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L’importante è non partecipare

di Claudio Giunta

IL magazine del Sole 24 ore, dicembre 2016

Non a tanti, forse, ma a qualcuno è senz’altro venuto in mente il nome di Christopher Lasch la mattina del 9 novembre, quando si è capito che Donald Trump sarebbe stato il prossimo presidente degli Stati Uniti. Perché una delle idee fisse di Lasch (1932-1994) era che verso la metà degli anni Sessanta la sinistra americana avesse perso la strada, e avesse cominciato a difendere istanze identitarie anche nobili, ma periferiche e minoritarie, trascurando o meglio non sapendo che dire di ciò che stava veramente a cuore alle persone normali: la famiglia, la religione, l’armonia sociale, il senso di responsabilità nei confronti della propria comunità. Il saggio in cui Lasch formula con più chiarezza questa opinione s’intitola Perché la sinistra non ha futuro, ed è stato pubblicato nel 1986 sulla rivista «Tikkun» (l’ho tradotto in parte anni fa per «Italianieuropei», ora si trova in rete).

Ma ai lettori di Lasch sono venute in mente anche altre pagine, solo all’apparenza meno pertinenti. Un paio di capitoli del libro che ha pubblicato poco prima di morire, La ribellione delle élite, sono dedicati alla decadenza della conversazione pubblica: La conversazione e le arti civiche e La discussione: un’arte perduta. L’urbanizzazione e i mass media, osservava Lasch, hanno stravolto il modo in cui si formano il carattere e le opinioni delle persone comuni: da un lato sostituendo quei ‘luoghi terzi’ informali (il bar, il pub, la chiesa, le associazioni di quartiere) che plasmavano la vita della comunità con luoghi spersonalizzanti come il mall o le catene di fast food, o con i non-luoghi della TV; dall’altro subissando queste persone di informazioni per lo più irrilevanti anziché offrire loro «un vigoroso dibattito pubblico». Una proporzione opposta – poche informazioni, molto dibattito – aveva caratterizzato la sfera pubblica americana fino alla fine dell’Ottocento, ed è da allora, secondo Lasch, che inizia «il declino del dibattito politico».

Si ripensa a queste pagine di Lasch in questi giorni perché è stato detto e scritto che tra le ragioni della vittoria di Trump c’è stata appunto l’incapacità dei liberal di spiegare le proprie buone ragioni al popolo. «La sinistra ha perso la capacità di dibattere», dice Jonathan Pie in uno sketch sublime girato la mattina del 9, e l’ha sostituita con «le etichette, gli insulti, le accuse di razzismo, i tentativi di ridurre al silenzio i propri avversari» liquidandoli, per citare l’ineffabile candidata Clinton, come «a basket of deplorables». E sul sito Talking Points Memo Theda Skocpol osserva che ai democratici è mancata soprattutto un’infrastruttura che permettesse di raggiungere, cioè di parlare con la gente che vive fuori dalle aree metropolitane: il partito e i sindacati non sono più in grado di farlo. Il segreto per evitare altri Trump starebbe quindi nel tornare a produrre «un vigoroso dibattito pubblico»? Ma non è esattamente quello che ci riempie le orecchie?

Il lamento sulla crisi del dialogo e della conversazione è talmente diffuso nella pubblicistica degli ultimi due secoli da far pensare che tutti quelli che si lamentano rimpiangano un’età dell’oro che non si è mai data nella storia, se non nel formato anacronistico dell’accademia filosofica o del salotto. Turbati dalla scompostezza del dibattito corrente? Questo è Nicola Chiaromonte, 1968: «Fra i più, l’abitudine delle epoche civili e socievoli, di rispondere alla parola con la parola, al discorso coerente col discorso coerente, si è perduta. Alla parola oggi si risponde con l’atto, col gesto, con la lusinga, con la minaccia». Preoccupati dalla passività indotta dalle tribune politiche televisive? Questo è Eugenio Montale, 1961 (la TV italiana aveva sette anni):  «La quasi totale scomparsa della conversazione ha fatto sì che lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano intorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato, assiste al loro colloquio […] Mai sono esistiti tanti mezzi di comunicare, né così facili né così irresistibili. L’importante è che fra questi mezzi sia sacrificata la parola, che ha il torto di non essere abbastanza polivalente e di pretendere a qualche durevole verità».

Ora, ci sono pochi esseri umani più degni di ammirazione di Lasch, Chiaromonte e Montale, ma l’idea che la chiave per un’armoniosa vita sociale stia nella conversazione e nel dibattito è una di quelle idee che meritano forse meno credito di quello di cui generalmente godono.

