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Letteratura a scuola eccetera (un’intervista di Gloria Ghioni per IlLibraio.it)

di Claudio Giunta

IlLibraio.it, maggio 2017

Ora che la scuola è quasi al termine, in attesa del prossimo anno, è il momento di porsi alcuni interrogativi ai quali è difficile rispondere, soprattutto in questi anni di continue riforme. Lei, che si è occupato di un’opera monumentale quale il manuale per il triennio delle scuole superiori Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura (Garzanti Scuola, 2016), quali criteri ha adottato per proporre la letteratura agli studenti di oggi?

Ho cercato di fare soprattutto tre cose. (1) Scrivere in maniera chiara, diretta, non arzigogolata: i testi sono spesso difficili, non è il caso di complicare la vita agli studenti con profili storici e commenti scritti in gergo, o – come càpita – in scuolese (quella lingua in cui non ‘ci sono dei problemi’ ma ‘vi sono delle problematiche’, e non si dice che ‘Gadda scrive spesso in maniera complicata’ ma che ‘i fattori di difficoltà posti dalla scrittura di Gadda sono numerosi’). (2) Scegliere testi belli, e non (sempre) risaputi. Dante non è solo il quinto dell’Inferno, Petrarca non è solo Chiare, fresche e dolci acque, e soprattutto nel Novecento ci sono un mucchio di pagine meravigliose che meritano di essere lette anche se non appartengono agli autori canonici, o ai generi canonici (la pagina più meravigliosa di Proust, per dire, secondo me sta in Jean Santeuil, e ce l’ho messa; e il sonetto 315 del Canzoniere dà infinite occasioni di riflessione, e ce l’ho messo). (3) Non soffocare i testi con commenti à la Jakobson, in cui anziché rispondere alla domanda ‘Perché questo testo è bello/interessante/attuale’ si risponda alla domanda ‘Quali sono le metafore, quali le metonimie, dove sta l’ipallage’. Nei commenti ci dev’essere anche questo, ma se c’è soprattutto questo si ammazza il piacere della lettura, e questo non deve succedere”.

Molti testi scolastici tendono alla semplificazione, talvolta sacrificando il testo originale per parafrasi rimasticate. Lei come si è rapportato con il problema (ammesso che lo sia, forse è più opportuno parlare di ostacolo) della lingua degli antichi?

È un ostacolo (per lo studente) e un problema (per l’insegnante che deve spiegare la letteratura). Intanto, ho messo dei bei capitoli di storia della lingua, per spiegare come mai Dante e Boccaccio usano un italiano così diverso dal nostro, perché – poniamo – si diceva alma, insieme ad anima, e perché la sintassi del Decameron è tanto complicata. Per prima cosa, cioè, si tratta di mettere studenti e insegnanti (che spesso non hanno fatto esami di Storia della lingua) nella condizione di inquadrare storicamente il problema della lingua antica, di dar loro un quadro teorico che li aiuti a orientarsi nella pratica, cioè nella lettura dei testi. E quanto a questi, si tratta di evitare due estremi.

Quali?

Da un lato, non annotare abbastanza, come si faceva nelle antologie di una volta (risultato: gli studenti, e spesso anche gli insegnanti, fingevano di capire, capivano il succo, si riempivano la testa di belle idee generali, ma non si familiarizzavano con la lingua antica); dall’altro, annotare troppo, dare la parafrasi continua (risultato: gli studenti leggono la parafrasi anziché Dante o Boccaccio, che non è esattamente un obiettivo razionale). Bisogna parafrasare là dove serve e in certi casi – certi passi della Commedia, molti passi del Decameron, tutto Folengo, tutto Ruzante – parafrasare tutto. Ma comunque, meglio tanto che poco. All’università incontro ogni giorno ragazzi che non sanno cosa vuol dire anelitoabiezioneavallare. Quindi…”.

Occupandosi di mille anni di letteratura, ha compiuto scelte di autori e di testi che appartengono al canone letterario tradizionale o ha inserito anche qualche proposta inconsueta?

Ho fatto la mossa del cavallo: due passi nella tradizione, un passo di lato, nell’inconsueto, o meglio nel non scontato. Vuol dire che ci sono i testi che ogni italiano colto ha in testa (la scuola serve anche a questo: a far sì che i più giovani diventino cittadini dell’universo culturale dei più vecchi) e poi testi e autori che non tutti, o pochi, conoscono. Per il Medioevo, il Rinascimento e la prima età moderna è più difficile, perché il ‘canone’ c’è: non si può togliere Petrarca e mettere Antonio da Ferrara (per fortuna). Ma si possono fare percorsi tematici originali, e noi li abbiamo fatti. Per esempio, due testi di Boccaccio e di Petrarca veramente interessanti, per quanto dicono del mondo medievale, sono la lettera di Boccaccio sulle Canarie e l’Itinerarium di Petrarca in Terrasanta (dove non è mai stato: ripete quello che ha trovato nei libri). E si possono inserire qua e là testi magari non così importanti dal punto di vista storico, ma divertenti o suggestivi per il loro contenuto.

Ad esempio?

Invece di parlare in astratto della ‘civiltà dei mercanti’ mettiamo una lettera vera di un mercante fiorentino che va nelle Fiandre, e racconta di tessuti, cambiali, viaggi pericolosi; e oltre ai soliti scrittori dell’Umanesimo (Valla, Poggio, Alberti) mettiamo anche qualche brano di quell’epoca che non rientra nel canone umanistico che tutti hanno presente (per esempio un passo molto divertente di un retore bolognese, Beroaldo, che paragona l’uomo a una bolla, e riflette in maniera molto intelligente sul carattere effimero delle cose umane)”.

