno misurato quasi solo nei suoi riflessi sugli stati d’animo dell’io narrante.

Tutto dipende allora dalla credibilità di questo io narrante e dalla qualità della sua voce; ed è soprattutto qui che Dyer mostra le sue qualità di scrittore. L’io narrante è un inglese di una sessantina d’anni nato nella working class e ora benestante grazie al suo lavoro di giornalista-scrittore. Parte del piacere della lettura deriva dalla frizione tra questi dati anagrafici così ordinari e la straordinarietà dei posti nei quali l’io narrante si ritrova. La voce è quella spaesata e ansiosa di un viaggiatore per necessità (gli incarichi dei giornali, le presentazioni dei libri, gli inviti degli editori) che non si trova mai veramente a proprio agio negli alberghi e negli aeroporti stranieri, e in fondo avrebbe preferito starsene a casa a coltivare le sue abitudini, le sicurezze della vita di quartiere. Uno dei pezzi migliori, nel libro precedente (Il sesso nelle camere d’albergo, Einaudi 2014; il pezzo s’intitola Anche detta condizione umana), era dedicato ai bar preferiti tra Londra, Parigi e New York, e culminava nella constatazione che «cerchiamo sempre di ricreare il nostro particolare ideale di città in qualunque città ci capiti concretamente di trovarci». Non il viatico ideale, per un Grande Viaggiatore. Ma è proprio questa nota di umanità a rendere memorabili certe pagine di Dyer: e torna pertinente il paragone con la poesia, dal momento che la grana sentimentale di queste pagine è intensamente lirica: nostalgia, rimpianto, senso di caducità e di inadeguatezza, ma anche attimi di gioia e gratitudine al pensiero di essere vivi adesso – è di questo che veramente parlano i finti reportage da Tahiti o dagli Stati Uniti occidentali.

Ci sono insomma scrittori di viaggio che sono anche degli autentici viaggiatori, sempre pronti a imboccare un sentiero secondario o a dividere la loro scarsa cena con una tribù nomade del deserto; e ci sono scrittori di viaggio che per gran parte del tempo non fanno che maledire il momento in cui hanno deciso di partire. È questo il Leitmotiv dei reportage di Dyer: e che lo dica nel gelo e nel buio delle Svalbard («No, grazie tante, dissi, prima di girare i tacchi e trascinarmi di nuovo fino al letto. Stare chiusi nella stanza era deprimente, ma sempre meglio che non stare chiusi nella stanza») è persino comprensibile; ma che lo dica sulle spiagge dorate di Tahiti («Sull’isola di Hiva Oa la domanda che mi girava in testa era sempre più spesso “Quando me ne potrò andare?”») – ecco lo stigma di un’anima superiore.

Lo stile asseconda splendidamente questo moto incessante delle emozioni e delle idee, questa ipercinesi psichica. Talvolta, davanti a spettacoli sublimi come lo Spiral Jetty e il Lightning Field (cercate su Google, comprate il libro), la lingua di Dyer patisce il contagio e si atteggia alla sublimità, anche col condimento di citazioni abbastanza costernanti da Heidegger, e certi passaggi un po’ mistici, che lasciano intravedere l’esistenza di un mondo dietro al mondo, possono suonare striduli, e urtare chi vorrebbe che si conservasse la calma, e uno stile più asciutto, anche davanti alle Epifanie. Ma a parte questo, non c’è dubbio che la voce di Dyer sia una delle più originali e più degne di ascolto nella attuale nonfiction anglosassone, e il lettore italiano non rimpiangerà l’originale perché la traduzione di Katia Bagnoli è eccellente.

Geoff Dyer, Sabbie bianche, Il Saggiatore 2017, 20 euro.