Avere qualcuno con cui parlare, qualcuno di intelligente, più intelligente di noi, è uno degli ingredienti della felicità – e se non della felicità almeno della soddisfazione – personale. Ma la conversazione nella sfera pubblica è una cosa diversa. Chi entra in una conversazione in senso lato politica ha già un’opinione salda nella testa, e ben difficilmente la cambierà, anzi, le obiezioni dei suoi interlocutori lo porteranno a rendere quell’opinione ancora meno sfumata, specie se la conversazione avviene in pubblico, perché in quasi tutti l’amore di sé, la smania di ben figurare, prevale sull’amore per la verità: discutendo col prossimo non si vuole raggiungere una conclusione condivisa, non si vuole arricchire, complicandolo, il proprio punto di vista, si vuole vincere. All’epoca di Lasch e di Montale era difficile fare la controprova, cioè vedere quale sarebbe stato il tono di un dibattito ‘diffuso’ e democratico, ma oggi questa controprova è possibile farla perché il dibattito diffuso ha trovato il suo recipiente ideale, come l’acqua nella bottiglia, nei social network. Non è una controprova che lasci molto spazio all’ottimismo.

Negli ultimi due anni mi è capitato spesso di andare nelle scuole superiori italiane, e in almeno cinque o sei della ventina che ho visitato c’era un muro decorato con la scritta gaberiana «Libertà è partecipazione». Nelle altre, la frase non era scritta sui muri ma era incisa nei cuori degli insegnanti, che a loro volta la incidevano in quelli degli studenti: partecipare, intervenire, dire la propria non sono forse il fondamento di un’educazione democratica? «Lo studente – ripetono a ogni pagina le indicazioni del MIUR per i licei – partecipa a conversazioni e interagisce nella discussione in maniera adeguata al contesto». Mi domando se a scuola venga insegnata anche la verità complementare, che libertà significa anche non partecipare, astenersi dall’azione e dal discorso, se si crede che il proprio contributo sia inadeguato, o poco significativo. Nella ‘educazione alla socialità e allo stare insieme’ mi piacerebbe che l’invito a dire la propria venisse temperato, ogni tanto, dall’invito a non dirla, e a prestare attenzione piuttosto a ciò che hanno detto e, soprattutto, scritto gli altri. Ascoltare, non parlare, è il verbo che ricorre più spesso nella pagina di Sulla libertà in cui Mill disegna il profilo della persona di giudizio: «questa persona ha tenuto la mente aperta alla critica delle proprie opinioni e della propria condotta; ha prestato ascolto a tutto ciò che poteva essere detto contro di sé; ha compreso che l’unico modo in cui un uomo può tentare di conoscere un argomento nella sua completezza, è quello di ascoltare quanto può essere detto su di esso da sostenitori di ogni tipo di opinione». Per questo non riesco a rallegrarmi del fatto che nelle scuole cominci a prendere piede la moda dei ‘tornei di dibattito argomentativo’, preferirei che si leggessero le dieci paginette di Hirschman su Opinioni testardamente professate e democrazia, per imparare a diffidare degli strong-opinionated e a non vergognarsi di avere idee incerte e sfocate su un sacco di cose, e che s’insegnasse soprattutto quello che Davidson ha chiamato il ‘principio di carità’, cioè l’idea che chi sta parlando con noi condivida più o meno i nostri stessi princìpi, e insomma non è quasi mai il caso di litigare.

Nella prima puntata di Horace and Pete, la serie TV di Louis CK, a un certo punto due dei clienti del bar si mettono a difendere uno le posizioni dei conservatori e l’altro le posizioni dei liberal, e la conversazione diventa presto una lite, finché un terzo avventore si mette in mezzo e a poco a poco li convince che le loro posizioni non sono poi troppo distanti, che il loro errore consiste nel partire da un’idea sbagliata delle opinioni dell’interlocutore. Ecco che, grazie alla mediazione di una persona più saggia, la conversazione ha permesso ai due litiganti di capire che ciò che li rende simili è più di ciò che li rende diversi. Virtù del dialogo, pensa lo spettatore, ma ecco che un quarto personaggio interviene per dire che tutta quella attività di mediazione, quella faticosa ricerca di un terreno comune, è una finzione: «They’re not trying to reach an agreement, this is fucking sports!». Le persone più intelligenti, nel bar, se ne sono rimaste zitte davanti alla loro birra. Mi farebbe piacere se fossero loro a ereditare la terra, nell’anno 2017.