E per il Novecento?

È tutto più facile, perché il canone è più fluido, c’è la possibilità di fare degli interventi, delle proposte anche più radicali. E così accanto agli autori ormai imprescindibili (come non dare lo spazio che meritano a Pirandello, Svevo, Calvino, Montale, Pasolini, Sereni?) abbiamo antologizzato autori anche stranieri magari meno cruciali storicamente, ma leggibilissimi per la qualità delle loro pagine: da Borgese a Flaiano, da Bianciardi a Parise, da Scotellaro a Patrizia Cavalli, dalla Ginzburg saggista a Piergiorgio Bellocchio, da Fruttero e Lucentini a Siti… Cercando di non fare l’effetto-vetrina, o l’effetto-internet (c’è tutto, cavatevela voi); ma di ordinare questo vasto materiale in percorsi che possono anche essere seguiti indipendentemente dall’asse principale della storia letteraria. Ripeto: in questo caso il criterio è stato la bellezza o l’interesse delle pagine, più che il rilievo storiografico.

Quali prospettive, prima trascurate, dovrebbero invece indagare gli insegnanti?

Direi che (1) bisognerebbe far leggere agli studenti molta buona prosa saggistica (la storia letteraria italiana da questo punto di vista offre un ampio e meraviglioso materiale, a cominciare dallo Zibaldone di Leopardi, o ancora prima da certi scritti degli illuministi lombardi o campani), anche per dare qualche buon modello che gli insegni a scrivere (ci lamentiamo a ragione che non sanno scrivere: ma Dante, Boccaccio, Ariosto, Tasso non sono modelli imitabili…); (2) bisognerebbe fare un po’ di posto, all’ultimo anno, alle due grandi arti verbali (cioè: anche verbali) del Novecento: il cinema (quanti ragazzi sanno cos’è davvero una sceneggiatura? Quanti conoscono il nome di uno sceneggiatore?) e la canzone; (3) bisognerebbe far capire ai ragazzi che la letteratura ha una storia materiale: fargli vedere la pagina di qualche manoscritto o stampa antica, fare un po’ di filologia – adesso con la LIM è possibile, basta poco. Sono cose che accendono la fantasia, rendono più viva e piacevole la lezione.

Nel corso dell’ultimo decennio ha insegnato come visiting professor in molte università mondiali, da Chicago a Tokyo, fino a Sydney, Rabat, fino a un periodo come volontario all’Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. Come è uscita l’accademia italiana dal confronto con tanti metodi di insegnamento e modi di vivere l’università?

Io di preferenza vado nei posti ‘strani’, il che vuol dire anche poveri e periferici. E lì ovviamente il confronto ci vede vincenti. Vado, o meglio andavo anche negli Stati Uniti, e lì le grandi università funzionano meglio, ovviamente. Sarebbe un lungo discorso. In breve, la cosa che manca di più in Italia, una cosa che sento raramente nominare nel dibattito, è la vita di campus. L’università è una cosa che non si ‘fa’, si ‘vive’: si mangia, si cammina, si dorme nell’università, si conoscono persone che fanno discipline diversissime dalle nostre. In Italia è raro che questo succeda (a me è successo perché ho studiato alla Normale; e anche Trento, dove insegno, funziona un po’ così), all’estero succede più spesso. Per me, il 50% dell’università è questo, ed è un peccato che la ‘forma-campus’ in Italia sia così poco diffusa.

Si occupa del presente sul Sole 24 OreInternazionale, ma è anche condirettore della Nuova rivista di letteratura italiana, ma è anche autore di narrativa e di reportage di viaggio. Nei suoi studi, torna spesso a studiare testi medievali dal fascino intramontabile. Cosa ne pensa dell’accesa discussione degli ultimi anni sulla proposta di abolire o, quantomeno ridurre sostanzialmente, la presenza del latino nei licei?

Credo che il latino dovrebbe continuare a essere insegnato bene, molto bene e a lungo (cioè molte ore la settimana) in alcuni licei, e che non dovrebbe essere insegnato affatto in tutti gli altri tipi di scuola. Credo che sia assurda la nozione – così italiana, purtroppo – di ‘infarinatura’. O bene-bene o niente, insomma. Ma in generale io sono uno strenuo difensore del latino. Se avessi figli, il problema della scelta non si porrebbe nemmeno: sceglierei io per lui/lei: il latino si studia e stop. Quindi forse è un bene che non ne abbia.

Presto a Pavia parteciperà al festival #ScrittoriInCollegio, presso il Collegio Ghislieri. Questa prima edizione avrà al suo centro lo scontro, imperituro e sempre stimolante, tra amore e odio. Se provassimo a calare questi due temi nella letteratura, quali due grandi autori del passato, portatori d’amore e d’odio, consiglierebbe di riprendere nelle nostre letture?

A me sembrano sentimenti sopravvalutati. Molto più interessante sarebbe parlare di passioni meno alte e assolute ma più presenti nella vita di ogni giorno: il disprezzo, l’invidia, l’indifferenza, la complicità… Comunque, è molto semplice: l’odiatore perfetto è Dante nell’Inferno; e nessuno ha scritto pagine sull’amore più profonde di quelle che ha scritto Proust.